Bivacco, Isola di San Servolo, Venezia

Fino al 30 settembre 2019 l’Isola di San Servolo accoglie in laguna BIVACCO a cura di Christiane Rekade su idea di Hannes Egger, allestito in concomitanza della 58. Esposizione Internazionale d’Arte.
Il progetto ospita le opere di Jacopo Candotti, Nicolò Degiorgis, Hannes Egger, Julia Frank, Simon Perathoner, Leander Schönweger e Maria Walcher.

ATPdiary ha intervistato ideatore e curatrice per farsi raccontare il progetto, dopo averlo sperimentato direttamente sull’isola. Partiamo dalla semplice definizione del termine dal dizionario Treccani: «Bivacco s. m. 2. In alpinismo, sosta notturna nel corso di ascensioni che si prolungano per più di una giornata, possibilmente al riparo dalla caduta di pietre, dall’acqua e dal vento; può effettuarsi in una tenda portatile o in una grotta naturale o anche sul fondo di un piccolo; si può essere costretti anche a un bivacco in parete su una cengia rocciosa. B. fisso, piccola costruzione in legno e lamiera con tetto a forma semicircolare o ellittica, fornito di posti letto e di materiale per il pernottamento fino a un massimo di 10 alpinisti, situato in genere all’attacco di impegnativi itinerari di ascensioni.»

Cosa ci fa, dunque, un bivacco sull’Isola di San Servolo? Sono due i paradossi della situazione: anzitutto, il bivacco è un rifugio di alta quota trasportato su un’isola; poi, l’isola stessa è stata per secoli ricovero per la mente e per il corpo dei veneziani (convento benedettino prima, ospedale per militari infermi e infine manicomio di nobili e malati poveri della città): dunque un rifugio, sì, ma che ha avuto la funzione di recludere, emarginare e isolare. Quindi è interessante contestualizzare il progetto di Hannes e Christiane in quest’ottica di confinamento e di separazione.

Infatti il bivacco, spiegano, rappresenta un’allegoria dell’Alto Adige e delle Alpi come terre di confine ma anche di passaggio, di migrazione e di scambi tra nord e sud dell’Europa; il bivacco è infine anche allegoria di Venezia che, con la sua storia millenaria di traffici commerciali e transiti umani, è ancora oggi un luogo plurilinguistico e multiculturale.

Valeria Marchi: L’idea di Bivacco è di Hannes ma la curatela di Christiane: come è nata la collaborazione tra di voi e qual è stato il coinvolgimento di Associazione ArtintheAlps Verein nella realizzazione del progetto? Raccontateci lo sviluppo di Bivacco nel tempo, dalle Alpi a San Servolo.

Hannes Hegger: L’idea di portare un bivacco dalla montagna a Venezia mi è venuta anni fa: le Alpi, in generale, e il Tirolo, in particolare, sono luoghi di transito, come lo è Venezia. Osservando la situazione sociale e politica del nostro tempo, ho deciso che era giunto il momento di realizzare il progetto. Sentivo il bisogno di creare un’installazione che fosse un luogo sicuro, di ritiro, dove passare le tempeste dei nostri tempi senza troppi danni. Quella impiegata è una struttura d’emergenza e noi viviamo in tempi d‘emergenza, che credo abbiano bisogno di strutture aperte e accoglienti, come sono appunto i bivacchi. Con questa idea in testa mi sono rivolto a Patrizia Spadafora e Paolo Berloffa dell’associazione ArtintheAlps, che hanno accolto subito con entusiasmo il progetto e manifestato il desiderio di coinvolgere Christiane Rekade come curatrice. Con lei avevano già lavorato per l’Academiae Biennial al Forte di Fortezza.

Bivacco, Isola di San Servolo, Venezia

Christiane Rekade: A me l‘idea di Hannes è piaciuta subito. Trovavo particolarmente avvincente pensare e realizzare una mostra in un luogo che non è di certo progettato per ospitare una mostra d’arte: quello del bivacco è uno spazio piccolo, buio, senza pareti e senza guardiania. Ad esempio, una delle prime mostre da me curate, nel 2005, si è tenuta in un padiglione ottenuto accostando due container. In quell’occasione invitai a interagire con lo spazio artisti come Tomàs Saraceno e Monika Sosnowska. Concepire mostre per lo spazio pubblico in contesti inusuali e con soluzioni originali è una cosa che mi piace molto e che ho già fatto più volte in passato.

VM: Come avete portato materialmente il bivacco sull’isola di San Servolo e come l’avete ottenuto o dove l’avete trovato?

HH: Ho cercato per più di un anno un bivacco usato. La primavera e l’estate scorsa ho contattato tantissimi gruppi CAI di tutto l’arco alpino, per capire se qualcuno avrebbe potuto darmene uno ormai dismesso. Un giorno, un’amica curatrice mi telefona e racconta del bivacco di Messner, che era posizionato davanti al suo museo a Solda. Dopo un sopralluogo, ho contattato Reinhold Messner e gli ho spiegato il mio progetto, che ha apprezzato tanto da offrirci la sua disponibilità. Prima che cadesse la neve l’abbiamo trasportato da Solda al mio studio, dove sono stati fatti anche piccoli lavori di restauro. A maggio, in camion e poi in barca, lo abbiamo trasportato a San Servolo. Il viaggio è stato molto bello e anche poetico, dato che il bivacco ha percorso la stessa strada che percorre l‘acqua: dalla montagna al mare.

VM: Mi interessa approfondire i due valori semantici del termine “bivacco”: quello fisico e quello rappresentativo. Che differenza c’è tra le due interpretazioni e come sono state raccontate dagli artisti scelti per il progetto?
HH: A me interessa meno l’aspetto fisico, se la struttura è arancione o gialla non mi importa. Il bivacco è interessante come idea, come concetto. Se lo si pensa in maniera approfondita, è esso stesso un commento a quello che succede nel mondo.

CR: Come ho detto – da un punto di vista fisico mi attirava la sfida di dover pensare a realizzare al suo interno una mostra. Ci sono poi il concetto, la storia (e le storie) che, insieme alla interazione con le opere, rendono allo stesso tempo questo progetto così poetico e forte.

Bivacco, Isola di San Servolo, Venezia

VM: Jacopo Candotti, Nicolò Degiorgis, Hannes Egger, Julia Frank, Simon Perathoner, Leander Schönweger e Maria Walcher sono gli artisti scelti per il progetto: avete selezionato opere già realizzate ed esposte in altri contesti o ne avete commissionate alcune? Mi piacerebbe che raccontaste le affinità tra i lavori in mostra.

CR: Per me era importante coinvolgere artisti che sapevo con certezza avrebbero accettato di affrontare la sfida del bivacco, di pensare un lavoro dedicato o anche di immaginarsi un loro lavoro già esistente in questo contesto speciale. Dovevano assumersi il rischio che le loro opere potessero essere rubate o distrutte, dato che nel bivacco non c’è sorveglianza, e dovevano anche operare con un budget di produzione abbastanza ridotto. Era per me importante che i loro lavori dialogassero con lo spazio del bivacco, con la sua funzione e la sua storia. Mi sono immaginata fin dall‘inizio una mostra che richiedesse un po’ di tempo e di attenzione per essere compresa. Le opere non avrebbero dovuto mettersi in concorrenza con il bivacco e il bivacco non avrebbe dovuto “schiacciarle”. Durante la sesta Biennale di Berlino, l’artista danese Danh Vo ha realizzato nel suo appartamento a Kreuzberg un’installazione nella quale le opere, piccole sculture, si scoprivano solo soffermandosi nelle varie stanze. Per il bivacco mi sono immaginata qualcosa di simile.
Alcuni lavori richiamano gli oggetti che si trovano tradizionalmente in un bivacco, come nel caso delle coperte di lana di Maria Walcher, sulle quali l’artista ha stampato e ricamato delle linee che rappresentano i percorsi solcati dai migranti nel 2015 e i sentieri che calcano da sempre le pecore in estate, anche loro attraversando dei confini. C’è Peak, librodi Nicolò Degiorgis, che dà una rappresentazione inaspettata delle vette dolomitiche. Appositamente per l’occasione, Jacopo Candotti ha fuso delle monete da 20 centesimi trasformandole in una maniglia, che si sovrappone a quella originale.
Altri lavori riprendono la storia (o le storie) del bivacco: Julia Frank ha lavorato sulla figura di Günther Messner, fratello di Reinhold, a cui è intitolata questa struttura e che è morto tragicamente sul Nanga Parbat nel 1970. Stampando la mappatura del DNA di Günther, Julia ha creato delle sottili bandiere colorate appese all’esterno della struttura. L’audio-piece Tightrope Walker di Hannes, scaricabile grazie al QR Code stampato su un adesivo applicato all’interno del bivacco, permette al pubblico di fare un’esperienza fisica, di percepire il bivacco e la sua storia con il proprio corpo. Il lavoro di Simon Perathoner è forse l’unica scultura in senso classico: in un blocco di pietra dolomitica egli ha inciso la formula chimica della stessa dolomia (la roccia sedimentaria costituita dal minerale dolomite, di cui le suddette montagne sono fatte). L’opera, posta sul piccolo tavolo del bivacco, lo occupa in tutta la larghezza. Così installato, nell’angusto spazio del bivacco, è come portare le montagne nel bivacco. Leander Schönweger, invece, ha creato una suggestiva rivisitazione di questo riparo di fortuna, costruendo un modellino della struttura in forma di chiesa.