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Mauro Zanchi: Quali rischi corriamo mentre il mondo si sta sempre più trasformando in un ambiente dominato dalle ITC (tecnologie dell’informazione e della comunicazione)?

Simone Monsi: Il rischio principale che avverto è di essere perennemente distratti dal sovraffollamento di informazioni. Tuttavia, penso anche che i processi di trasformazione siano ciclici e inevitabili, e li interpreto positivamente. Oltre all’analisi dei rischi, cerco di avanzare proposte per migliorare il presente. Uno dei temi che sto approfondendo è la trasformazione degli stati nazionali in fattorie fiscali, sostituendo alla loro funzione primaria di offrire servizi quella di riscossione dei tributi. In Italia il livello di tassazione dei redditi è molto alto e allo stesso tempo lo stato fornisce solo una rendicontazione sommaria per macro-settori della spesa pubblica. Mi interessa l’idea di sostituire l’agenzia delle entrate con l’agenzia delle uscite, che si occuperà di rendicontare attraverso l’obbligo di fatturazione elettronica come vengono spesi gli oltre 800 miliardi di euro che lo stato incassa ogni anno dalle tasse dei contribuenti.

MZ: Quali conseguenze agiranno sugli individui avvolti nell’iconosfera? Quale direzione deve seguire una nuova filosofia dell’informazione in un mondo sempre più tecnologizzato?

SM: La conseguenza di essere distratti dall’ascolto continuo di narrazioni esterne è di trovarsi a vivere in una dimensione immaginaria sfasata dalla realtà. La direzione da seguire è fare nostra la grammatica della sfasatura e utilizzarla per verificare la prospettiva di interpretazione degli avvenimenti. Creare narrazioni personali originali attraverso la riconfigurazione dei collegamenti tra i fatti che si osservano può riportare alla dimensione reale, percorrendo a ritroso il processo di sfasatura. Bisogna guardare meglio e sentire attraverso la luce, cioè focalizzare l’attenzione su ciò che si vede e interpretare le immagini attraverso la carica positiva o negativa delle emozioni che suscitano dentro di noi.

MZ: Le ITC ci costringeranno a vivere in spazi più limitanti o ci aiuteranno a risolvere problemi sociali e ambientali o innescheranno ulteriori problematiche?

SM: Dipende dalle intenzioni. Supponiamo che i padroni del mondo abbiano immaginato un futuro dove le persone debbano essere sempre controllabili; questi potrebbero sostenere l’esistenza di falsi problemi di carattere globale per poi proporne la soluzione attraverso l’implementazione di tecnologie invasive della privacy dell’individuo ma necessarie per il supposto bene comune. Allo stesso tempo però, la presenza capillare delle ITC apre a potenzialità di diffusione delle informazioni di strabilianti proporzioni.

MZ: Che ruolo ha l’indagine artistica della metafotografia nell’attuale realtà iper-storica, pervasa dalla cybercultura, dal postumanesimo e dall’iconosfera?

SM: Penso che dovrebbe astenersi dal semplice commento del momento presente per proiettarsi invece nella lettura trasversale dell’iperstoria, facendo riemergere archetipi universali ora sommersi, i quali potrebbero facilitare una comprensione più piena di una realtà che soffre dell’occultamento della sfera spirituale dell’individuo e della collettività.

MZ: Le ITC registrano e trasmettono attraverso l’evoluta capacità di processare. Hanno però anche prodotto un notevole deficit concettuale rispetto ai risvolti etici che le nuove tecnologie hanno prodotto su di noi e sull’ambiente. Come può la ricerca artistica aiutare l’antropologia filosofica che analizza l’informazione, l’iperstoria e l’infosfera?

SM: Dovrebbe avere il ruolo di proporre prospettive alternative di interpretazione del reale. Comportarsi come il prisma fa con la luce. Approcciare il fascio di informazioni che viene proposto come narrazione della realtà e dividerlo nelle sue parti costituenti, verificando l’autenticità di queste e svelandone altre occulte.

MZ: Dopo le rivoluzioni messe in azione da Copernico, Darwin e Freud, la quarta rivoluzione che nuove sfide globali sta innescando?

SM: La sfida della verità, verso la decodificazione delle spinte propulsive che hanno determinato questa e le precedenti rivoluzioni, nella ricerca di comprenderne gli scopi attraverso i risultati a cui hanno portato. Dopodiché, immagino di sfruttare il fatto di essere connessi globalmente attraverso una rete di comunicazione digitale per traslare la stessa struttura di trasmissione di informazioni su di un piano non materiale, per considerare la fattibilità di un’internet spirituale che possa supportare la partecipazione a una memoria universale condivisa.

MZ: Che azione si instaura tra il medium oltrefotografico e gli ambienti artificiale, digitale, sintetico e della naturcultura?

SM: Immagino il medium oltrefotografico come un corpo in ascesa, che attraversa questi ambienti di cui ne fa la sua pelle esterna, mentre i sistemi di funzionamento degli stessi si configurano come il suo sistema nervoso.

MZ: Come possiamo rinnovare e ridisegnare il nostro vocabolario concettuale e immaginale attraverso un oltremedium, per ottenere una rappresentazione più chiara ed evoluta del nostro tempo e delle proiezioni sul tempo che verrà?

SM: Penso a due modi: il primo è di svelare tramite la carica iconica delle immagini gli equilibri di potere che restano solitamente nell’ombra ma le cui intenzioni producono effetti che possono essere documentati visualmente. In secondo luogo, attraverso questo processo di svelamento, si potrà idealmente accedere a un registro alt(r)o, verso una comprensione dell’esistente evoluta, espansa, approfondita.

MZ: In passato il passaggio da un linguaggio a un metalinguaggio ha innescato nuove possibilità di senso e inedite letture della realtà. Nel panorama attuale della fotografia contemporanea, lo spostamento concettuale dalla scrittura di luce alla metascrittura di luce verso quali interrogazioni metalinguistiche si dirige? Siamo veramente indotti a svolgere un metadiscorso sul senso?

SM: Sì, l’intento è quello di rendere visibili significati che di solito si intuiscono solo vagamente e spostare il discorso su un piano che possiamo chiamare “metavisivo”: rappresentare la realtà come evidenza materialmente visibile di forze e intenzioni che si muovono su livelli altri, spirituali.

MZ: Ammettiamo che il parlare metalinguistico dell’uomo sia soltanto una serie di menzogne e che la comunicazione sia soltanto una successione di malintesi. Anche la scrittura e la scrittura di luce sono, o sono stati, tradimenti rispetto al vero senso presente nel reale?

SM: Più di un tradimento lo definirei se non altro un appiattimento. Forse la traduzione in scrittura e le rappresentazioni visuali del reale sono forme limitate per interpretarlo pienamente. Immagino che per comprendere appieno l’esistente, inclusa la sua parte spirituale, ci si debba rivolgere a metodi di lettura oltrelinguistici. Il silenzio è uno di questi.

MZ: Un modo fondamentale per descrivere un sistema complesso è quello di misurare la sua “rete”: il modo in cui le singole parti si collegano e comunicano tra loro. I biologi studiano le reti geniche, gli scienziati sociali studiano i social network e anche i motori di ricerca si basano, in parte, sull’analisi del modo in cui le pagine web formano una rete. Nelle neuroscienze, un’ipotesi di lunga data è che la connettività tra le cellule cerebrali giochi un ruolo importante nella funzione del cervello. Nell’ambito dell’arte contemporanea, e nel nostro caso nella metafotografia (che porta dentro di sé altre discipline e tecnologie), come possiamo far evolvere il medium fotografico attraverso un sistema più complesso, ovvero non più solo individuale ma più espanso?

SM: Una possibile evoluzione del medium potrebbe seguire la direzione che, parafrasando la teorica dei media McKenzie Wark, porterebbe verso uno spostamento dell’attenzione dell’artista dall’esperienza estetica della quotidianità a una ricostruzione della quotidianità, cioè passare da una rappresentazione mimetica della realtà a una descrizione figurata di una relazione tra cose che già esiste ma non è visibile. Inoltre, mi piace immaginare di poter espandere questo tipo di approccio anche alla nostra sfera interiore e allo spazio della coscienza in generale. Questa direzione di indagine potrebbe essere la forma-pensiero che accomuna gli elementi costitutivi (gli artisti e le loro ricerche) della rete di collegamenti alla base di un possibile sistema metafotografico.

MZ: Alla luce di certe notizie apparse sui giornali in queste settimane, mentre stanno cercando di capire se il covid-19 stia in sospensione nell’aria e per quanto tempo – soprattutto nella pianura padana, che è la zona più inquinata in Italia – tu che hai studiato le questioni del particolato metallico e realizzato lavori su questo argomento hai trovato informazioni relative a un probabile collegamento tra inquinamento e trasmissione dei virus?

SM: Anch’io ho letto dell’ipotesi che il virus SARS-coV-2 possa essere trasportato nell’aria dal particolato inquinante, ma finora non ho trovato risposte che mi abbiano convinto. Mi pare strano però che tale informazione non fosse già nota alla scienza. Infatti, ci viene detto che il SARS-CoV-2 è una nuova mutazione di coronavirus, famiglia di virus conosciuta e presente sui libri di testo da diversi decenni. Se tale evenienza fosse realistica, non capisco come non si sia riusciti a dimostrarla già in passato. Quel che il buon senso mi spinge a pensare è invece che se l’inquinamento da particolato colpisce principalmente l’apparato respiratorio si può dunque immaginare come la popolazione che abita la pianura padana possa essere più vulnerabile a patologie che attaccano quello stesso apparato. Nondimeno, mi è parso di capire dai dati sulla mortalità diffusi dall’ISS che l’età media dei deceduti avesse un’età media superiore ai 70 anni e che più del 90% di questi soffrisse di una o più patologie pregresse. Quindi, indipendentemente dal fatto che il virus possa viaggiare nell’aria trasportato dal particolato inquinante, possiamo dedurre che questo si possa diffondere maggiormente fra una popolazione anziana, già malata di altre patologie e con un sistema respiratorio affaticato da una cattiva qualità dell’aria.

MZ: Cosa cambierà nel campo dell’arte contemporanea, dopo le conseguenze causate dalla pandemia da covid-19?

SM: Il mio augurio è che l’operato degli artisti possa contribuire ad arginare la pandemia della perdita di senso critico da parte delle persone, le quali potrebbero ingenuamente credere che dietro le varie narrazioni provenienti da uno schieramento piuttosto che un altro non si celino interessi di parte. Per far questo, penso che l’arte non possa essere limitata a mero intrattenimento visivo, bensì debba essere stimolo di dibattiti intellettuali e contribuire a prese di coscienza, confermandosi presidio stabile di libertà di pensiero. Inoltre, sento necessario ribadire che, a mio avviso, l’artista debba trovare il coraggio di esprimere un’opinione sul presente! – che comprendo essere attività più faticosa di esprimersi su dibattiti del passato già archiviati nei libri di storia, ma che ritengo essere imprescindibile. L’arte contemporanea deve riconfermarsi avanguardia, di forma e soprattutto di pensiero, al fine di delineare i contorni del futuro attraverso un’oltre-lettura del presente.

Interview with Simone Monsi

By Mauro Zanchi

Mauro Zanchi: What risks do we face as the world is increasingly transforming into an environment dominated by ICT (Information and Communications Technology)?

Simone Monsi: The main risk that I see is that we are perpetually distracted by the overcrowding of information. However, I also think that the transformation processes are cyclical and inevitable, and I interpret them positively. In addition to performing risk analysis, I try to make proposals to improve the present. One of the topics that I am investigating is the transformation of national states into tax farms, where the nation state’s primary function of providing services is replaced with that of collecting taxes. In Italy, the level of income taxation is very high and at the same time the state provides only a summary reporting of public expenditure by macro-sectors. I’m interested in the idea of ​​replacing the revenue agency with the “agency of the outputs”, which will take care of reporting, through an electronic invoicing system, how more than 800 billion euros of taxes collected each year are spent.

MZ: What consequences will individuals wrapped up in the iconosphere face? What direction should a new philosophy of information follow, in an increasingly technologized world?

SM: The consequence of being distracted by continually listening to external narratives is to find oneself living in an imaginary dimension out of phase with reality. The direction to follow is to make the out-of-phase grammar our own and use it to verify perspectives and interpretations of events. Creating original personal narratives through the reconfiguration of connections between facts that can be observed can bring us back to the real dimension, going backwards through the out-of-phase shifting process. We need to look better and feel through the light, meaning to focus our attention on what we see and to interpret images through the positive or negative charge of the emotions they arouse within us.

MZ: Will ICT force us to live in more limiting spaces and trigger further problems or will they help us solve social and environmental problems?

SM: It depends on the intentions. Let’s suppose that the masters of the world imagined a future where people should always be controllable – they could claim the existence of false global problems in order to propose their solution through the implementation of technologies that invade individual privacy but supposedly help the common good. At the same time, however, the widespread presence of ICT opens up the potential for disseminating information with amazing proportions.

MZ: As we project ourselves towards the future, we negotiate a balance and try to adapt to the unprecedented conditions of life, where new technologies are always put on the market, each time redesigning our relationships with machines before the last ones have settled and matured. What role does the artistic investigation of metaphotography play in today’s hyper-historical reality, a reality pervaded by cyber-culture, post-humanism and the iconosphere?

SM: I think artistic investigation should avoid simply becoming a comment on the present moment. Instead it could project itself into a transversal reading of hyper-history, recovering forgotten universal archetypes, which could facilitate a fuller understanding of our reality. At the moment I believe our reality suffers from the concealment of the individual’s spiritual sphere as well as a communal one.

MZ: ICT records and transmits through the advanced ability of processing. However, they also produce a significant conceptual deficit with respect to ethical implications for us and the environment. How can artistic research help philosophical anthropology that analyzes information, hyper-history and the infosphere?

SM: Artistic research should have the role of proposing alternative perspectives for interpreting reality, behaving like a prism does with light. It would approach the stream of information that is proposed as the official narrative of reality and divide it into its constituent parts, verifying the authenticity of those and revealing other hidden ones.

MZ: After the revolutions put into action by Copernicus, Darwin and Freud, what new global challenges is the fourth revolution triggering?

SM: The challenge is one of obtaining truth, by which I mean working towards an understanding of the driving forces that led to the present and previous revolutions, decoding their actual aims from within their outcomes. After that, I imagine the next challenge would be to exploit the fact of being globally connected through a digital communication network in order to transmit information on a non-material level; to consider the feasibility of a spiritual internet that can support the participation in a shared universal memory.

MZ: What action takes place between the beyond-photographic medium and the artificial, digital, synthetic and naturcultural environments?

SM: I imagine the beyond-photographic medium as an ascending body that passes through these environments of which it makes its external skin, while the functioning systems of the same environments are configured as its nervous system.

MZ: The new metaphotographic research should master the difficult art of swimming and thinking against the current to identify additional intellectual possibilities and to tackle other issues beyond the ebb and flow of more deeply rooted ideas. How can we renew and redesign our conceptual and imaginal vocabulary through a beyond-medium to obtain a clearer and more advanced representation of our time and projections of the time to come?

SM: I think of two ways: the first is to reveal, through the iconic charge of images, the balances of power that usually remain in the shadows but whose intentions produce effects that can be documented visually. Secondly, through this unveiling process, it will be possible to access a different (upper) register, towards an evolved, expanded, in-depth understanding of the existing.

MZ: In the current panorama of contemporary photography, in which both the producers of works and the public live in a meaningful world (at least if we follow Algirdas Julien Greimas’ definition of meaning1), every question becomes metalinguistic. We are induced to carry out a metadiscussion about meaning, and, in the case of the medium in question, meaning becomes a transposition of one language level onto another (which in this specific case can be “metaphotographic”).

SM: Yes, the intent is to make visible meanings that are usually only vaguely perceivable and move the discussion to a level that we could call “metavisual” – to represent reality as materially visible evidence of forces and intentions that operate on other levels, spiritual levels.

MZ: Let’s suppose that humans’ metalinguistic speaking is only a series of lies and that communication is only a succession of misunderstandings. Are writing and the writing of light also lies- or have they been, betrayals with respect to the true sense of reality?

SM: More than a betrayal I would call it a flattening. Perhaps, the translation into writing and the visual representations of reality are limited forms to fully interpret it. I imagine that to fully understand the existing, including its spiritual part, one must turn to beyond-linguistic reading methods. Silence is one of them.

MZ: A fundamental way to describe a complex system is to measure its network: the way in which the individual parts connect and communicate with each other. Biologists study gene networks, social scientists study social networks, and search engines also rely, in part, on analyzing how webpages form a network. In neuroscience, a longstanding hypothesis is that connectivity between brain cells plays an important role in brain functioning. In the context of contemporary art, and in our case in metaphotography (which carries within it other disciplines and technologies), how can we make the photographic medium evolve through a more complex system – not just individual but more expanded?

MS: A possible evolution of the medium could follow the direction that, paraphrasing the media theorist McKenzie Wark, would lead to a shift in the artist’s attention from the aesthetic experience of everyday life to a reconstruction of everyday life. This entails at shift from a mimetic representation of reality to a figurative description of a relationship between things that already exists but are not visible. Furthermore, I like to imagine being able to expand this type of approach to our inner selves and to the space of consciousness in general. This direction of investigation could be the thought-form that unites the constituent elements (artists and their practices) within the network of connections forming the basis of a possible metaphotographic system.

1 Greimas, A.J. On Meaning: Selected Writings in Semiotic Theory. Minneapolis: University of Minnesota Press, 1987.