Troppe cose e un Monumento

20 Maggio 2010




Ieri, 19 maggio, ho visto troppe mostre.
Ho visto velocemente una Venezia mai vista grazie a Catherine Opie allo Studio Guenzani. Il suo foto ritratto con sfondo rosso e un tramonto veneziano diviso a metà. Ho visto velocemente dei paesaggi ‘meccanici’ e dei delicati disegni a china di Stéphanie Nava da Riccardo Crespi. Mi aspettavo di “attraversare spazi emotivamente carichi di suggestioni e memorie, minacce e promesse”. Ho visto velocemente le aquile e l’Aquila di Lucia Uni da Pianissimo. In questo momento sto ascoltando la traccia video udibile dal sito della galleria: macerie, sassi, mattoni che rotolano. Ho visto velocemente le foto di Elad Lassry da De Carlo e vorrei la donna incorniciata d’oro mentre sostiene una macchina fotografica restando in bilico su una libreria. Sì, vorrei quella foto sopra il comodino. Ho visto velocemente le sculture di ferro ma che sembravano di legno di Andreas Golinski da De March. Non mi è piaciuto il titolo della mostra “Le intoccabili prospettive terrene”. Ho visto velocemente in un video l’ombra di Debora Ligorio da Francesca Minini.
Ho visto un’opera che mi è rimasta impressa. Toccante, emozionante, inquietante anche. Un enorme cubo di creta avvolto in metri di stoffa. Bagnato per non far seccare la creta, il grande cubo sembrava piangente… triste della retorica da cui ha preso forma. Il grande cubo è un semplice monumento anzi, un Monumento Nazionale (titolo dell’opera), un monumento che racchiude tutti i monumenti che possiamo immaginare e pensare. Grazie a Guillaume Leblon, l’artista, e al curatore Alessandro Rabottini.

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