Pascale Martin Tayou, Plastic Bags
Veduta d’insieme. In primo piano Ludovica Carbotta
Roman Ondàk, Resistance
Christiane Löhr, Samenball
Nari Ward, Soul soil
Alberto Tadiello, Senza Titolo (Adunchi)
Elisabetta Di Maggio, Senza Titolo
Veduta d’insieme: Massimo Bartolini, Bruna Esposito, Ludovica Carbotta
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Ultima fase lunare per Terre Vulnerabile, che si presta con quest’ultima tappa a ricordarci che ‘L’anello più debole della catena è anche più forte perchè può romperla’, che è anche il titolo mutuato da Stanislaw J. Lec. Ho attraversato la mostra all’Hangar Bicocca con la curatrice Chiara Bertola che, dopo mesi di sospiri, incontri, ragionamenti, si dice contenta di essere arrivata alla ‘fine’. Una conclusione che, in onestà, mi dispiace un po': dopo mesi di appuntamenti, venire all’Hangar e vedere come è evoluto lo spazio, scoprire quale opera è mutata, quale solo spostata, era diventato per me un nuovo modo di fruire una mostra. C’è più luce, più percorsi e ovviamente più opere. Con un pò di ingenuità, sottolineo a Chiara che, quasi quasi, le Torri di Kiefer non si percepisco più… lei tira un respiro di sollievo.
Il labirinto di Friedman si è movimentato, ora accoglie un grande disegno di Margherita Morgantin, le eteree mappe di Elisabetta Di Maggio, una leggerissima scultura/nuvola fatta di semi di cardi di Christiane Löhr e il commovente film di Ermanno Olmi. Ma non voglio farvi la lista. Se non vi racconto proprio tuttotutto, è perchè la mostra deve assolutamente essere vista.
Pubblico invece le immagini dei lavori più imponenti: lo stupefacente bozzolo di Pascale Martin Tayou, fatto di sacchetti di plastica; la tagliente scultura di Alberto Tadiello e il buffo ‘esserino’ di Nari Ward, ricoperto di gambe e braccia di abiti dismessi (reduci dall’installazione di Boltanski). Un pò deludente il video di Ondàk, non tanto per l’opera in sè, ma per la poca possibilità di intervenire con un lavoro ad hoc, in quanto troppo impegnato in altri progetti. Per la mostra ha portato un video dove riprende le scarpe slacciate di alcuni visitatori ad un opening.
Nel complesso, la mostra o meglio il cammino intrapreso da Bertola e Lissoni, è risultato vincente. E scrivo questa parola a maggior ragione se penso alla ‘vulnerabilità’ che tanto è stata discussa, vivisezionata, rappresentata, incarnata nello spirito spesso dell’intero progetto.
Sono stati efficaci e intelligenti nel tessere, in un arco di tempo che va dal settembre 2009 al luglio 2011 (data di chiusura della mostra), un progetto denso e imprevedibile. Chiedendosi fin dall’inizio ‘cosa vogliamo da questa mostra?': hanno risposto costruendo un meccanismo partecipativo e, secondo il mio punto di vista, anche giocoso. Inevitabile cercare, ad ogni appuntamento, gli indizi, i tragitti, le modifiche che nel tempo si sono intrecciati o dissolti.
Utilizzando il titolo di questa quarta tappa, vedo l’Hangar Bicocca come l’anello debole del sistema museale milanese (fragile perchè lontano dal centro, vulnerabile perchè immenso, cagionevole perchè privo dei fondi e sostegni che meriterebbe ecc.) che però si è rivelato forte nel coinvolgere tutti coloro che hanno vissuto questa mostra osservandone la crescita e stimandone la complessità. Speriamo che altri spazi museali, imparino qualcosa.
Senza contare che è previsto per il 28 giugno, un dibattito pubblico tra artisti, curatori e visitatori. Chiara Bertola vuole fortemente questo appuntamento (“… può venire chiunque anche con pomodori e uova in mano..”), per tracciare non tanto dei risultati, ma per registrare quanto le loro intenzioni sono state capite e assimilate.
Non l’ho mai fatto…. un buon motivo per iniziare. Assegno alla mostra ????