VISIONI | Conversazione con MUCHO MAS!

"Un’opera collettiva deve prevedere il ridimensionamento dell’ego del singolo. La collaborazione e compenetrazione deve essere tra pensieri e persone, tra energie. Penso che per forza di cose l’espansione e la connessione debbano passare, prima, per l’introspezione, nella consapevolezza di essere “realmente” parte di questo sciame, di questo sistema delicatamente interconnesso, verso un’ecologia della produzione artistica."
22 Marzo 2022
Installation view EPICENTRO (PSALM) di Massimiliano Tommaso Rezza, 2021 Photo Courtesy Mucho Mas! Artist-run space © Mucho Mas!/Luca Vianello e Silvia Mangosio
Trittico dalla mostra “DEMONS” di Luca Baioni presso Mucho Mas! Artist-run space. 2018. Photo Courtesy Mucho Mas! Artist-run space © Mucho Mas!/Luca Vianello e Silvia Mangosio

Per la rubrica VISIONI abbiamo posto alcune domande a Silvia Mangosio e Luca Vianello, fondatori di MUCHO MAS!, uno spazio sperimentale di stanza a Torino. Da alcuni anni lo spazio indipendente espone artisti emergenti italiani e internazionali, che intraprendono una ricerca sui ruoli e sulle funzioni delle immagini contemporanee. MUCHO MAS! cerca di innescare uno sguardo ampio, trasversale e critico, su come la fotografia e il suo profondo significato stiano cambiando oggi e come essi abbiano perso alcune delle loro connotazioni originarie, per acquisirne altre molto più pervasive e aperte verso altre potenzialità e ibridazioni metalinguistiche.

Mauro Zanchi: Come immaginate il futuro della fotografia? Cosa cercate, ora, nel potere rivelativo delle opere? 

MUCHO MAS! (Silvia Mangosio e Luca Vianello): Prima di tutto, premetto che penso al futuro in generale, e quasi mai a quello della fotografia nel particolare. Se il futuro della fotografia dovesse essere il soccombere della fotografia stessa non credo me ne farei un cruccio. Nuovi mezzi sostituiranno quelli vecchi, e penso che l’uomo occidentale dovrebbe accettare con più grecità che la fine delle cose faccia parte del loro esistere. Detto questo, non credo sarà questo il suo decorso: penso che solo ora siamo sull’orlo del cogliere le vere potenzialità di significato della fotografia, non solo come riproduzione ma come parte integrante della costruzione del futuro. I concetti che si porta dietro questo mezzo sono molto più ampi e profondi di quelli del “visibile”. In un certo senso mi sento un po’ come il quadrato di Flatlandia (Abbott) nel momento in cui incontra la sfera e inizia ad intravedere l’esistenza di una terza dimensione. Non parlo solo (o forse per nulla) delle sue potenzialità tecniche, ma piuttosto dei suoi significati: cosa ci porta a voler fissare un momento? Cosa ci induce a voler replicare e fermare la realtà così come la conosciamo? Come si inscrive questa nostra voglia di “linearità” in un mondo dove la linearità, anche sul piano scientifico dello spazio-tempo, è stata ampiamente smentita? Leggevo di recente degli ultimi studi sulla memoria, argomento che mi ha da sempre ossessionata e che mi ha portata ad avvicinarmi alla fotografia. Le aree che si attivano nel nostro cervello per ricordare il passato sono le stesse che si attivano per immaginare il futuro. Scopro quindi solo ora che ho usato la fotografia in maniera “sbagliata”. Questo non mi porta a disconoscere la mia pratica artistica precedente, ma lo trovo molto avvincente per quanto riguarda la totalità della mia vita – e quando un cambiamento riguarda la vita di un artista non può che riflettersi anche sul percorso. Se non siamo fatti per ricordare ma per creare il futuro, forse anche la fotografia ci serve per creare nuovi linguaggi e nuovi mondi e non per alimentare delle nostalgie. Quello che cerco è un significato profondo che si rifletta attivamente nella vita delle persone: la parola crea il mondo, e la fotografia, in quanto linguaggio, ne sta sicuramente creando uno nuovo che sta a noi comprendere, accettare, elaborare. Spero che tutti noi operatori nell’ambito saremo in grado di esplorare liberamente le potenzialità di espansione e interconnessione che ora vediamo solo ai loro albori, e che spero saranno messe al servizio di una nuova visione del mondo e non solo dell’arte, perché credo che l’unica vera arte possibile sia quella della vita, e l’arte non faccia altro che rivelarcelo e mostrarcelo attraverso i suoi simboli. 

“Untitled” dalla serie How To Raise A Hand di Angelo Vignali. In mostra presso Mucho Mas! Artist-run space dal 31 marzo al 31 maggio 2022 Photo courtesy Angelo Vignali.

MZ: Quali sono secondo MUCHO MAS! gli artisti più interessanti dell’attuale panorama internazionale, che utilizzano il medium fotografico in una maniera non convenzionale o con nuove possibilità esplorative dell’arte, nel riuscito equilibrio tra traduzione formale e intuizione concettuale? 

MUCHO MAS!: Sicuramente Luca Baioni, anche se di primo acchito appare come un fotografo molto figurativo sempre più sta stravolgendo il medium fotografico. Dopo la sua prima fase di lavori sul tentavo di cancellare più possibile la parte narrativa dell’immagine, si sta sempre più immergendo in un metodo capace di modificare le strutture base della fotografia. Si è avvicinato a comunicare semplicemente una sensazione interiore allo spettatore, tralasciando le raffigurazioni basilari narrative e facendo un percorso trasversale attraverso i metodi di rappresentazione dell’immagine fotografica. Un’altra persona altrettanto interessante è sicuramente Achille Filipponi che al contrario di Luca Baioni nega la comunicazione della fotografia, esprimendo contenuti attraverso la semplicità dei supporti fotografici. Come in Antichrome (painting not painting), dove in un processo quasi performativo e fallimentare cerca di raggiungere l’assoluta mancanza di comunicazione che un’immagine possa avere. Ha inquadrato 9 fogli di carta fotografica fotosensibile, non contenenti non solo alcuna immagine ma anche senza essere mai stati esposti. Non riesce mai ad arrivare a un punto zero, di assoluta negazione della rappresentazione fotografica, perché i 9 fogli di carta fotografica contengono indizi o cromie che contestualizzano il materiale e ci permettono di autenticarlo nell’insieme all’universo a cui appartiene. Un’altra artista che in noi ha suscitato molto fascino è stata Sibylle Duboc, che tralascia completamente i supporti classici e inizia a impressionare in camera oscura sculture con immagini provenienti da software di mappatura del territorio, focalizzandosi sul cambiamento che l’ambiente sta subendo negli ultimi anni a causa dell’uomo. 

MZ: Mentre ci proiettiamo in direzione del futuro negoziamo un equilibrio e cerchiamo di adattarci alle inedite condizioni di vita, dove sempre nuove tecnologie vengono messe sul mercato, ridisegnando ogni volta il rapporto delle persone con novità e macchine non ancora sedimentate e maturate. Che ruolo ha l’indagine artistica della fotografia e della metafotografia nell’attuale realtà iper-storica, pervasa dalla cybercultura, dal postumanesimo e dall’iconosfera? 

MUCHO MAS! : Penso sia giusto esplorare ogni nuova macchina, ogni mezzo. Per lasciarlo sedimentare bisogna prima appropriarsene. L’arte, però, è politica, quindi non è scevra di responsabilità etiche. La fotografia, come mezzo di espressione artistica, ha il compito di creare un humus di simboli da cui possiamo attingere per decodificare e rendere piena di senso la realtà, invece di svuotarla giorno dopo giorno in una costante bulimia di informazione e connessione. Da un lato internet ha veramente democratizzato la fruizione e la creazione dell’arte, che può esistere e ibridarsi svincolandosi dal concetto di autorialità singola. Allo stesso tempo, questa visione utopica è vanificata dal fatto che nell’anonimato si perde anche il senso di responsabilità. Il postumanesimo non sembra un po’ ingenuo in questo contesto? La mente, le capacità “naturali” (innate? proprie?) delle persone, non sono e non si stanno rivelando più potenti di qualunque immaginifica visione di un futuro ibrido con le macchine? L’iperconnettività controllata non ci sta già sembrando una gabbia, dove quello che ci rimane non è altro che la “distrazione” da quello che realmente siamo, ovvero carne, parte di un sistema complesso, in cui siamo interconnessi per il solo fatto di vivere sullo stesso organismo, essere fatti delle stesse particelle, nascere e morire da miliardi di anni nella terra e con la terra? Penso sia giusto esplorare tutte le potenzialità dell’avanzamento tecnologico, ma senza l’ingenuità, il velo dell’illusione del “progresso”, ad appannarlo. 

– Luca Baioni, Untitled 1 e 2 dalla serie “Study for the female body III”, stampa fine art, 60×40, dettaglio della mostra collettiva “Brodo” presso Mucho Mas! Artist-run space, 2020. Photo Courtesy Mucho Mas! Artist-run space © Mucho Mas!/ Luca Vianello e Silvia Mangosio
“Evidence n.7“ di Giulia Parlato, dalla serie Diachronicles (2019-2021) Acetato su tavolo retroilluminato, 30×40 cm, in mostra presso Mucho Mas! Artist-run space, gennaio/febbraio 2022 Photo courtesy Giulia Parlato

MZ: Come possiamo rinnovare e ridisegnare il nostro vocabolario concettuale e immaginale attraverso un oltremedium, per ottenere una rappresentazione più chiara ed evoluta del nostro tempo e delle proiezioni sul tempo che verrà? 

MUCHO MAS! : Sia il nuovo linguaggio sia la metafotografia potrebbero essere espressioni di un mondo interno, comprendere i tempi esterni, comprendere il mondo, ma partendo da una profonda comprensione e aderenza a sé stessi. Perché sembra che tutti i fotografi autoriali abbiano la necessità, ora, di esplorare temi comuni tra loro, della finzione, dello svelamento? È una necessità che viene dal tempo in cui viviamo e si realizza o “si incarna” in questo tipo di ricerca? Trovo interessante che il nucleo profondo di molti artisti, ora, stia ragionando sugli stessi temi. Questo è sicuramente sempre successo nella storia, temi comuni che attraversano le epoche, ma perché proprio ora lo svelamento si rivela così centrale? Stiamo forse arrivando al nocciolo del nostro io, scoprendoci nudi di fronte a noi stessi, svuotati dal senso profondo e simbolico della vita a favore di quello del prodotto/consumo/denaro, e sentiamo che questo non basta, che qualcosa deve andare oltre per renderci non solo artisti ma, soprattutto, umani? 

MZ: Un modo fondamentale per descrivere un sistema complesso è quello di misurare la sua “rete”: il modo in cui le singole parti si collegano e comunicano tra loro. I biologi studiano le reti geniche, gli scienziati sociali studiano i social network e anche i motori di ricerca si basano, in parte, sull’analisi del modo in cui le pagine web formano una rete. Nelle neuroscienze, un’ipotesi di lunga data è che la connettività tra le cellule cerebrali giochi un ruolo importante nella funzione del cervello. Nell’ambito dell’arte contemporanea – e nel nostro caso nella metafotografia e nei media estensivi (che portano dentro altre discipline, linguaggi e tecnologie) – come possiamo far evolvere il medium attraverso un sistema più complesso (ovvero non più solo individuale ma più espanso)? È possibile mettere in atto un’opera collettiva, come fosse una più complessa struttura, empatica, simile alle strutture dei banchi di pesci o degli stormi di uccelli o degli sciami, che sembrano formare un unico organismo? 

MUCHO MAS! : Un’opera collettiva deve prevedere il ridimensionamento dell’ego del singolo. La collaborazione e compenetrazione deve essere tra pensieri e persone, tra energie. Penso che per forza di cose l’espansione e la connessione debbano passare, prima, per l’introspezione, nella consapevolezza di essere “realmente” parte di questo sciame, di questo sistema delicatamente interconnesso, verso un’ecologia della produzione artistica. Chiaramente come in passato il concetto di corrente, o riconoscimento di essa, potrebbe raffigurare lo sciame o l’ecosistema capace di interconnettere ulteriormente queste nuove metodologie e connessioni. Come i viaggi nelle periferie dei surrealisti, allo stesso modo in una metodologia più contemporanea gli artisti dovrebbero ricominciare a congiungersi e a riflettere come un unico essere biologico, capace di integrare o respingere, rinnovarsi o morire.

Dettaglio “Anche queste cose ti saranno in eterno ignote” di Achille Filipponi, stampa fotografica ai sali d’argento, presso Mucho Mas! Artist-run space. 2018. Photo Courtesy Mucho Mas! Artist-run space © Mucho Mas!/ Luca Vianello e Silvia Mangosio
Installation view “Incanto e paranoia (Tra due istanti)” di Sc_Nc, dettaglio della mostra collettiva “Brodo” presso Mucho Mas! Artist-run space, 2020. Photo Courtesy Mucho Mas! Artist-run space © Mucho Mas!/ Luca Vianello e Silvia Mangosio
Fondatori Silvia Mangosio e Luca Vianello, 2018, Photo Courtesy Mucho Mas! Artist-run space © Mucho Mas!/ Luca Vianello e Silvia Mangosio
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