UU - The artist as director; Ugo Ugo, Maschera, anni '70, monotipo su carta incollata su legno sagomato, collezione dell'artista

UU – The artist as director; Ugo Ugo, Maschera, anni ’70, monotipo su carta incollata su legno sagomato, collezione dell’artista

Si definisce re-enactment quella strategia di appropriazione artistica in grado di ri-mettere-in-scena episodi pregressi con un certo scarto estetico o concettuale; si dice replicata qualsiasi realtà si presenti dopo un originale e a esso resista, pur con le dovute varianti; si percepisce infine modificata quella stessa realtà che, successiva al suo riferimento, vi imposti un vincolo di traduzione, interpretazione o aggiornamento. Un po’ come situarsi nella storia delle cose, in una lista kubleriana che ha un prima e un dopo di cui si conosce lo scarto funzionale.

Qui la ripetizione è doppia, forse tripla; lo scarto interno ed esterno. Cioè l’ultima versione di UU-The artist as director, è il risultato di un’evoluzione che potenzialmente nasce negli anni Settanta per ripresentarsi oggi, in più occasioni, aperta sino a prova contraria.

Ugo Ugo è il precedente. Artista e storico direttore della Galleria Civica di Cagliari (1967-85), non è solo tra i primi esempi della contaminazione artista-direttore-curatore (quella che UU racconta nel titolo) ma è parte del complesso immaginario a cui i Montecristo aderiscono e attingono. Ugo ha il merito di creare la prima collezione contemporanea cagliaritana (Castellani, Bonalumi, Paolini e Gilardi tra gli altri) e di gestirne l’allestimento con l’occhio di un artista educato alla complessità e al caos espositivo.

Proprio la documentazione fotografica di quella storica organizzazione museale descrive il principio di UU: è il documento per studiarne la bizzarria formale o il materiale per una prima variante che, devota e autentica, diventa occasione espositiva. Il giardino dei Montecristo presenta i loro lavori assieme a quelli di Ugo Ugo e Lorenza Boisi (artista fondatrice di MARS, Milano) e, in un’affollata configurazione, recupera tagli prospettici spezzati e sovrapposizioni estetiche della precedente documentazione: significa che le nuove opere si confrontano con alberi d’arancio e piedistalli optical, estremizzando le contingenze ambientali e interpretando le matrici concettuali del contesto originale.

Enrico Piras; Egyptian darkness, Medusa Head; installation view at UU 2017

Enrico Piras; Egyptian darkness, Medusa Head; installation view at UU 2017

Ma non basta. Interviste e pubblicazioni diventano un ulteriore palinsesto capace di ri-mettere-in-azione il mancato riconoscimento storico di Ugo, la cui lungimiranza si era spinta oltre il progetto di collezione, prevedendo l’ampliamento della Galleria Civica per mezzo di una struttura lignea. A distanza di anni dalla sua incompiuta realizzazione, quella strana appendice architettonica è interpretata e tradotta in gesto. Un oggetto del medesimo materiale, costruito di una griglia plausibile, si cala tra la macchia mediterranea sarda per ospitare, all’aperto, le pitture su tela di Sébastien Bonin (fondatore di Island, Brussels). A l’arriere plan, le nouveau pont è lo strano re-enactment di qualcosa che non è mai avvenuto, di una progettualità senza realizzazione in grado di rispondere alla storia delle cose con nuovi problemi oltreché soluzioni.

Ecco perché UU è una piattaforma strategica: è il pretesto per omaggi devoti e reverenze dovute ma è anche, e ogni volta, l’occasione per fornire nuove prospettive a un’eredità storica. O concettuale: nessuno è (qui) curatore; tutti sono artisti la cui pratica è al servizio di un’organizzazione più alta, quella di senso.

Solo in questo modo la mostra è un dispositivo funzionale e UU-the artist as director – l’ultima evoluzione della piattaforma dal 26 gennaio negli spazi di Island a Brussels – può collezionare le vecchie esperienze per riformularle con novità.

Enrico Piras, Egyptian Darkness (Medusa head); plaster, resin; Installation view from UU - at Montecristo Project, 2017

Enrico Piras, Egyptian Darkness (Medusa head); plaster, resin; Installation view from UU – at Montecristo Project, 2017

Segue una conversazione con Enrico Piras e Alessandro Sau, Montecristo Project (MP)

Stefano Mudu – In una conversazione di qualche tempo fa, ci siamo interrotti con qualche accenno a UU- The artist as director, uno dei lavori che maggiormente ha contribuito all’identità di Montecristo Project. In poco spazio, quell’occasione aveva delineato UU come un progetto pressoché concluso; da dove nasce l’attenzione per la figura di Ugo e in che modo si è trasformata nella necessità di dargli un risvolto progettuale?

Montecristo Project – L’interesse per Ugo è nato nel momento in cui ci siamo imbattuti, per la prima volta e dal vivo, in una sua opera; è stato durante la prima mostra della Costante Resistenziale, presso il Man di Nuoro. Si trattava di Muro, un’opera straordinaria del 1960. Il pezzo ci piacque tanto da spingerci a cercare notizie e informazioni sull’autore. Il resto è poi avvenuto molto velocemente. Tramite Tonino Casula siamo riusciti a incontrare personalmente Ugo e più lo conoscevamo più ci innamoravamo della sua figura. Nella nostra mente è nata in maniera quasi immediata l’idea di una discendenza da questo personaggio romantico, di cui abbiamo cercato di rintracciare i fili invisibili, le eredità sepolte. Fai bene a sottolineare la nostra necessità progettuale, perché da subito abbiamo percepito il grande valore utopico nella vita e nel lavoro di Ugo. Incarna quel tipo di personaggio ormai in via d’estinzione: racchiude in sé tutto ciò che oggi sarebbe considerato non professionale, naïf, economicamente poco vantaggioso, azzardato, irregolare, utopico appunto.
In sostanza Ugo rappresenta quei valori ideali che storicamente sono giunti al declino e che, forse, sono la causa del suo allontanamento dalla direzione della Galleria Comunale d’Arte di Cagliari. Rappresenta un mondo che non c’è più, un’idealità a cui tendere, che oggi può esser tenuta viva soltanto se ripetuta e realizzata nei fatti. La collezione di opere dal grande valore estetico ed economico non è sicuramente il suo lascito più importante, Ugo ci ha piuttosto dimostrato cosa significhi essere artisti: portare utopie nella contingenza storica. Questo è il senso del nostro fare, la nostra progettualità.

SM – In che modo sono radunate le esperienze di UU nella mostra a Brussels. Cosa vedrà lo spettatore di Island alla luce degli appuntamenti precedenti?

MP – Come hai già fatto presente, UU è un progetto che tende a espandersi inglobando continuamente nuove esperienze per cui la mostra a Brussels non proporrà nessuna ricostruzione archivista del lavoro di Ugo. Già dalla prima mostra del 2017 ci siamo resi conto che le diverse opere presentate, pur appartenendo ad artisti molto diversi per tecnica, stile e periodo di produzione, creavano un insieme anomalo ma coerente. Superato un primo approccio condiviso circa la pratica curatoriale, ora cerchiamo di farne emergere l’importanza nella specificità delle diverse pratiche artistiche.
Saranno presenti i disegni a china di Lorenza Boisi, organizzati su un display già utilizzato in una precedente mostra di Montecristo; saranno presentate le bellissime e inedite maschere che Ugo Ugo realizza a monotipo dalla fine degli anni Sessanta; accompagnerà tutto il lavoro pittorico di Sèbastien Bonin e alcuni nostri pezzi creati a quattro mani con la tecnica del sand casting.

Sarà una mostra molto semplice, che abbiamo immaginato leggera e fresca pur con ampie stratificazioni da indagare. Alcune di queste sono certamente implicite nel nostro operare, ad esempio la divisione tra forma positiva e negativa; una dicotomia materica e concettuale che ci accompagna da Occhio Riflesso e che, in questa mostra, si presenta tramite la lavorazione in negativo dei sand casting (tecnica inventata da Costantino Nivola che prevede una colatura di gesso o cemento su un negativo direttamente disegnato su sabbia) e dei monotipi pittorici di Ugo Ugo. Il dialogo è poi, ancora una volta, contrario alla positività, concettuale e materica, delle chine di Lorenza e dei dipinti di Sèbastien.

Alessandro Sau, Ways of seeing, tempera on canvas on wood, overworked by bees, installed at UU , 2017

Alessandro Sau, Ways of seeing, tempera on canvas on wood, overworked by bees, installed at UU , 2017

SM – Ugo Ugo (the artist as director) si è tradotto (anche) in una lunga intervista agli artisti Enrico Corte e Andrea Nurcis. Lo scopo era ricostruire la figura di Ugo ma forse, azzardo, situare la vostra pratica artistica in termini generazionali e territoriali. Quale eredità avete maneggiato e in che termini credete di averla fatta evolvere?

MP – Decidere qual è il nostro passato, quello a cui artisticamente far riferimento, significa anche posizionarci su una certa prospettiva, e questa inevitabilmente si rivolge al futuro. Sinceramente non sapremmo dire cosa o in che modo possiamo aver aggiunto al nostro passato di riferimento. La regola rimane per noi quella di fare tutto ciò che ci piace e in cui crediamo, sempre a costo di rimanere inosservati o ignorati. Quando proponemmo il nostro primo progetto collaborativo, Occhio Riflesso, a Lorenzo Giusti – al tempo direttore del Man di Nuoro – ci rendemmo subito conto che il progetto gli piacque. Allo stesso tempo però, quando in maniera bonaria e scherzosa ci disse che un giorno avremmo dovuto trovare un modo per giustificare quelle nostre strane scampagnate per boschi, ci rendemmo conto che forse avevamo fatto qualcosa di strano e inconsueto. Questa stranezza, che per noi corrispondeva alla realizzazione di ciò che ci interessava e in cui credevamo, diventava per gli altri qualcosa di strano, forse naïf, ingenuo, poco professionale, romantico, utopico. Abbiamo semplicemente continuato a farlo e forse in questo ci situiamo all’altro capo dell’esperienza di Ugo: creando qualcosa di nuovo che allo stesso tempo disseppellisce e cerca di far conoscere esperienze passate e ormai (ingiustamente) dimenticate.

SM – Ho definito UU una piattaforma strategica per sottolineare come la maggioranza dei vostri lavori non si esauriscano in un evento puntuale ma tendano a creare dei palinsesti. Dei prima e dei dopo. Delle realtà che analizzano un problema (per esempio estetico) in tanti appuntamenti quante sono le possibili direzioni. Lasciate immaginare una progressione potenzialmente infinita, quali sono le prospettive che concedono questo tipo di apertura?

MP – Tutti i nostri progetti – e da qui viene l’idea di avere vari dipartimenti come Montecristo Writings, lo stesso UU o ancora il Mountain department – hanno questo aspetto analitico. Quasi mai si esauriscono in una mostra. Quasi sempre servono a creare un terreno di frizione/analisi per alimentare varie problematiche e forme discorsive.

Tendiamo a creare un ombrello generale che si articola in varie forme teoriche ed estetiche (testi, mostre, interviste, spazi) che a loro volta si autoalimentano, completano a vicenda, ed evolvono parallelamente. Le prospettive che permettono questo tipo di apertura, secondo noi, sono legate a una ricerca che non è semplicemente quella artistica, ma un progetto che ci permetta di generare una cornice di senso. Questa cornice, o discourse, è una forma che ci permette di portare avanti i nostri lavori, ma allo stesso tempo di toccare quei nodi critici che le nostre pratiche singole non sfiorerebbero nemmeno.

Così nasce Montecristo: da un lato un sistema di presentazione ideale di opere, dall’altro un ambito più ampio che le incornicia toccando nozioni generali come il rapporto tra spazio, opera e documentazione, l’esistenza e le molteplici forme narrative dell’opera, il rapporto artista-curatore o infine la Costante Resistenziale per una rilettura della storia dell’arte sarda. Queste prospettive sono, in fondo, dei quesiti aperti che ci spingono a trovare compagni di viaggio, tecniche e mitologie con cui affrontare il cammino. La forma del re-enactment, anche se utilizzata da noi in maniera poco ortodossa, serve a creare dei pretesti, come nel caso di Ugo, per riflettere su un’eredità misconosciuta – oggi celebrata dagli stessi che avevano liquidato Ugo ricollocandolo all’assessorato alla viabilità urbana, per intenderci – e allo stesso tempo usarla per creare nuovi significati estetici e nuove opere.

Installation view of UU - The artist as director at Montecristo Project, 2017 (works by L.Boisi, E. Piras, A.Sau, Ugo Ugo)

Installation view of UU – The artist as director at Montecristo Project, 2017 (works by L.Boisi, E. Piras, A.Sau, Ugo Ugo)

SM – A proposito di piattaforme e progetti pluriennali, avete appena iniziato un lungo percorso per immagini a partire dalla nozione di Costante Resistenziale formulata da Giovanni Lilliu. Vogliamo anticiparne qualche tratto, nella speranza di riprendere un futuro discorso da qui?

MP – Il progetto legato alla Costante è il più complesso ed ambizioso intrapreso finora. Sicuramente perché avrà uno svolgimento come minimo triennale e poi perché cercherà di capovolgere idee, dati e considerazioni legati al tema della Costante Resistenziale e ai protagonisti della storia dell’arte sarda. Anche in questo caso si è trattato di creare una piattaforma, un ombrello di partenza, seppur molto semplice.

Partendo da un’indagine triennale del Museo Man, in cui si analizzava l’idea di un germe identitario sardo resistente alle forme coloniali attraverso opere che andavano dal 1957 al 2017, ci siamo resi conto che la gran parte dei lavori presentati nelle tre occasioni espositive, simulava un tentativo di erosione o cancellazione della matrice identitaria stessa, guidata da un fattore antropologico ancor prima che artistico.

La nostra idea è quella di proporre una lettura che che assimila la Sardegna moderna alla Roma antica. Come allora esistevano due correnti artistiche ben distinte per tecnica e per contenuti: arte patrizia (ufficiale, ricercata, importata dalla Grecia e non autoctona) e plebea (derivante dall’arte medio-italica, più semplice, rozza e spontanea). Crediamo che in Sardegna accada oggi qualcosa di simile. Esiste un’arte elevata, “ufficiale”, intellettuale e moderna, e una popolare, rozza, più semplice e quasi non assimilabile a nozioni di artisticità. Chiunque conosca l’isola sa che in ogni paese, per quanto piccolo, esiste almeno uno scultore della pietra che realizza opere strane, arcaiche, spesso incomprensibili anche a un occhio ben affinato. Girando per le strade si incontrano manufatti anonimi, teste, figure, scolpite e posizionate come ornamento o semplicemente dimenticate. Abbiamo iniziato un viaggio fotografico e testuale dedicato a documentare e contestualizzare questo mondo sommerso, ricchissimo e sconosciuto, per mostrare come la costante resistenziale sia forte in queste forme plebee, improbabili e rozze quanto in quelle “elevate” di Nivola o di Sciola, tra i pochi artisti che hanno spesso avuto un’apertura positiva verso queste forme popolari e tipicamente sarde. Ma il viaggio è iniziato da appena due mesi e le strade aperte saranno, anche qui, molteplici.

Sebastien Bonin, A l'arriere plan, le nouveau pont, installation view at Montecristo Project - mountain department a

Sebastien Bonin, A l’arriere plan, le nouveau pont, installation view at Montecristo Project – mountain department a

Sebastien Bonin, A l'arriere plan, le nouveau pont, installation view at Montecristo Project - mountain department 5

Sebastien Bonin, A l’arriere plan, le nouveau pont, installation view at Montecristo Project – mountain department 5

UU – The artist as director
Curated by Montecristo Project
with Lorenza Boisi, Sébastien Bonin, Enrico Piras, Alessandro Sau & Ugo UgoOpening on Saturday, January 26th, 2 – 6pm
Exhibition: January 26th – March 2nd, 2019

UU (The Artist as Director) is a research by Montecristo Project that takes shape through exhibitions, essays and lectures. Inspired by the work of Ugo Ugo (1924), artist, director and creator of the contemporary art collection in Cagliari (Collezione Ugo), this project investigates the work of several artists who have been founders and directors of art spaces. This research aims to investigate how artists create, program and direct spaces by assuming the role of curators, conceiving new ways of understanding the relation between artworks, space and context. The first presentation of UU has been an exhibition of the founders of Montecristo (Enrico Piras and Alessandro Sau) together with Lorenza Boisi, artist and founder-director of MARS, Milan, and Ugo Ugo. The second chapter of the series has seen the works by Sebastien Bonin, founder of Island Brussels, in a new and specifically conceived venue built in a secluded location in the Sardinian mountains.

The show at Island will gather these experiences with an exhibition presenting the works of these artists-directors and an insight on the figure of Ugo Ugo.

Island
69 rue Général Leman
1040 Brussels
www.islandisland.be

Lorenza Boisi at UU; Installation view, 2017

Lorenza Boisi at UU; Installation view, 2017

Lorenza Boisi at UU; Installation view, 2017 3

Lorenza Boisi at UU; Installation view, 2017 3