• MAXXI - Transformers, 2015, Choi Jeong Hwa - ph. Musacchio Ianniello
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  • MAXXI - Transformers, 2015, Choi Jeong Hwa - ph. Musacchio Ianniello
  • MAXXI - Transformers, 2015, Choi Jeong Hwa - ph. Musacchio Ianniello
  • MAXXI -Transformers, 2015 Didier Faustino, ph. Musacchio Ianniello
  • MAXXI -Transformers, 2015 Didier Faustino, ph. Musacchio Ianniello
  • MAXXI - Transformers, Pedro Reyes -ph. Musacchio Ianniello
  • MAXXI - Transformers, 2015, Choi Jeong Hwa - ph. Musacchio Ianniello
  • MAXXI - Transformers, 2015, Choi Jeong Hwa - ph. Musacchio Ianniello
  • MAXXI - TRASFORMERS - Martino Gamper, Post Forma - backstage
  • MAXXI - TRASFORMERS - Martino Gamper, Mollino
  • MAXXI - TRASFORMERS - Martino Gamper, 100 Chairsin 100 days
  • MAXXI - TRASFORMERS - Didier Faustino, Body in Transit
  • MAXXI - TRASFORMERS - Pedro Reyes Capula Dodecahedron @ Fredrik Nilsen
  • MAXXI - TRASFORMERS - Didier Faustino, 2014, This is not a Love Song
  • MAXXI - TRASFORMERS - Didier Faustino, 2013, The Show Must Go Home
  • MAXXI - TRASFORMERS - Didier Faustino, 2009-Hand Architecture
  • MAXXI - TRASFORMERS - ChoiJeong Hwa_happy happy, LACMA, LA, 2009
  • MAXXI - TRASFORMERS - ChoiJeong Hwa, Cosmos, Natural color, multiple flower show, Culture Station Seoul 284, Seoul, Korea 2014

La nostra epoca è piena di cambiamenti, addirittura mutazioni. Non solo la nostra percezione del mondo si sta spostando dalla “realtà analogica” alla “realtà virtuale”, ma il mondo reale in cui viviamo si sta rapidamente trasformando in una nuova realtà, in cui analogo e virtuale si mescolano.

La trasformazione è la parola chiave della nostra esistenza attuale. Il modo in cui viviamo e facciamo le cose sta trasformando la realtà del mondo. E tutti sono, in potenza e di fatto, transformers, trasformatori.

La parola “Transformer” viene spesso associata agli omonimi robot-giocattolo giapponesi (Toransufoma), e alle loro variazioni cinematografiche e fumettistiche. Questi giochi non sono solo capaci di trasformarsi da umanoidi in automobili e armi. La cosa più importante è che da molti sono visti come rappresentazioni delle nostre stesse metamorfosi possibili. 

L’aspirazione a violare i confini tra arte e design al fine di ricollegare pratiche artistiche e vita sociale ha una lunga storia. Ha rappresentato la forza propulsiva dei movimenti dell’avanguardia storica, come il Costruttivismo russo, il Bauhaus, la Pop Art e il Concettualismo. Ha portato a trasgredire la divisione tra alto e basso, utile e inutile, provocando da sempre una sovversione nella gerarchia dei valori estetici e sociali. Alla fine, ha aperto nuovi orizzonti di emancipazione per la creatività umana e la trasformazione delle stesse pratiche creative. 

Estratti dal testo di Hou Hanru (Direttore artistico MAXXI).

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In concomitanza con il clima oscuro che stiamo attraversando (gli attentati, lo stato d’allerta che aleggia sull’Europa) il MAXXI ci regala una mostra vitale, festosa e coloratissima, piena di speranza e di energia.  Si fa sempre più frequente, per chi segue l’arte contemporanea, l’incontro con il binomio “arte e altro”: arte e architettura, arte e moda, arte e design, arte e impegno sociale. La mostra TRANFORMERS (fino al 28 marzo) fa degli ultimi due accostamenti i suoi punti di forza e di partenza. Hou Hanru ha invitato quattro artisti/designer raggruppandoli sotto la denominazione che dà il titolo alla collettiva. Il ruolo di questi “trasformatori” sarebbe quello di “produrre nuove sinergie affinché l’arte e il design, così come le altre pratiche creative, dialoghino in modo tale che la partecipazione sociale e la sostenibilità ecologica agiscano insieme”.

Ad accogliere il visitatore un enorme fiore di loto gonfiabile che, dorato, si staglia nel grigio della struttura esterna del museo. All’interno è una festa di colori: dal soffitto pende un tripudio di festoni scintillanti, perle, palline, catene, ghirlande all’uncinetto. Dello stesso artista una foresta di centinaia di scolapasta verde fosforescente e un’altra foresta, questa volta costituita da grappoli di palloncini colorati. Per passare si è costretti a toccarli (la loro gomma ha un odore che avevo dimenticato, mi sfiorano la faccia e i capelli facendomi il solletico). Dal corridoio con vetrate che dà sul cortile ecco riapparire il gonfiabile. Mi fermo a guardarlo dalla mia posizione sopraelevata. Solo ora afferro il senso del suo movimento, un lento aprirsi e richiudersi: sta respirando. Nel catalogo della mostra c’è un rendering nel quale Choi Jeong-Hwa immagina di posizionare il fiore d’oro sull’isola Tiberina e in altri punti di Roma. Penso che sarebbe bellissimo, per noi romani con le metro bloccate dagli allarmi-bomba e i militari disseminati per la città, incontrare, ogni mattina, andando al lavoro, un enorme fiore di loro d’oro che respira e si rivolge al cielo, incurante di tutto. Accanto a ognuna delle opere del coreano Choi Jeong-Hwa sono affisse delle brevi poesie. Mi sorprende la loro strana ingenuità e l’efficacia con cui dialogano con le opere, che diventano così una mescolanza tra parole, immagini, materiali, sculture, installazioni, ambienti.

Il lavoro di Didier Fiuza Faustino è molto meno allegro: il designer, architetto e artista francese lavora sul rapporto tra corpo e spazio e sul concetto di In-Between. Le sue opere nascono dalla “presa di coscienza del malfunzionamento del tessuto politico-sociale” e sono “denunce, prese di posizione, sottolineature delle ambiguità che viviamo quotidianamente, e con il loro carattere provocatorio e ‘scomodo’ chiamano in causa la percezione corporea di chi guarda”. La più impressionante è Body in transit (2000), una specie di valigia hi-tech progettata per contenere un corpo, richiamando il dramma dell’immigrazione clandestina. Vicino a questo strano contenitore grigio, che mi fa pensare a una bara futuristica, emerge Lampedusa (2015), un’insieme di scialuppe di salvataggio fuse insieme per creare una grande boa, sovrastate da una grande riproduzione grafica di La Zattera della Medusa di Géricault. Martino Gamper invece propone una sala di lettura costituita dalle sue famose sedie ibride. Il progetto, cominciato nel 2005, ha previsto la raccolta di 100 sedie usate, riciclate, smontate e reinventate dall’artista-designer, promotore delle pratiche di collaborazione note come DIY (Do It Yourself). Alcuni dei titoli in consultazione, scelti dagli artisti della mostra e tutti inerenti al tema della “trasformazione”: T.A.Z. di Hakim Bey, il Libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa, La carta e il territorio di Houellebecq, Le cose di Perec, Le metamorfosi di Ovidio, La società dei consumi di Baudrillard, diversi cataloghi di Ryan Gander, ecc..

Infine l’opera più semplice e toccante: Disarm, del messicano Pedro Reyes. Una serie di strumenti che si suonano da soli grazie a un congegno di automazione. La musica che compongono, spesso cacofonica e minimale, a tratti più godibile e ritmata, accompagna il visitatore nel suo cammino attraverso gli spazi della mostra. Ma quando si raggiunge l’opera è difficile non rimanere a bocca aperta: gli strumenti sono interamente realizzati con vari componenti di armi da fuoco. Reyes ha raccolto una quantità di fucili, pistole e kalashnikov e li ha letteralmente fatti a pezzi, trasformandoli in un violino, un basso, un flauto di Pan e un bastone della pioggia.

Ma la mostra, in un certo senso, non finisce qui. Gli ottimi testi inclusi nel catalogo (in consultazione nella sala di lettura creata da Gamper) e i tre incontri “Potenziali di trasformazione” (a cura di doppio zero: i prossimi due il 15 gennaio e il 19 febbraio) che si interrogano sulle nuove forme di scrittura e sulla possibilità usarle per trasformare lo sguardo sul mondo contemporaneo, approfondiscono ed espandono il concetto dell’esposizione, che è molto più complesso di quanto queste opere, semplici e dirette, lascino trapelare. Nel testo scritto per TRANSFORMERS, Hou Hanru sottolinea come queste opere abbiano il potere di sensibilizzare, aprire interrogativi e proporre un nuovo modo di concepire e rielaborare il mondo e i suoi problemi, creare un nuovo “spirito mentale”. Mentre mi lascio alle spalle il respiro del fiore d’oro, mi chiedo se la mostra abbia attivato in me un “processo di riflessione concreto e partecipato” o se non mi abbia piuttosto consolato, come se il vedere (e forse anche il produrre?) queste opere renda possibile innanzitutto la trasformazione di sensazioni scomode (dubbio, paura, impotenza e compassione) in oggetti solidi, rassicuranti, esterni. Forse i fatti di cronaca dell’ultimo periodo hanno reso le domande più pesanti e le risposte più drastiche ed urgenti, resta il fatto che questa mostra arriva in un momento in cui parlare di trasformazione ha sicuramente senso: sarebbe bello poter reagire in modo così gioioso, nuovo e inaspettato ai cambiamenti che stiamo attraversando.

MAXXI - Transformers, Pedro Reyes -ph. Musacchio Ianniello

MAXXI – Transformers, Pedro Reyes -ph. Musacchio Ianniello

MAXXI - Transformers, 2015, Choi Jeong Hwa -  ph. Musacchio Ianniello

MAXXI – Transformers, 2015, Choi Jeong Hwa – ph. Musacchio Ianniello

MAXXI  - Transformers, 2015, Choi Jeong Hwa - ph. Musacchio Ianniello

MAXXI – Transformers, 2015, Choi Jeong Hwa – ph. Musacchio Ianniello