• Nanni Balestrini Non capiterà mai più, 1969 Collage Serie di 12 opere / 12 artworks seriesPhoto: Nicola Eccher Courtesy Fondazione Museion - Museo di arte moderna e contemporanea Bolzano Collezione Archivio di Nuova Scrittura
  • Mario Schifano Paesaggio TV, 1970 Aniline and enamel on emulsion-ground canvas - Private CollectionCourtesy Fondazione Marconi, MilanoTomaso BingaDonna in scatola, 1972 Collage on styrofoam, plexiglassCollezione privata/ Private CollectionCourtesy of the artist andFondazione Filiberto Menna, Salerno
  • Giorgio de ChiricoSole sul cavalletto, 1973 Olio su tela / Oil on canvasPhoto: Giuseppe Schiavinotto CourtesyFondazione Giorgio e Isa de Chirico, Roma
  • TV News control room, 1970 Courtesy Rai Teche
  • Renato GuttusoLa visita della sera, 1980Olio su tela/ Oil on canvasGalleria Nazionaled’Arte Moderna e Contemporanea, RomaCourtesyMinistero per i Beni culturali e Ambientali e del Turismo
  • Fabio MauriIl televisore che piange, 1972“Happening”, RAI TV2, RomaVideo stillCourtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth
  • Mario Schifano Paesaggio TV, 1970 Smalto e aniline su tela emulsionata e perspex / Aniline and enamel on emulsion-ground canvasCollezione privata / Private CollectionCourtesy Fondazione Marconi, Milano
  • Libera Mazzoleni Luca, 2-49, 1977 16 fotografie con intervento tipografico e grafico / 16 photographs with graphic and typografic intervention Photo: Claudia Cataldi, Prato Courtesy Frittelli Arte Contemporanea, Firenze

È stata presentata ieri mattina alla Fondazione Prada di Milano la mostra TV 70. Francesco Vezzoli guarda la Rai, che si terrà in Fondazione dal 9 maggio al 24 settembre 2017, inaugurando poco prima dell’inizio della 57esima edizione della Biennale di Venezia.

La mostra vuole ripercorrere l’icasticità mediatica, l’importanza ideologica e la grandezza educativa che ha avuto la televisione della Rai nel decennio degli anni ’70, in cui programmi di intrattenimento e confronti culturali e politici diventavano davvero il fulcro informativo e di discussione di tutta la nazione italiana. Tutto viene raccontato, gestito e filtrato attraverso lo sguardo e la sensibilità di Francesco Vezzoli, che in conferenza stampa ricorda quel decennio come importantissimo per la formazione della sua sensibilità visiva, dove contenuti anche molto diversi tra loro lo raggiungevano senza essere “editati” da nessuno e in nessun modo.
Il tutto si svilupperà in tre sezioni differenti, in cui il display sarà ideato e creato dal duo di designer M/M (Paris) – Mathias Augustyniak e Michael Amzalag. Nell’ala nord verrà dato spazio al binomio arte e televisione; nel Podium a quello politica e televisione; nell’ala Sud a quello intrattenimento e televisione. Nel Cinema della Fondazione verrà organizzata una serie di incontri monotematici dedicati ad aspetti di quel decennio televisivo.

Di seguito l’intervento di Francesco Vezzoli, e alcune domande all’artista.

Sono molto felice, e paradossalmente per me è come se questo progetto fosse già quasi finito, mentre per voi comincia. Quando io approccio un’idea è come se facessi un casting dei miei primi video: io sono nel letto e sogno che Gore Vidal, Helen Mirren, Benicio del Toro e Milla Jovovich partecipino tutti ad un remake pornografico del film. Quando poi sono sicuro che tutti lo faranno o quando sono arrivati sul set è un classico che io mi metto in un angolo e non parlo con nessuno e tutti mi dicono: “Ma non ti diverti?”. Per me quello che conta è l’aspetto concettuale e politico, è creare un cortocircuito. Quando vedo che il cortocircuito comincia ad avvenire io sono contento. Io sento che il cortocircuito è iniziato, la partnership tra la Fondazione Prada, Rai Teche e la Rai è iniziato.

Gli ingredienti sono molto semplici: prendiamo il museo più sofisticato e anarchico che ci sia in Europa, per me la Fondazione Prada; prendiamo l’archivio storico di immagini più potenti e drammatiche che è quello della Rai; prendiamo i due designer più diabolici che ci siano in Europa, lo studio M/M; poi cerchiamo di cucinare tutti questi ingredienti messi insieme. A questo punto rimane solo una domanda, perché? Perché in quegli anni sono nato. Sono stato educato al 50% da genitori che mi facevano vedere i film dei fratello Taviani e di Fassbinder e al 50% dalle nonne che mi facevano vedere Canzonissima. È una sorta di strappo, dicotomia o ossimoro che non so se siano solo miei o valgano anche per gli atri: ma io racconto la mia di sensibilità, e visto che so ricamare, il tentativo di questa mostra è di creare due percorsi paralleli ma forse anche un paradossale compromesso storico tra commozione e sarcasmo, violenza e desiderio, dolore e passione, tutti quei sentimenti così forti che hanno animato quella decade così importante e decisiva per la storia del nostro paese e forse di tutta l’Europa.

Per dare corpo a tutte queste emozioni l’unico territorio dove si poteva andare a pescare era l’archivio Rai, da cui potrebbero nascere mille mostre stupende, c’è di tutto. Io sotto sotto penso che la Rai sia stata per l’Italia il Centre Pompidou che la nostra nazione non ha avuto. È riuscita come istituzione pubblica ad avere al suo servizio e sotto contratto alcuni dei cervelli più belli: Umberto Eco, Fellini,… ha prodotto due film che hanno vinto due Palme Doro, ha lavorato con Pasolini,… tutte queste perone sono passate in qualche modo attraverso la Rai. E tutto il materiale che si vedrà è prodotto dalla Rai: se si trattasse del materiale documentato dalla Rai allora di mostre ne potremmo fare diecimila.
Per finire, voglio ringraziare la Fondazione Prada, perché è una delle pochissime istituzioni al mondo che darebbe spazio ad una mostra così assurda, folle, megalomane, surreale e delirante.

Raffaella Carrà Canzonissima,1970 Courtesy Rai Teche

Raffaella Carrà Canzonissima,1970 Courtesy Rai Teche

Di seguito le risposte dell’artista ad alcune domande del pubblico —

Come hai delimitato il periodo così indefinito di “anni 70”?

Il periodo si delimita dall’anno del mio concepimento, il ’70, passano per gli anni per me formativi, cioè quando le immagini ti arrivano e ti colpiscono senza che tu abbia il modo di editarle o senza che nessuno le editi per te e quindi rimangono impresse nella tua mente, arrivando fino a circa i miei 10 anni, insomma fino agli anni ’80. C’è anche una motivazione forse più scientifica, però non politica: l’arrivo delle televisioni private prima in maniera minima e poi l’arrivo della televisione berlusconiana cambia radicalmente la natura del linguaggio, quindi quella sarebbe un’altra mostra. Non è che l’abbiamo lasciata fuori per motivi politici o morali, è proprio un’altra dialettica, un altro discoro, un’altra tipologia. Mi hanno spiegato che da quando arrivò la televisione commerciale il talk show non prende più un ruolo dialettico, ma promozionale. Quindi cambia tutto. La scelta di quel periodo è vincolata anche dal fatto che poi in un certo momento c’è stato un cambio di regime.

Quali materiali ci saranno nella mostra?

Il materiale in mostra sarà molto vario, ma tutto di prima qualità come direbbe un televenditore. Ci sono opere stupende, tutti prestiti di musei importantissimi: da Boetti, Burri, Fontana, Accardi, fino a una sezione speciale sull’arte femminile un po’ più dimenticata, con figure come Tomaso Binga, Suzanne Santoro, o due fotografe come Lisetta Carmi e Elisabetta Catalano, che io ho scelto con particolare amore. Lisetta negli anni ’60 fotografa tutti i travestiti e transessuali, come una specie di Nan Goldin ante litteram: ci sarà quindi da una parte la femminilità pretesa e dall’altra un’iperfemminilità oggettiva come nelle fotografie di Elisabetta Catalano. Poi si conclude con un progetto molto particolare con un televisore che piange. Ci saranno tre sezioni. Nella prima parte avremo l’artista che cerca di gestire la propria immagine pubblica, l’artista che viene invitato a trasmissioni televisive, l’artista decide di capire quale sarà il suo ruolo in una dimensione mediatica pubblica. Poi c’è una sezione con figure come Giulio Paolini che collaborano fisicamente alla regia, ai costumi, alle scene di produzione Rai vere e proprie; e non sono materiali che la Rai ha filmato in teatri in cui in cui per esempio Luca Ronconi collaborava con Giulio Paolini (che magari non è neanche mai successo), ma era proprio Giulio Paolini che su commissione della Rai lavorava. E poi c’è una fase finale con figure come Eugenio Carmi e Fabio Mauri che con il televisore che piange fanno sì ad un certo punto alle otto di sera invece di vedersi il telegiornale, 30 milioni di italiani si beccano questo televisore con due occhi neri che sembra che pianga. E lì chiudiamo facendo vedere che ad un certo punto magicamente l’artista è riuscito ad infiltrarsi come un virus.
Tutto questo materiale televisivo che si vedrà appartiene ad un momento storico in cui la televisione formava la vita delle persone. Quando Mina e la Carrà arrivavano a Milleluci, c’erano 30 milioni di italiani che le vedevano e il mattino in tutti gli uffici, in tutte le scuole, in tutti gli ospedali si parlava di quanto era successo la sera prima in televisione. Questa è una cosa che non va dimenticata, perché oggi la televisione ha una dimensione molto più “scattered”, con una fruizione personalizzata. Invece in quel momento storico l’Italia si fermava.

Pensi che la stessa qualità e quantità emotiva può essere data dalla televisione degli anni ’90?

No, ma non per un fatto di mancanza di qualità, ma per il fatto che non c’è più un’unica scelta e la quantità di scelte disperde ed inevitabilmente non si può più creare il dibattito. La televisione prima era un momento unificante della nazione: c’era solo un canale e quello si guardava, e avveniva in maniera intrattenitiva. Quel tipo di intensità emotiva secondo me ormai è persa e magari uno la ritrova per un breve attimo guardando questa mostra.

Al pubblico verranno proposti stralci di video, film o certo materiale televisivo?

Nel cinema ci sarà una specie di super blog durante il giorno, e se riusciremo sarebbe bello fare delle serate monotematiche, come una serata Sandokan, una Milleluci,… e magari fare delle notti d’estate in cui chi vuole venire fa una specie di abbuffata non stop.

Come ti immagini che un pubblico nato negli anni ’90 e che non ha conosciuto quel contesto accolga questo messaggio e questa dimensione?

Io vado spesso a ballare in un club dove ci sono persone che hanno la metà dei miei anni e che cantano e ballano canzoni che hanno il doppio dei miei anni. Quindi le reazioni dei millenials sono assolutamente imprevedibili e io non lo so prevedere. Sicuramente ho una certezza, ci sarà una sezione che per me è abbastanza intoccabile che è quella sugli Anni di piombo, in cui io ho deliberatamente chiesto di non mettere alcuna opera d’arte come forma di rispetto alla drammaticità del momento. Poi ci sarà una sezione sulle battaglie femministe e sulle rivendicazioni di alcuni specifici diritti civili. Ho l’impressione che forse la rivendicazione di alcuni diritti civili rispetto al momento ideologico forse sarà qualcosa che un millenials visiona in maniera più leggibile. Forse gli anni di Piombo per qualcuno che ha la metà dei miei anni sono incomprensibili, però mi verrebbe da dire che magari se vengono alla Fondazione Prada anche per degli altri motivi e se li trovano davanti può essere una buona cosa, poi sapranno loro se voler approfondire o meno questo tema. La Fondazione ha a cuore una dimensione didattica e non necessariamente la dimensione didattica deve essere associata all’idea di noia o pesantezza.

Per quanto riguarda l’allestimento, è stato comunicato che l’obbiettivo principale sia quello di creare un ambiente immersivo in cui lo spettatore possa percorrere tutte le sezioni della mostra come in una programmazione di immagini televisive. Ce ne hanno parlato i due designer M/M – Mathias Augustyniak e Michael Amzalag
Ciò che è stato difficile fare per l’allestimento spiegano sia stato creare uno spazio in cui lo spettatore può smettere di pensare al mondo che lo circonda per focalizzarsi su quel determinato periodo storico e su quella precisa dimensione visiva. La televisione italiana degli anni ’70 viene da loro percepita come una sorta di esibizione essa stessa. Anzi, dicono che la televisione italiana è da includere nella storia delle esposizioni, “al pari di Les Immatériaux di Lyotard, Magiciens de la Terre, o When attitudes become form”. La complessità principale consiste nel trovare la modalità giusta e appropriata in cui ri-attivare questo materiale parecchio datato per renderlo estremamente contemporaneo: si tratta di trovare la modalità con cui riattivare una mostra che c’è già stata, ridandole vita. Francesco Vezzoli ha steso uno scritto che loro cercano di trasformare in un landscape visivo. “Il materiale televisivo è principalmente linguaggio, spazio e tempo e noi vogliamo combinare questi tre elementi in qualcosa che può diventare una mostra d’arte contemporanea. Una mostra sulla televisione non deve essere solo un display in cui esporre archivi o materiali datati, ma è un riattivarli all’interno del mondo contemporaneo per indurre domande allo spettatore. La strategia che abbiamo scelto è di usare il titolo della mostra come una mostra esso stesso. Come da locandina, il titolo e gli elementi tipografici rispondono già all’idea dei materiali televisivi che andrete a vedere. Costruiamo un linguaggio grafico che sia in grado di scrivere il titolo della mostra e di figurare lo spazio dell’esposizione. Le opere d’arte della mostra diventano in qualche modo dei marcatori temporali”.

Concept grafico della mostra “TV 70” realizzato da M\M (Paris) / Graphic and exhibition concept of “TV 70” by M\M (Paris)Courtesy M\M (Paris)

Concept grafico della mostra “TV 70” realizzato da M\M (Paris) / Graphic and exhibition concept of “TV 70” by M\M (Paris)Courtesy M\M (Paris)

Jean Paul Belmondo e Raffaella CarràCanzonissima, 1971Courtesy Rai Teche

Jean Paul Belmondo e Raffaella CarràCanzonissima, 1971Courtesy Rai Teche

Gemelle Kessler / Kessler TwinsCanzonissima, 1969Courtesy Rai Teche

Gemelle Kessler / Kessler TwinsCanzonissima, 1969Courtesy Rai Teche

Gianni Pettena Applausi, 1968 Valigia light box (vintage) Courtesy of the artist

Gianni Pettena Applausi, 1968 Valigia light box (vintage) Courtesy of the artist