Rosa Barba, Aggregate States of Matters, 2019. 35 mm film. Installation view. Time, Forward! Photo Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Report di Irene Bagnara —

Il rapporto con la tecnologia e quanto quest’ultima abbia modificato la concezione e percezione di aspetti strutturali della nostra esistenza come spazio e tempo, sono le questioni centrali di Time, Forward!, mostra ospitata nella sede veneziana della V-A-C Foundation a Palazzo delle Zattere. Come sottolineano i curatori Omar Kholeif e Maria Kramar, Time, Forward! non è una semplice collettiva ma un progetto culturale fatto di talks, conferenze, performance e approfondimenti. L’obiettivo non è di fornire risposte a una questione complessa, sfaccettata; piuttosto i contributi degli artisti, quasi interamente site-specific, mirano a sollevare domande, a ingaggiare un dibattito con il visitatore, le cui certezze vengono messe in discussione ma non ricostruite su basi più solide. Il titolo del progetto deriva dal romanzo, scritto all’inizio degli anni Trenta dallo scrittore Valentin Kataev, in cui un gruppo di operai di un enorme polo industriale degli Urali, capeggiato da un giovane e ambizioso ingegnere, cerca di battere il record di produzione di cemento in un turno lavorativo di 8 ore. Richiamando il primo piano quinquennale del governo staliniano per l’industrializzazione e modernizzazione forzata della Russia post-rivoluzionaria, il romanzo – anche nella struttura – è imperniato sulla volontà di comprimere il tempo, percepito come un nemico da sconfiggere, l’ultimo ostacolo al progresso. Se nel romanzo di Kataev “avanti” è la parola chiave, nel progetto di Kholeif e Kramar la densità semantica maggiore è attribuita alla virgola: una pausa lunga, di riflessione, fra le due parole. Il progresso scientifico e tecnologico, coniugato alla digitalizzazione dell’esperienza, ha soppiantato la tradizionale concezione lineare del tempo, suddiviso in categorie distinte ma permeabili – passato, presente e futuro –.

Walid Raad, Foreword to the Arabic Edition_I, 2019. Installation. Installation view. Time, Forward! Photo Sisto Legnani e Marco Cappelletti.
Where Dogs Run, Zero City, 2018-19. Installation. Installation view. Time, Forward! Photo Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Nemmeno la dimensione circolare dell’eterno ritorno, della ripetitività riesce a soddisfarci. In un mondo di relazioni liquide – per usare la felice espressione di Zygmunt Bauman – le periodizzazioni si fluidificano, intersecandosi, condensandosi in un istante permanente: l’attimo continuo, non diversificato dei social media, della costante esposizione a stimoli e informazioni provenienti da tutto il mondo.
La mostra si apre con la riflessione di Walid Raad sul futuro delle istituzioni museali, un “trittico” che diventa allegoria del sistema dell’arte e dei suoi aspetti salienti: il mercato, il collezionismo, il rapporto con il fruitore. La compressione spazio-temporale resa possibile dalla diffusione capillare di internet e le relative conseguenze sulla percezione dell’identità rappresentano il fulcro del lavoro di Savchenkov.
Il monopolio algoritmico-informatico e il controllo che questo esercita sulle nostre esistenze è il fil rouge che lega la raccolta dati di Trevor Paglen, l’esperienza pubblicizzata e “venduta” da Fetisov e la videoinstallazione di Kulendran Thomas in collaborazione con Annika Kuhlmann.
La dimensione del futuro e del lascito ai posteri è esplorata da Joanna Hadjithomas e Khalil Joreige in What We Leave Behind, una selezione di lavori provenienti dal progetto Unconformities, che parte dall’idea di discontinuità geologica come indice del trascorrere del tempo per ricostruire, attraverso l’analisi del terreno, la storia di determinate aeree geografiche e dei popoli che le hanno abitate.

Haroon Mirza, Beyond the Wave Epoch, 2019. Multimedia installation. Installation view. Time, Forward! Photo Sisto Legnani e Marco Cappelletti
Christopher Kuleda Thomas in collaboration with Annika Kuhlmann, Being Human 2019. Digital projection on acrylic. Installation view. Time, Forward! Photo Sisto Legnani e Marco Cappelletti


Haroon Mirza immagina un futuro possibile in cui i nostri pro-pronipoti tenteranno di evincere la contemporaneità attuale a partire da alcuni resti archeologici: pezzi di macchine che vengono utilizzati correntemente per la ricerca nucleare. Un esperimento mentale in cui la relazione con il futuro fornisce la chiave d’interpretazione del nostro rapporto con il passato. Mentre il collettivo Where Dogs Run con Zero City presenta una metafora informatizzata delle modalità di relazione umana e del funzionamento del nostro cervello, Irincheeva e Domanović condensano massimamente passato, presente e futuro per restituirci un’immagine – forse disturbante, di sicuro emblematica – dei nostri tentativi incessanti di manipolare e controllare la natura.
Dimensioni temporali alternative alla compressione estremamente accelerata e concitata che viviamo quotidianamente vengono proposte ed esplorate nei contributi di Adam Linder – che analizza la struttura intrinsecamente circolare e ripetitiva del linguaggio –, Rosa Barba e James Richards – promotori al contempo di un rallentamento e di una prospettiva più oggettiva e meditativa –, e Aleksandra Sukhareva – la cui installazione esplora la nozione di tempo come successione di attimi carichi di densità eventuale, inafferrabili –.

Artisti: Rosa Barba, Aleksandra Domanović, Valentin Fetisov, Joana Hadjithomas and Khalil Joreige, Daria Irincheeva, Alexandra Sukhareva, Christopher Kulendran Thomas in collaboration with Annika Kuhlmann, Adam Linder, Haroon Mirza, Trevor Paglen, Walid Raad, James Richards, Kirill Savchenkov, Where Dogs Run

Adam Linder, She Clockwork, 2019. Performance, costume objects and wallpaper (with HIT). Installation view. Time, Forward! Photo Sisto Legnani e Marco Cappelletti