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Sono passati circa vent’anni dal regno del VHS e oggi questo supporto analogico apparirà sicuramente agli occhi dei più una tecnologica antiquata. La sua fine arrivò alla fine degli anni Novanta con l’emergere del digitale e delle possibilità infinite dell’utilizzo del codice binario. Al periodo di convivenza dei due mezzi è dedicata “VHS+ video/animazione/televisione e/o indipendenza/addestramento tecnico/controllo produttivo 1995/2000” allestita nella Project Room del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna conclusasi domenica 17 febbraio. In esposizione le produzioni dal 1995 al 2000 dei collettivi del Link come Opificio Ciclope, Fluid Video Crew, Ogino Knauss, Otolab e Sun Wu Kung le cui sperimentazioni mixmediali erano espressione di un nuovo linguaggio espressivo sperimentale che andava sviluppandosi in tutta Europa.

A conclusione della mostra, come una sorta di finissage, Luca Barra, Silvia Grandi (curatrice di VHS+) e Fabiola Naldi hanno organizzato il convegno “VHS+ 1995-2000. Video e televisione tra analogico e digitale” (giovedì 14 febbraio, DAMLab, Bologna) durante il quale è stata ripercorsa la storia della tecnologia analogica, la sua convivenza con il digitale e la sua fine con il sovrastare del web. “L’intenzione” – afferma Silvia Grandi ad apertura della giornata – “è quella di approfondire tematiche che sono in luce nella mostra, alcuni snodi fondamentali come la sperimentazione, ma soprattutto la mescolanza di dispositivi diversi”. Il passaggio da analogico a digitale è stato infatti ormai storicizzato, ma troppo spesso forse se ne dimentica il ruolo fondamentale nello sviluppo dell’espressività contemporanea.

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La giornata si apre con l’intervento di Luca Barra ed una panoramica sulla trasformazione della televisione italiana degli anni Novanta che vede “il consolidamento di un sistema misto nato negli anni Ottanta con la legge Mammì e contemporaneamente l’apertura di spazi di sperimentazione come RAI3”. Un panorama mediatico indispensabile per la nascita di emittenti televisive come MTV alla quale Antonio Campo Dall’Orto dedica quasi un’ora di bellissimo racconto. Un programma-simbolo del periodo felice nel quale si inserisce proprio quella sovrapposizione sperimentata dai collettivi presenti in mostra. L’ex direttore ne mette in luce gli aspetti fondamentali quali “l’importanza della direzione creativa come scelta estetica, l’interazione con la cultura e l’utilizzo di una parte del canale per il sociale”. MTVItalia viene lanciato nel 1997 con la campagna “no sense makes sense on MTV”, uno slogan diretto ed esplicito che comunica una piena libertà espressiva. La creatività come strumento di comunicazione sarà non solo l’arma vincente del canale, ma anche l’elemento di maggiore influenza negli altri mezzi espressivi. Impossibile, ad esempio, è guardare agli artisti del 2000 senza pensare ai videoclip musicali che per Gianni Sibilla “hanno modificato non solo la musica, ma il modo di raccontarla e il linguaggio audiovisivo più in generale”.

Il rapporto dell’arte con il tubo non è però solo affare del nuovo millennio. Se quasi scontata appare il legame con artisti come Nam Jun Paik, Joseph Beuys, Lucio Fontana, e la video arte degli anni Ottanta, forse meno immediato è il rapporto con le sperimentazioni artistiche degli anni Novanta. “Il digitale”, ricorda Sandra Lischi, “segna una svolta epocale non solo per le riprese, ma anche per il montaggio”. In molti ad esempio, costretti dai costi eccessivi degli studi di montaggi, avevano accumulato materiale senza poterlo lavorare. La nuova tecnologica, anche se non in maniera immediata e subito positiva, ha facilitato la sperimentazione su effetti senza perdita di segnale, ha consentito il compositing cioè una forma a palinsesto che in sostanza incorpora lo zapping in una sola immagine, ha portato all’affermarsi di nuove forme di narrazione come l’autoetnografia e all’emerge di un genere nuovo fatto di ritagli virtuali, di collage, di intarsi digitali che mettono a confronto epoche e spazi diversi come quelli di Christian Boustani.

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Da una parte la fine dell’epoca dell’arte in tv porta gli artisti “a rivolgersi ai musei e ai teatri producendo immagini belle, anche se non necessarie” (Sandra Lischi) e dall’altra ad un ritorno alla performance tipica degli anni Settanta in quanto ritenuta forma imperfetta. E’ da quest’ultima esperienza che emerge probabilmente quel ritorno ai collettivi che sono simbolo stesso di commistione e interferenze.

Nel 2008, a distanza di tre anni dalla nascita di YouTube e nello stesso anno del suo inglobamento sotto Google, Michael Stipe dei REM affermava la morte del videoclip, una dichiarazione in tutto e per tutto simile a “Video Killed The Radio Star”. La negazione delle possibilità di un nuovo mezzo/strumento/tecnologia può essere insomma considerato un mantra. Eppure l’attitudine al fai da te, alla manipolazione dei contenuti dei media è fatto ben più recente. Valentina Nanni riporta alla memoria le cultura underground con la sua capacità e volontà di creare contenuti in modo indipendente spianando così la strada alle esperienze del web, ma anche alla bad room culture e alla sua riproposizione attuale con i videoblog.

MTVItalia oggi è rilegata ad uno dei tanti canali del digitale terrestre e gli altri canali musicali esistono per la maggior parte come costola dei programmi radio. Nell’epoca di una televisione ipergeneralista “Blob” sembra essere l’unico a sopravvivere, mentre appaiono come un ricordo ormai lontano le sperimentazioni di Mediaset che aveva portato nelle case degli italiani capolavori di creatività all’italiana come “La notte dell’angelo” e “Gene Gnocchi alla Biennale”. L’arte è protagonista di canali tematici come SKYArte Italia e di alcuni programmi di Rai5 e Rai Storia. Tanti sono i festival nazionali e internazionali dedicati al video e alla videoarte che hanno visto nel corso degli anni la fine della loro avventura, altri come “INVIDEO” sembrano resistere. Ci sono poi esperienze come quelle di Home Movies a Bologna, lo stesso convegno qui presentato e il vj set – live act che lo ha seguito che dimostrano un interesse ancora vivo per il video in tutte le sue forme, senza discriminazioni tecnologiche. E nell’arte? Se da una parte in esperimenti come il film interamente ripreso con un Iphone di Michel Gondry emerge la ormai consolidata funzione estetica della bassa qualità, dall’arte le opere di artisti come Mika Rottenberg, Jon Rafman e Shirin Shat mettono in luce come il video sia oggi mezzo espressivo e strumento di studio di un linguaggio/contenuto che assorbe i nuovi elementi digitali. Precoce dunque, se non del tutto errato, è affermare la morte del video. Lo era alla fine dell’epoca dell’analogico e lo è ora nelle infinite possibilità del digitale.

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