Tomas Øvrelid,   See what you made me do,   2016,   tavolo,   panche,   sedie,   libri,   testi,   diagramma,   dimensioni variabili

Tomas Øvrelid, See what you made me do, 2016, tavolo, panche, sedie, libri, testi, diagramma, dimensioni variabili

Oggi, venerdì 20 gennaio, negli spazi della Triennale di Milano si svolge  To learn without desire is to unlearn how to desire. Soggettività post-identitarie, ecosofie, politiche del comune, un convegno, uno spazio di dibattito seminariale a cura del collettivo CURRENT con la partecipazione di oltre 20 teorici e curatori italiani e internazionali che negli ultimi anni hanno frequentato il Biennio Specialistico in Arti Visive e Studi Curatoriali. A partire dalle singole posizioni di ricerca, l’incontro sarà articolato intorno ad alcune delle linee di indagine portate avanti dal Dipartimento di Arti Visive con progetti come la piattaforma Utopian Display e il magazine No Order. Art in a Post-fordist Society.
Il convegno fa parte delle iniziative della mostra The Great Learning – a cura di Marco Scotini, a cui abbiamo rivolto alcune domande i giorni scorsi  – inaugurata il 17 gennaio sempre negli spazi della Triennale.

Segue l’intervista con il team curatoriale  Current —

ATP: Quali sono le basi da cui siete partiti per strutturare la giornata di incontri seminariali “To learn without desire is to unlearn how to desire. Soggettività post-identitarie, ecosofie, politics of commons”?

Current: Abbiamo concepito la giornata come uno spazio di approfondimento e riflessione a partire dall’occasione della mostra The Great Learning, quindi sposando il concept “confuciano” di Marco Scotini, il terzo atto di questa trilogia sull’apprendimento che ha attraversato i dieci anni del corso di Visual Arts and Curatorial Studies. In particolare, prima di dare vita al progetto Current e di aprire il nostro spazio indipendente a Milano, abbiamo avuto parte attiva in Theater of Learning, in cui sfumavano i ruoli di artisti e curatori e si passava tutti sul palco della performatività, attraverso lo strumento del re-enactment, ripensando e a volte sovvertendo i “maestri” (Baldessari, Gilardi, Balestrini, Jonas…). In questo caso, se da una parte gli artisti hanno l’occasione di portare in scena i loro propri lavori, i curatori e teorici utilizzeranno la mostra come spazio dove raccontare e mettere a confronto pratiche ed esperienze. L’occasione per chiederci “come agire?” in relazione allo stato dell’arte, e di aprire lo spazio di riflessione al pubblico, agli artisti, a chiunque interverrà. Il tema di fondo è sempre il ricorrente to learn, in questo caso il titolo (da un suggerimento di Gabriele Longega e Ilaria Zanella, che parteciperanno all’incontro) deriva dal pamphlet di Raoul Vaneigem, teorico dell’Internazionale Situazionista, A Warning to Students of All Ages, che nel 1995 fa sostanzialmente il punto dello stato dell’apprendimento, della scuola come strumento della foucaultiana società di controllo, insieme alla fabbrica, all’ospedale, alla prigione, un luogo in cui si reiterano paradigmi patriarcali ma soprattutto gerarchici, che “castra” il desiderio. “Una scuola in cui la vita diventa noiosa non insegna altro che barbarie”. Ecco è proprio il tentativo di ribaltare questa retorica dell’insegnamento che sembra stare alla base del corso, e a maggior ragione dell’ossimorico “imparare l’arte”.

ATP: Avete individuato alcune problematiche-chiave che guideranno molte delle conversazioni tra curatori e teorici. Me ne presentate alcune, anche in relazione alle singole posizioni di ricerca dei vari curatori partecipanti?

C: Prima fra tutte, come agire nell’arte? Come mettere in campo delle strategie che coniughino l’esposizione con la produzione culturale, in un orizzonte socio-economico che ha come scopo l’estrazione di valore economico (dall’arte ma anche dall’intero spettro del nostro vivere)? E da un punto di vista generazionale, quali sono i nuovi format che curatori e artisti individuano come adatti a rimarcare una differenza, e come si pongono questi in relazione al sistema globale dell’arte? Le ricerche sono tante: le piattaforme indipendenti, che vedono in Gasconade di Michele D’Aurizio un primo esperimento eccellente proprio qui a Milano, la sua evoluzione in un “writing workshop” nel progetto Le petit jeu, e la sua esperienza come curatore alla 16a Quadriennale. O K-Gold Temporary Gallery, sull’isola di Lesvos, ideato da Nikolas Vamvouklis, uno spazio d’arte nomadico che attiva processi collettivi in relazione alle particolarità sociali e culturali di quella regione. Anche il progetto PIIGS – an Alternative Geography of Curating, presentato da Mattia Solari è una forma di dispositivo espositivo critico, un esperimento di curatela come “disciplina indisciplinata” presentato l’anno scorso a Torino in collaborazione coi curatori di CAMPO15. C’è poi l’importanza della produzione editoriale nel nostro agire culturale, da How to build a manifesto for the future of a festival, il progetto editoriale curato da Giulia Polenta e realizzato durante il Festival di Santarcangelo del 2015, o la creazione di DATA – Sharing Archives  ad opera di Valentina Angeleri, e della rivista “Archium” come spazio di cooperazione tra studiosi di pratiche d’archivio.

N°01 Archium Soon! Archivio e Fantascienza,   DATA - Sharing Archives

N°01 Archium Soon! Archivio e Fantascienza, DATA – Sharing Archives

ATP: Tra i tanti temi che solleverete in questa giornata di discussione ce ne uno, in particolare, che trovo da sempre attuale: il ruolo dell’arte come strumento di resistenza nel contesto urbano e sociale. Quale è il vostro punto di vista in merito?

C: L’arte è caratterizzata da una particolare affinità con l’atto di resistenza, dice Deleuze. L’arte rivendica una logica autonoma alternativa a quella della società costruita e imposta per particolari esigente politiche ed economiche di controllo e produzione di valore. E contesto urbano (ma possiamo dire pure ecologico, perché non c’è differenza e separazione fra natura extraurbana e natura urbana) e sociale sono diretta conseguenza di questo ordine. Allora i progetti artistici possono diventare anche progetti di trasformazione dell’urbano. Se nel nostro piccolo cerchiamo di farlo ora strappando spazi esigui dall’uso strettamente commerciale e valoriale per renderle spazi dove “si fa arte”, siamo stati anche fra gli ultimi arrivati a poter collaborare – nell’ambito del Biennio Specialistico – con la figura di un grande artista come Bert Theis, e con il progetto Isola Art Center che ha inciso sulla battaglia contro urbanistica top-down e gentrificazione a Milano, con l’arte come primo strumento e che ha poi ispirato altri progetti simili.

ATP: Marco Scotini, ha ribadito in più occasioni che “la posta in gioco oggi è, di fatto, quella di pensare l’arte come qualcosa al centro dei processi di formazione e di soggettivazione in senso ampio.” Che significato date voi alla necessità di produrre e liberare soggettività?

C: Se ci rendiamo conto che la società contemporanea ha come unico meccanismo regolatore quello del mercato, sembra non ci sia alternativa a quella della messa a lavoro costante, ed ogni nostro desiderio è funzionale a questo meccanismo economico. La via di fuga è non sottostare più a queste “regole”, che hanno definito per secoli ciò che dobbiamo essere e creare, identità di genere, identità sessuali, gerarchie, identità nazionali e di appartenenza, liberando appunto nuove soggettività. Le nostre pratiche allora cercano di essere nomadiche, opzionali e non legate ai vecchi paradigmi, e ogni volta rinegoziate in modo collettivo. Ci sembra questo il modo giusto di agire in questa post-contemporaneità, fra reale e virtuale, anche di fronte a un sistema dell’arte che ha invece come principio ordinatore quello del mercato.

ATP: Mi accennate al criterio che sta alla base della selezione dei curatori?

C: Molto semplicemente, essendo The Great Learning occasione per festeggiare i dieci anni del corso di Visual Arts and Curatorial Studies, abbiamo invitato i teorici e curatori usciti appunto da questo corso negli ultimi anni di cui conoscevamo e stimavamo il lavoro. Certo è un criterio parziale, ma pensiamo che possa essere un primo punto di partenza da mettere in campo in uno spazio e tempo ridotto, per riaprire un confronto, a cui possano partecipare in futuro anche altre figure, esterne e dalle diverse pratiche e ricerche. Potrebbe anche essere l’occasione per rilanciare la piattaforma Utopian Display, a cui ci siamo ispirati nel creare il concept, che è stata un importante spazio di confronto fin dal 2003 nell’ambito del Biennio Specialistico NABA .

Nicolas Vamvouklis,   Scuola Susanna,   2015,   sito internet,   foto d’archivio,   carta da parati,   Installation view at CURRENT,   Milano

Nicolas Vamvouklis, Scuola Susanna, 2015, sito internet, foto d’archivio, carta da parati, Installation view at CURRENT, Milano

PORTAL,   exhibition view at Current,   Mati Jhurry,   Tabita Rezaire,   Diego Gualandris,   Marco Ceroni

PORTAL, exhibition view at Current, Mati Jhurry, Tabita Rezaire, Diego Gualandris, Marco Ceroni

Current è una piattaforma creata da artisti e curatori per la sperimentazione e lo scambio di idee nell’ambito delle arti visive in contaminazione con altre forme della creatività, aperta alla collaborazione con giovani artisti e altri progetti italiani e internazionali. Ha base in uno spazio indipendente a Milano fondato a marzo 2016.

www.currentproject.it

Partecipanti al convegno: Valentina Angeleri, Luca Bertoldi, Eleonora Castagna, Michele D’Aurizio, Vincenzo Di Marino, Roberta Garieri, Gabriele Longega e Ilaria Zanella, Sara Marchesi, Giulia Mengozzi, Barbara Meneghel, Giulia Polenta, Camilla Pin Montagnana, Giovanna Repetto, Mattia Solari, Chiara Turconi, Nicolas Vamvouklis, Shuai Yin e Francesca Battello