Parola, PR 2011 – Luca Massaro (da “Foto Grafia”, Danilo Montanari Editore 2015)

Mauro Zanchi: In certe fotografie, le parole a volte sono presenti per mettere in discussione l’oggettività dell’immagine, in alcuni casi per segnalare l’artificio della comunicazione, per indurre una riflessione sul potere descrittivo della fotografia o per evocare qualcos’altro. Che rapporto si costituisce tra linguaggio scritto e immagine?

Luca Massaro: Lo scontro-incontro di due mondi è un cortocircuito che funziona quando c’è una certa carica strutturale e tensione tra gli elementi, per far nascere quel “third something” — di cui parlava Ėjzenštejn — che è maggiore della somma delle sue parti. Per questo forse, m’interessano tanto la dualità e le antinomie all’interno dei lavori foto-testuali.

MZ: La Trahison des images (Il tradimento delle immagini), di Magritte, vive nel rapporto tra la figura di una pipa dipinta e una scritta (altrettanto dipinta) che nega la sua immagine e funzione: Ceci n’est pas une pipe. Cosa accade attraverso questo cortocircuito?

LM: Bello il titolo e il suono in francese. E oltre al lato concettuale, che oggi può apparirci ovvio, trovo l’esecuzione molto attraente visivamente. La struttura ricorda quella dei meme di oggi. O degli iconotesti del mediascape, le fotografie con grafiche applicate inserite nel paesaggio contemporaneo, le pubblicità di moda con logo, i billboard, le cover musicali ed editoriali. Credo che l’associazione di questi due elementi si continuerà ad evolvere nel linguaggio comune e per mimesi nell’arte contemporanea: in questo modo il linguaggio icono-testuale mantiene una dimensione archetipica pur parlando il linguaggio del proprio tempo.

Concept, Tokyo 2012 – Luca Massaro (installation view “Telemarket” @ Gluqbar 2018)
Foto Grafia Installation View T14 Contemporary – Luca Massaro

MZ:       Che valore e che ruolo ha la parola fotografata nelle tue opere?

LM: Le parole come le immagini hanno valori interpretabili e variabili, e proprio questo mi affascina. Nel mio lavoro la parola una volta fotografata diventa immagine piatta e bidimensionale. M’interessano l’unione di linguaggi e materiali opposti per crearne di nuovi, la dualità non solo linguistica ma anche temporale, legata insieme al presente e alla tradizione in evoluzione.

MZ: In alcune tue fotografie la parola è contenuta nel contesto urbano, è scrittura esposta nel paesaggio contemporaneo. In altre, le parole fotografate aprono e dilatano lo spazio evocando ulteriori questioni. Che cosa accade in queste aperture?

LM: Proprio in questi giorni inaugura a Reggio Emilia (per il progetto Giovane Fotografia Italiana con cui ho esposto durante Fotografia Europea 2016) un’installazione pubblica di 5 billboard, introdotti da un bel testo di Franco Bifo Berardi. I 5 lavori inediti site-specific riproducono, su billboard di 3 metri, parole tratte da fotografie che ho scattato, spesso con il cellulare, tra Europa, Giappone, Messico, America. Attraverso procedimenti vettoriali e d’ibridazione di due linguaggi, commerciali e concettuali, le “grafie” fuori contesto diventano fotografie e viceversa, significati-significanti, mettendo in discussione il valore culturale e sociale assunto oggi dalle immagini, dall’immaginazione e dall’immaginario, “frammenti rifulgenti di pubblicità strappata che non è più pubblicità”.

Eccetera, Mexico City Billboards Reggio Emilia – Luca Massaro
Spazio Libero Installation View © Ph. Virginia Cipressi
Billboard Reggio Emilia Spazio Libero Public Installation a cura di Ilaria Campioli e Daniele De Luigi
Gemelli, Milano da 5 Billboard Reggio Emilia Spazio Libero Public Installation a cura di Ilaria Campioli e Daniele De Luigi © Ph. Annamaria Fabbi
La Vita, New York da 5 Billboard Reggio Emilia Spazio Libero Public Installation a cura di Ilaria Campioli e Daniele De Luigi © Ph. Annamaria Fabbi
Persona, Osaka da 5 Billboard Reggio Emilia Spazio Libero Public Installation a cura di Ilaria Campioli e Daniele De Luigi © Ph. Renza Grossi
Eccetera, Città Del Messico da 5 Billboard Reggio Emilia Spazio Libero Public Installation a cura di Ilaria Campioli e Daniele De Luigi © Ph. Renza Grossi

MZ: Ci sono cose (e anche parole o scritte nei luoghi dove ci aggiriamo) che non riusciamo a vedere o comprendere prima che vengano fotografate?

LM: Sempre all’interno del progetto a Reggio Emilia mi è stato chiesto di proporre un esercizio didattico per bambini: le generazioni del futuro utilizzano le parole e le immagini in maniera interscambiabile e sarebbe bello che più spesso a scuola si studiasse come funzionano queste connessioni. Come in una caccia al tesoro, i bambini disegneranno o fotograferanno le insegne, le lettere e le scritte che trovano nei loro tragitti quotidiani: vorrei che poi stampassimo ingrandite queste scritte e segni. Dal loro testo disegnato, potremmo guardare i segni su tela di Cy Twombly; dalle loro fotografie con il cellulare, raccontare i primi libretti fotografici di Ed Ruscha: in ogni caso, in questo loro gesto e sforzo, potrebbe scattare un pensiero. La cosa che mi piace di più e non mi stanca mai della fotografia è la continua auto-educazione e disciplina nel vedere. Ogni tanto alcuni amici mi mandano delle scritte che trovano per strada da aggiungere alla mia collezione che dura da 10 anni: non so, un ferramenta a Londra che si chiama Alter Ego.

MZ: Neil Leifer un giorno ha detto che “la fotografia non mostra la realtà, ma l’idea che se ne ha”. E le parole fotografate cosa rivelano dell’idea che abbiamo rispetto alla realtà?

LM: La scrittura è un “vetro appannato”, ma io arrivo anche da un altro mondo, quello più basso e “aspirazionale” delle pubblicità e delle grafiche online, che con la realtà non hanno mai avuto molto a che fare. Da piccolo sfogliavo insieme un catalogo di Ghirri e Guidi (il fotografare “quello che c’è”) e IO Donna di mia madre: quella è la mia storia da cui deriva il mio linguaggio e sarebbe sbagliato nasconderla. La visione della realtà e le idee sono sempre soggettive, così come ogni rivelazione non può che essere personale: la magia è quando la rivelazione diventa (allucinazione?) collettiva. Nei miei lavori, la “realtà” e la “verità” soggettive sono un po’ nascoste dietro la superficie, e sarebbe presuntuoso e forse sbagliato pensare di poterle rivelare.

MZ:   In Tentativo fallito di fotografare la realtà (1975), Duane Michals scrive un testo direttamente sulla carta fotografica.  La parola qui coincide con l’immagine contenuta nell’opera fotografica. Esprimendo con il linguaggio scritto la sua difficolta di fotografare la realtà, rivela il limite dell’oggettività. Cosa accade in questa coazione tra due linguaggi?

LM: È bello forse proprio perché questo “tentativo fallito di fotografare la realtà” in maniera oggettiva crea il linguaggio soggettivo e la “realtà” di Michals. “Mettere al mondo il mondo”. Nei giorni di quarantena, è nato un nuovo monocromo nero. Sul vetro ho stampato (con la tecnica che uso dall’ultima mostra a Viasaterna) un decal inkjet estratto da una foto fatta anni fa col cellulare. Una parte dell’insegna di un negozio da casalinghe, “Millecose”, diventa il centro del lavoro e la sua didascalia. Il monocromo è la storia della pittura astratta –l’abbandono del tentativo della rappresentazione oggettiva, se mai è esistita– ma anche l’impossibilità di fotografare, lo schermo del computer spento, la carta non esposta, l’umore, un bel colore.. M’interessa la tridimensionalità e materialità del lavoro che va visto di persona per essere apprezzato al 100%. Credo che una stampa decal, di una scritta bidimensionale in una cornice tridimensionale su carta fotografica, assuma significati più complessi rispetto all’esperienza personale e alle singole caratteristiche dei materiali. Lo stesso succedeva quando entravi nel negozio “Titti Millecose” e ne uscivi sempre con qualcosa di nuovo.

MZ: In alcuni lavori fotografici di Walker Evans, Lee Friedlander e di Shannon Ebner i soggetti sono lettere dell’alfabeto o parole trovate in giro per le città. Le loro opere si sono decantate nel tuo immaginario?

LM: Considera che quando ho pubblicato il primo libro sulle parole con Danilo Montanari Editore avevo 23 anni e sapevo malapena chi fosse Walker Evans, da cui il reggiano Ghirri aveva preso tanto, anche la foto-grafia di parole. Proprio perché non ho studiato fotografia ma semiotica, e la mia ricerca proveniva probabilmente in egual misura dai forum online e dalla cartellonistica pubblicitaria. Il lavoro di Lee Friedlander a cui ti riferisci me l’ha fatto conoscere dopo Sabrina Ragucci (altra artista che utilizza fotografie e testi), quando ha scritto la postfazione per un mio piccolo lavoro di residenza successivo. In ambito fotografico, forse, più che i bei libri di Evans, Friedlander e Ebner, mi ha dato coraggio la libertà di Robert Frank e i suoi “brutti” e criticati segni e scritte su negativo, con cui ha vandalizzato la sua stessa storia di The Americans. Come Jasper Johns ripeteva dipinti di bersagli, bandiere e poi anche lettere e alfabeti, così gli alfabeti e bandiere di Boetti ricordano molto il precedente di Johns, ma con l’aggiunta di una grammatica e materialità personale. Più che il soggetto –la parola è una forma d’arte da migliaia di anni–, m’interessa l’esecuzione e il linguaggio, che come nel parlato, malgrado i dialetti, gli accenti e l’appartenenza sociale, è sempre in qualche modo personale.

Flag, 2019 New York – Luca Massaro (da Vietnik, 2019 Gluqbar Editions)

MZ:       Tu pensi che in noi si inneschino sensazioni o visioni differenti se ci rapportiamo con parole o testi letti in un libro e invece con parole fotografate o testi presenti in fotografie?

LM: Per una risposta completa ci vorrebbero pagine e pagine: e, a proposito di parole scritte, forse nessuno vorrebbe leggere le mie qui. La mia tesi di laurea del 2014 in Linguistica/Letterature scritta a Parigi era proprio su questo: “Foto Grafia – il rapporto tra immagine fotografica e parola nell’era contemporanea, dalle arti visive alla letteratura e comunicazione”. “Foto Grafia” è diventato da lì a poco anche il titolo del mio primo libro, e la cover assomigliava a quella di default di una tesi. Per approfondimenti consiglio i testi di Federica Chiocchetti (photocaptionist.com) per un analisi del fenomeno che parte dalla fotografia, e di Andrea Cortellessa per la controparte letteraria. Articoli di entrambi compaiono sulla recente PBR di Aperture curata da Chiocchetti proprio sull’argomento: https://aperture.org/blog/pbr-16-editors-note-hashtags/

MZ:  La medialità delle immagini si estende anche al di là del visivo: nell’uditivo, nell’olfattivo, nel tattile e nel gusto. Le immagini viaggiano da un senso all’altro? Noi conteniamo immagini “ab origine”, figurazioni (o altro) presenti nella nostra memoria prima che avessimo fatto esperienza diretta del mondo attraverso i media del nostro corpo e della nostra vita, che sono da qualche parte in noi, e attendono di essere attivate?

LM: Per le installazioni mi piacerebbe lavorare proprio sulla sinestesia e sulla sincronicità dell’esperienza visivo-mentale. Anche qui per una risposta completa dovremmo chiedere ad accademici molto più esperti di me. Ogni tentativo di avvicinarsi al nocciolo concettuale è fondamentale, pur sapendo che forse alla fine questa ricerca è come il mito di Sisifo: mi è sempre piaciuta la frase (di non so chi) secondo cui gli artisti, in maniera inversamente proporzionale rispetto ai filosofi, dicono cose complesse in maniera semplice. Riguardo alle immagini “ab origine” sono d’accordo al 100%: ne parla Jung negli Archetipi, e ne ritroviamo declinazioni infinite nei sogni, che in questo periodo di quarantena mi sto appuntando. Anche in alcune forme d’arte particolarmente riuscite — e forse è proprio questo l’obiettivo del creatore di immagini—, sembra che il risultato, rivelato, velato o svelato, “esista da sempre”.

?, 2017 New York – Luca Massaro (da Vietnik, 2019 Gluqbar Editions)