The White Goddess, Vanessa Billy, installation view at Galleria Gentili - Photo Jacopo Menzani

The White Goddess, Vanessa Billy, installation view at Galleria Gentili – Photo Jacopo Menzani

Così a un’ora fissa Matuta soffonde con la rosea luce dell’aurora le rive dell’etere e spande la luce… E’ fama che dalle alte vette dell’Ida si assista a questi fuochi sparsi quando sorge la luce, poi al loro riunirsi come in un unico globo, formando il disco del sole e della luna”.

Nel celebre poema epico De rerum natura, Lucrezio dedica quest’ode alla Mater Matuta, Dea del Mattino e dell’Aurora, ma anche emblema della Dea Natura che regola il ciclo vitale degli elementi. Nascita, morte, vita e rigenerazione sono alcuni degli attributi legati al culto della Mater Matuta e reinterpretati da Vanessa Billy nella mostra The White Goddess, le cui opere hanno trasformato la Galleria Gentili di Firenze in un santuario dedicato al cosmo e alla vita dell’uomo. L’artista svizzera lavora con una grande varietà di elementi, organici ed inorganici, assemblandoli in collages, installazioni e sculture che mettono in evidenza le discrepanze tra l’attività dell’uomo e i suoi effetti sulla terra. Nelle sue opere è forte il rimando al tema della conseguenza e dei rapporti di causa-effetto in relazione alle azioni dell’uomo e a come queste inficiano il suo vivere con conseguenze più o meno visibili sull’ambiente che lo circonda.

La mostra si lega alla Mater Matuta del V sec a.C., uno dei monumenti più importanti della produzione di statue cinerarie in pietra fetida conservato al Museo Archeologico di Firenze e si estrinseca attraverso un percorso espositivo che si trasforma in un graduale processo di scoperta. Il fulcro è rappresentato da Centuries (2016), scultura che raffigura una donna in bilico sul proprio ventre che rimanda alla Dea Natura e alla sua capacità di regolare il ciclo vitale di tutto ciò che le sta attorno. La scultura allude alla vita e alla sua generazione, il grembo è infatti sinonimo di fertilità, ma è riversa sul ventre come a simboleggiare anche il lato conflittuale della contemporaneità” commenta la curatrice Rita Selvaggio.

The White Goddess, Vanessa Billy, installation view at Galleria Gentili - Photo Jacopo Menzani

The White Goddess, Vanessa Billy, installation view at Galleria Gentili – Photo Jacopo Menzani

The White Goddess, Vanessa Billy, installation view at Galleria Gentili - Photo Jacopo Menzani

The White Goddess, Vanessa Billy, installation view at Galleria Gentili – Photo Jacopo Menzani

In stretto dialogo con l’opera e punto di incontro per le altre si trovano Ooze I, II e III (2019), lastre di bio resina che giacciono sul pavimento formando pozze di liquido quasi trasparente. Come racconta la curatrice, “tutte e tre suggeriscono una doppia relazione con Centuries, alludendo quindi al liquido amniotico culla della vita, ma anche alla materia cosmica e alla sua generazione”. Come in un vortice, le opere sono disperse nello spazio e trasformano gli angoli più nascosti della galleria in momenti di sorpresa che modificano la percezione dell’ambiente e la relazione tra le opere stesse, spingendo l’osservatore a stabilire nuove connessioni. Le sculture e gli interventi di Vanessa Billy si legano le une con le altre attraverso una catena di simbologie che abbraccia la vita e la fertilità della terra fino ad arrivare al cosmo, come indica Old Cloud (2017), lastra di bronzo dipinto che si staglia sulla parete come se fosse una finestra sul cielo.

La stessa illuminazione della galleria evidenzia il passaggio dagli elementi terreni a quelli celesti attraverso neon installati sul soffitto che emanano una luce dorata soffusa, arricchita da sfumature di vari colori. “Le luci rimandano all’aurora, continua Rita Selvaggio, “e sottolineano nuovamente il culto della Mater Matuta. I limoni di Refresh, Refresh (Mold Squeeze) (2019) sono invece sinonimo dell’energia e della sua capacità di sprigionarsi da vari elementi. Nel corso del tempo la figura di Matuta è stata arricchita da molte simbologie, che cambiano da cultura a cultura. Ad esempio è legata alla luna e al ciclo delle fasi lunari come ricordano anche Celestial Body I e II (2019). Entrambe le semisfere marmoree raffigurano una porzione di luna e sono ottenute dai calchi del ventre di Centuries, come anche tutti gli altri frammenti del corpo disposti nello spazio”.

The White Goddess, Vanessa Billy, installation view at Galleria Gentili - Photo Jacopo Menzani

The White Goddess, Vanessa Billy, installation view at Galleria Gentili – Photo Jacopo Menzani

The White Goddess, Vanessa Billy, installation view at Galleria Gentili - Photo Jacopo Menzani

The White Goddess, Vanessa Billy, installation view at Galleria Gentili – Photo Jacopo Menzani

The White Goddess si lega anche alla Dea Bianca del saggista inglese Robert Graves (1895-1985), che proponeva l’idea di una dea associata fin dai tempi antichi al culto dell’amore e della morte, a cui facevano capo anche le fasi lunari e a cui si ricondurrebbero le varie interpretazioni della Dea Natura.

Gli interventi di Vanessa Billy si dispongono nello spazio come presenze vulnerabili, in bilico sul loro stesso peso e fragili per i materiali con cui sono costituite ma, come sottolinea Rita Selvaggio, sottintendono un forte richiamo all’idea di ciclicità, mutamento, materia e fecondità. The White Goddess si innesta sul principio dell’analogia e dell’interpretazione presentando un ritratto della vita e dell’esistenza arricchito da svariate simbologie che raccontano il ciclo naturale degli eventi, in cui vita e morte si susseguono in un processo di causa-effetto e metamorfosi continua.

Vanessa Billy, Celestial Body I, II and III, 2019, Onyx and Carraramarble, 34x20x25 cm approx., unique - Photo Jacopo Menzani

Vanessa Billy, Celestial Body I, II and III, 2019, Onyx and Carraramarble, 34x20x25 cm approx., unique – Photo Jacopo Menzani

Vanessa Billy, As one (detail), 2019, Jesmonite, pigment, sand, dust, installation consisting of 8 individual parts, unique - Photo Jacopo Menzani

Vanessa Billy, As one (detail), 2019, Jesmonite, pigment, sand, dust, installation consisting of 8 individual parts, unique – Photo Jacopo Menzani