Uriel Orlow, Imbizo Ka Mafavuke, 2017 (Photo: Austin Malema)

Uriel Orlow, Imbizo Ka Mafavuke, 2017 (Photo: Austin Malema)

Abbiamo approfondito una parte della sua ricerca nella mostra Made/Unmade  al Castello di Rivoli. Dopo due anni, Uriel Orlow torna in Italia con la mostra dal poetico titolo Prima che le piante avessero un nome, a cura di Marco Scotini, ospitata al PAV — Parco Arte Vivente di Torino dal 5 novembre al 18 marzo. Per questa speciale occasione, l’artista propone delle opere che si inseriscono, con coerenza, nella linea di ricerca che si sta attuando al PAV con le ultime mostre: approfondire e svelare i meccanismi di oppressione occidentale e le strategie di resistenza indigene nel contesto coloniale.

Partendo da un più ampio ragionamento sulla funzione del linguaggio, i suoi dispositivi di significazione e di potere (più o meno manifesto), la mostra intende suggellare come, in qualsiasi cultura, dare un nome alle cose significa dominarle. Se l’attribuzione di un nome, che non è mai un gesto neutrale, cela degli aspetti endemicamente coercitivi, questi risultano tanto più evidenti nei casi in cui l’oggetto della denominazione sia già in possesso di un nome. Il nome originale diventa così un campo di battaglia, un terreno di scontro tra la cultura che l’ha generato e gli agenti che intendono cancellarlo dalla storia.
Il colonialismo europeo veniva sia preceduto che fiancheggiato da importanti spedizioni botaniche. L’intento era quello di esplorare e classificare i nuovi territori e le loro risorse naturali, spianando così la strada a occupazione e sfruttamento. Il titolo di questa mostra cita l’installazione sonora What Plants Were Called Before They Had a Name, un glossario orale della vegetazione autoctona che ne elenca i nomi indigeni in diverse lingue africane, riscattando i meccanismi con cui i colonialisti avevano rinominato la flora locale, assimilandola al sistema di Linneo.

Al Castello di Rivoli abbiamo visto l’intensa “Unmade Film”, opera concepita come una serie di installazioni audio-visive, opere su carta e fotografie, che hanno dato vita a – come allude il titolo – ad un film impossibile, frammentato nelle sue parti costitutive: storyboard, fotografie, fotogrammi, colonna sonora, musica, titoli di coda, etc.
Raccontava l’artista in merito a questo lavoro: “Ho deciso di fare un film su un luogo specifico vicino a Gerusalemme: il villaggio palestinese di Deir Yassin, che è stato distrutto nel 1948 durante un massacro molto significativo che ha contribuito all’esodo palestinese. Centinaia di migliaia di palestinesi sono fuggiti dopo questo avvenimento. Tre anni dopo, nello stesso luogo, si è stabilito un ospedale psichiatrico israeliano per il ricovero dei sopravvissuti all’Olocausto. Una mia prozia, che è sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz ed è finita a Gerusalemme dopo la guerra, fu internata in questa clinica negli anni ’50, dopo un esaurimento nervoso. È rimasta lì fino agli anni ’80 quando è morta. Da bambino andavo a trovarla lì ma non sapevo niente della storia violenta del luogo. Quando l’ho scoperta qualche anno fa, ho sentito l’esigenza di dovermi impegnare nei confronti di questa storia difficile.” (Per leggere l’intervista…)

Uriel Orlow, Muthi, 2017, courtesy of the artist

Uriel Orlow, Muthi, 2017, courtesy of the artist

Anche per la mostra al PAV l’artista presenta una sorta di narrazione esplosa, i cui frammenti, pur nella loro autonomia, orbitano attorno ad un fulcro che ci rivela il complesso reticolo delle relazioni tra i diversi elementi della mostra. Nel video “The Crown Against Mafavuke”, Orlow ci conduce all’interno delle aule del Palazzo di Giustizia di Pretoria, dove nel 1940 si tiene il processo a carico di Mafavuke Ngcobo, guaritore tradizionale (inyanga) accusato dall’establishment bianco di “condotta non tradizionale”: i rimedi muthi di Mafavuke contenevano erbe locali, alcuni rimedi indiani e – qui si crea la controversia – elementi chimici e medicine occidentali. Il film esplora il confronto ideologico e commerciale tra due tradizioni mediche, diverse ma interconnesse, e il loro utilizzo delle piante, toccando le questioni del genere e del pregiudizio razziale. E mettendo in discussione le nozioni di purezza e origine in quanto tali.
Nel complesso mosaico delineato da Orlow, la narrazione del passato trova un’esatta controparte nella contemporaneità e nelle dinamiche che delineano la fase post-coloniale. Nella seconda parte dell’installazione video, intitolata Imbizo ka Mafavuke, si fa luce sulle strategie di spoliazione dei territori tipiche delle aziende multinazionali, denunciando come l’economia contemporanea porti avanti senza soluzione di continuità lo sfruttamento delle risorse naturali inaugurato in epoca coloniale. (Da CS)

Uriel Orlow, The Fairest Heritage, 2016-7, courtesy of the artist

Uriel Orlow, The Fairest Heritage, 2016-7, courtesy of the artist

Uriel Orlow, Imbizo Ka Mafavuke, 2017 (photo Austin Malema), courtesy of the artist

Uriel Orlow, Imbizo Ka Mafavuke, 2017 (photo Austin Malema), courtesy of the artist