• Tardo Qing (1850- 1911) e Repubblica (1911-1949), Monocromi, Jiangxi, Chine
  • Maurizio Vetrugno, Opium Den, tapestries, detail, 2015 Digitally elaborated images of Villa della Regina’s Chinese rooms Printed on fabric (detail)
  • Villa della regina, Torino - dettaglio, Specchi
  • Maurizio Vetrugno, Opium Den, tapestries, detail, 2015 Digitally elaborated images of Villa della Regina’s Chinese rooms Printed on fabric (detail)
  • Maurizio Vetrugno, Opium Den, tapestries, detail, 2015 Digitally elaborated images of Villa della Regina’s Chinese rooms Printed on fabric (detail)
  • Jun-type di epoca Ming( 1368 -1644) e Qing ( 1644-1911)
  • Forma irata di Vajrapāṇi Tibet o Cina , XVIII secolo / Tibet or China, XVIII C. MAO Museo d’ Arte Orientale di Torino Proprietà / Courtesy Regione Piemonte
  • Maurizio Vetrugno, Opium Den, tapestries, detail, 2015 Digitally elaborated images of Villa della Regina’s Chinese rooms Printed on fabric (detail)
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  • Vaso viola_Violet vase Vaso in forma antica (Zun), Jun, Dinastia Ming , Cina XVI Sec. Zun shaped Vase with Jun Glaze, Ming Dynasty, China XVI C
  • Guangzhou workshops, XVIII e XIX secolo, Qing Dynasty
  • Hannibal and the Taurini is an illustration of the ancient peoples who lived in the upper valleys of Piemonte. Their chief town (Taurasia or present day Torino) was captured by Hannibal's forces and his fleet of 100 armored elephants after a three-day siege in 218 BC.

E’ uno dei luoghi più attesi dell’intera fiera. Dai racconti di Maurizio Vetrugno, l’artista che ha curato la ‘trasformazione’ della Vip Lounge di Artissima, si evince che avremo la sensazione non solo di essere trasportati in un altro luogo molto lontano da Torino, ma anche nel tempo, in ere antiche e, per noi occidentali, misteriose. E’ la Cina la protagonista di “Opium Den” – questo il titolo scelto da Vetrugno -, nelle sue tante sfaccettature culturali, artistiche e storiche. Nella conversazione-fiume che ho avuto con l’artista, la sensazione è quella di essere travolti da oggetti rari, preziosi e ingannevoli. Perché, come in un gioco di specchi, la Cina autentica scivola in quella immaginata e costruita in Occidente, per ritornare, trasformata, all’originale.  Vetrugno ha esordito così: “Fare una mostra in un museo sarebbe stato senza dubbio più facile”.

ATP: Partiamo dal titolo di questo progetto, “Opium Den”. Cosa significa e perché lo hai scelto?

Maurizio Vetrugno: Il titolo è stato un po’ un escamotage, per cercare di evocare uno spazio di piacere, o che evocasse un’atmosfera un po’ fuori dallo spazio e dal tempo. In realtà, se ci penso, ci sono solo due o tre oggetti che possono richiamare una fumeria d’oppio, nella fattispecie c’è una pipa da tabacco (che è un mio lavoro), altre due cose sono dei miei ricami dove ci sono dei papaveri da oppio ricamati. In ogni caso, non c’è una presenza massiccia di papaveri o riferimenti al consumo dell’oppio. Il titolo nasce dunque per evocare uno spazio di evasione che fosse, sostanzialmente, collegato alla Cina.

ATP: In ogni caso, anche un richiamo non palese all’uso dell’oppio mi sembra calzare con uno spazio che, dentro ad una fiera d’arte, vuole essere un momento di sospensione o rapimento.

MV: Certo, tra tutte le droghe l’oppio è la sostanza che ha più rimandi alla storia della letteratura occidentale. De Quincey, Coleridge, Poe, Gautier, Baudelaire, Nerval, Hugo, Novalis… c’è una vasta schiera di poeti romantici che hanno tratto vantaggio per la loro ispirazione. Dunque uno spazio simile in questo contesto è senza dubbio stimolante, anche a livello concettuale. Anche nella Parigi degli anni ’20, ma anche nella Hollywood degli anni ’20 – ’30, l’uso delle droghe era marginale, ma comunque molto più diffuso di adesso. In ogni caso, le ragioni del titolo “Opium Den” sono sostanzialmente di ordine evocativo e provocatorio.

ATP: La nascita del progetto è da cercare in un luogo ‘speciale’ di Torino, Villa della Regina. Mi racconti come lo hai sviluppato mettendo in relazione sfarzose scenografie barocche, orientalismi e un contesto – decisamente dai toni freddi – come quello di una fiera d’arte contemporanea?

MV: Devo dire che alla base di tutto il progetto, più che le relazioni con Villa della Regina, c’è la mia passione per il collezionismo. Ho iniziato a collezionare arte e artefatti cinesi in un periodo in cui non c’era la frenesia del mercato che c’è in questo momento in Cina. Bisogna dire che i cinesi hanno venduto parte del loro patrimonio culturale per oltre duecento anni, e solo ora si sono resi conto di questo scempio.. a cui cercano di riparare ricomprandosi i loro beni e il loro passato. (…) Oltre alla volontà di mostrare parte della mia vasta collezione, è emersa, per questo progetto, la necessità di portare l’attenzione su Villa della Regina, luogo sconosciuto ai più. E’ una residenza non in centro a Torino, ma appena fuori, ai piedi delle colline. Nel complesso architettonico, tipicamente seicentesco, ci sono quattro stanze disposte nei quattro angoli dell’edificio, che rispettano le coordinate di nord-sud-est-ovest. Attorno a metà del ‘700 sono state approntate con il gusto della cineseria cinese, nel senso che non c’è nulla di autenticamente cinese, ma è tutto rifatto con un ‘stile’ che richiama la Cina. Generalmente le persone parlano di ‘cineserie’ a caso, come se parlassero di una cosa cinese, quando in realtà non lo è. Le cineserie sono degli ambienti, degli oggetti o manufatti realizzati in Europa a seguito di una ‘voga’ orientalista. (…) Le prime porcellane cinesi giunte in Europa sono quelle portate da Marco Polo. Altra ventata di oggetti provenienti dalla Cina è documentata nel periodo dei Medici – possedevano una vasta collezione di celadon – e poi, successivamente, Re Manuel di Portogallo, sempre nel ‘500,   è stato il primo a far fare oggetti che avessero gli stemmi reali e che fossero fatti in Cina per la sua corte. Da lì in poi, è stata prodotta una lunga serie di manufatti che, mantenendo gli stemmi delle varie case reali, erano prodotte in Cina. Il grosso degli ordini sono stati fatti tra il 1720 fino al 1820, circa. Prima, in Europa, poi in America. Negli USA, ad esempio, si certifica la produzione di una serie di piatti realizzati in Cina per commemorare l’indipendenza. Non tralasciamo il periodo Barocco. In questo periodo, però le porcellane e altri oggetti non provenivano più dalla Cina, ma si era iniziato a produrli in Europa.

Gli esempi e l’evoluzione del gusto della cineseria si è sviluppato di pari passo con l’importazione di oggetti autentici cinesi. A volte intrecciandosi in modo indissolubile. La voga è durata fino alla metà dell’’800. Da questo periodo è iniziato un altro tipo di interesse, penso ad esempio agli Impressionisti, affascinati dal Giappone soprattutto per le stampe realizzate con delle matrici di legno. Non dimentichiamoci poi l’ondata in periodo modernista. Frank Lloyd Wright si è studiato tutte le rastremature dell’architettura giapponese… potrei citare anche le analogie tra alcune ceramiche del periodo Yongcheng, prima del 1730, che, se viste senza spiegazioni, sembrano un manufatto danese disegnato da Jacobsen, da Pantom – forme monocrome ed essenziali – per giungere al post modernismo con alcuni esempi di ceramiche realizzate da Sottsass, che hanno forti analogie con manufatti realizzati in Cina oltre duemila anni fa…

Maurizio Vetrugno,   Opium Den,   tapestries,   detail,   2015 Digitally elaborated images of Villa della Regina’s Chinese rooms Printed on fabric (detail)

Maurizio Vetrugno, Opium Den, tapestries, detail, 2015 Digitally elaborated images of Villa della Regina’s Chinese rooms Printed on fabric (detail)

ATP: Tornando a Opium Den all’Oval, da quali spunti sei partito per strutturare il progetto?

MV: Sto cercando di lavorare sulla seduzione visiva, sul fatto di dare una visione non stereotipata e prevedibile della Cina (quello dei ristoranti cinesi, per intenderci!). Per certi versi sto lavorando filologicamente: maneggiando gli oggetti più antichi sto cercando di portare avanti un discorso che sia filologicamente corretto. (…) Aggiungerò, ovviamente, anche oggetti più recenti, di fine ‘800 o degli anni ’20. Non sarà una mostra museale, sarà un ambiente immersivo fatto di suggestioni.

ATP: L’ambiente, dunque, sarà formato da rimandi a Villa della Regina, la tua collezione e prestiti vari?

MV: Devo specificare. A Villa della Regina non ci sono manufatti cinesi, come spiegavo, ma solo un’ambientazione che segue il gusto delle Cineserie. Di questo luogo mi sono servito per contestualizzare dei pezzi originali. Abbiamo fotografato degli oggetti cinesi ambientandoli a Villa della Regina. Da queste foto abbiamo ricavate dei pattern. (…) Ci sono tre diverse stanze che è stato possibile fotografare. La quarta, formata da tende che riproducono il decoro originale che è andato perso, non è stato possibile. Abbiamo ricontestualizzato degli oggetti in modo da poter ottenere delle immagini, da queste abbiamo ricavato un pattern in modo da poter stampare delle tappezzerie su stoffa. Il mio lavoro di ricerca negli anni è andato a buon fine perché ho raccolto degli oggetti, che non sono cinesi nella fattispecie, ma che provengono da altre parti del sud-est asiatico… tutti questi elementi e provenienze per creare un ambiente che sia, soprattutto, seducente all’occhio. Che incuriosisca.

Per quanto riguarda le provenienze, l’ambiente sarà formato da oggetti provenienti dalla mia collezione privata, da prestiti delle collezioni del MAO e dai prestiti concessi da una delle poche gallerie serie che ci sono a Torino per quanto riguarda i manufatti cinesi, Ajassa. Dall’unione di queste cose, siamo riusciti a dar vita a un ambiente direi seducente. In particolare, dal MAO mi sono fatto prestare gli oggetti tibetani come iconografia, ma sono stati fatti in Cina. (…) Tra gli oggetti prestatici dal MAO, c’è il Budda del Futuro, quello che dovrebbe ancora arrivare. Un oggetto sicuramente curioso. Simbolicamente mi piaceva l’idea di accostare il “Budda del Futuro” alla lunga tradizione dell’oppio.

ATP: Mi sembra, a grandi linee, che tutto sia molto ‘pazzo’. Nel senso, non fraintendermi. C’è un percorso diacronico, uno filologico, c’è della falsificazione, dell’originalità, religioni diverse, stili, epoche, influenze varie. Un caleidoscopio sicuramente affascinante. Senza contare che la tua visione è da occidentale…

MV: Certo, hai ragione. In questo miscuglio di stimoli e tagli concettuali diversi ci sono dei punti nodali che ho seguito in modo ossequioso. La scrittura, l’arte, la calligrafia cinese sono sempre stati molti presenti nella mia visione iniziale del progetto. Ho studiato e interiorizzato moltissimo la cultura cinese, dunque, per accenni ho cercato di far emergere piccoli parti della Cina… che è un territorio storico, artistico e culturale di grande imponenza e grandezza. Quello che mi ha affascinato sono delle particolarità di questa cultura talmente evidenti e diverse dal concetto nostro di arte, che balzano all’occhio anche in maniera superficiale. Ad esempio penso al diverso concetto che hanno i cinesi della “copia”. Per noi esistono gli originali e le copie. Per i cinesi, anche le copie, grazie alla legittimazione del tempo, hanno valore. Altro aspetto affascinante è il rapporto con la storia e con il tempo. In realtà la Cina è un popolo fortemente tradizionale, che procede per azzeramenti che sono quasi totalizzanti. Basti pensare ad esempio al primo imperatore cinese della storia della Cina, Qin Shi Huangdi – il cui nome significava appunto, primo imperatore – che ha dato avvio alla Grande Muraglia. Per questa grande costruzione, ha fatto distruggere secoli e secoli di altre dinastie. Ha cancellato testi risalenti a 3000 anni prima, compiendo un vero e proprio azzeramento culturale. Da un lato ha fatto costruire una barriera per proteggersi dai barbari, dall’altro ha azzerato il contenuto interno, creando una voragine, un vuoto. Questa storia si è ripetuta con Mao Tse-tung, nella furia di azzerare tutto ciò che c’era stato precedentemente. C’è dunque un rapporto strano con la storia, contraddittorio; tradizionalista e antistorico allo stesso tempo.

ATP: Per come racconti il progetto e i legami che esso ha con la cultura cinese, si ha l’impressione che tu stia raccontando un meta-progetto dai post-moderni. Sia per come hai affrontato le tematiche che per come le hai elaborate a livello temporale, “Opium Den” sembra un concentrato di opposti: vero e falso, presente e passato, decorazione e struttura. In merito al concetto di ‘decorazione’, hai parlato di “decorazione contro se stessa”, “labirinto stratificato di stili”, “Spazio immersivo” ecc. In concreto, come hai sviluppato gli ambienti della Vip Lounge, tenendo conto che devo essere spazi principalmente funzionali?

MV: Penso che ci sia una dicotomia molto forte in “Opium Den” tra  struttura e decorazione. La decorazione da sempre considerata come un aspetto ‘riempitivo’ degli oggetti. Come se riempisse un vuoto concettuale… o una non essenzialità di forme. E’ il dibattito aperto con il modernismo, forse anche prima. (…) Volevo portare l’attenzione sull’idea che a volte la decorazione è la struttura. (…) L’idea iniziale era quella di creare una serie di strati, per cui c’è la tappezzeria, ci sono i mobili che sono decorati all’interno, ci sono gli oggetti che possono essere o iper-decorati come possono essere gli smalti su metallo, o assolutamente rastremati con una serie di monocromi. Non dimentichiamoci poi che c’è tutta una parte di produzione cinese in cui viene data massima importanza sì alla forma, ma soprattutto alla texture. Era come dire la possibilità di avere una specie di visibilità tattile. Erano modi in cui la materia era dispiegata attraverso la texture dell’oggetto. Cercavano una sorta di seduzione intrinseca alla materia. L’idea dunque era quella di concepire un tipo di decorazione che fosse talmente esasperata, che cessava di essere qualcosa di ‘solo’ superficiale’. Volevo un progetto fatto di strati su strati… che da lontano percepisci come tutto ‘beige’, ma poi, visto da vicino, si scoprissero tutti i dettagli e le particolarità. Il concetto che sta alla base è la ‘ricchezza’ di dettagli, di stimoli, di rimandi… Anche nel mio lavoro come artista ho sempre pensato che se il concetto prevale o non si esplica nella forma, tanto valeva scrivere una  didascalia. Avevano ragione i lettristi che si negavano la produzione dell’opera d’arte, perché una volta che spieghi il concetto, quello è. Anche nei miei lavori a ricamo c’è un’imbastitura di temi che tornano e ritornano; per me il punto finale è sempre la lettura sulla parete. Mi piace pensare a degli oggetti che parlino tra di loro come una specie di cut up alla Burroughs: a seconda di come giustapponi le cose, raccontano una storia diversa.  Ho cercato di tradurre questa cosa scegliendo degli oggetti che possono anche sedurre molto superficialmente, salvo il punto che se vuoi scavare e trovare delle genealogie o delle relazioni ci sono.

Opium Den curated  by Maurizio Vetrugno,   Vip Lounge - Artissima 2015 - Foto Giovanna Repetto

Opium Den curated by Maurizio Vetrugno, Vip Lounge – Artissima 2015 – Foto Giovanna Repetto

VIP Lounge – “Opium Den”

In 2015 Artissima rethinks its VIP Lounge transforming it into an art installation. Opium Den, a project created and curated by Maurizio Vetrugno, is a space that is intimate and sumptuous, immersive and engaging.

The interweaving of themes and references in Opium Den draws on the history of Torino. The tapestries are derived from the Chinese-oriented and locally-made rooms of Villa della Regina – a magnificent hillside residence and tangible example of the taste for refined exoticism prevalent in the royal courts of Eighteenthcentury Europe. Opium Den is decorated with furniture from Sumatra and Java alongside flambé and craquelé porcelain, enamels on metal bodied wares, and monochrome and blue-and-white porcelain. Torino’s history is further invoked by the rugs designed by artist Scarlett Rouge, who takes an eclectic and sometimes surrealistic approach, overlapping real, imaginary,  historical and iconographic references. The long balcony overlooking the Oval becomes a special stage: a collection of ancient art combined with the modernist flair of chairs, lights and tables. The contrast between ancient craftsmanship and the practice of appropriation art, between Piedmont Orientalism and the exoticism of Chinese enamelled works depicting the Arcadian scenes of Europe, forces the decorative dimension of space to converge and ultimately blend into one.

Opium Den is a sumptuous aesthetic experience, a visual essay, a ‘collection of collections’, an installation blending a narrative frame with conceptual elements. The concept of decoration is used against itself, transformed by multiple layers and then effaced by the superimposition of tapestries, furnishings and objects, like a tweed.
The project counts on the valuable collaboration of MAO Museo d’Arte Orientale di Torino, and Villa della Regina.

Every day one of the Ypsilon St’Art Itineraries will also allow the general public to enter the Opium Den.

Opium Den curated  by Maurizio Vetrugno,   Vip Lounge - Artissima 2015 - Foto Giovanna Repetto

Opium Den curated by Maurizio Vetrugno, Vip Lounge – Artissima 2015 – Foto Giovanna Repetto

Opium Den curated  by Maurizio Vetrugno,   Vip Lounge - Artissima 2015 - Foto Giovanna Repetto

Opium Den curated by Maurizio Vetrugno, Vip Lounge – Artissima 2015 – Foto Giovanna Repetto