Eugenio Tibaldi – Anthropogenic Erbarium

Lunghe foglie aghiformi colorate abbracciano un altrettanto colorato ponte lambito da fronde, rami e lussureggiante vegetazione. Quello che Eugenio Tibaldi ha immaginato per lo spazio aperto del Zoma Museum ad Addis Ababa  è un ‘ponte ideale’ che unisce elementi opposti: natura / cultura, organico / inorganico, gioco / tecnica. 
Anthropogenic – Bridge — questo il titolo della grande installazione site specific, parte di un più ampio progetto che comprende ‘Anthropogenic Herbarium’, una serie di di tavole pensate come una sorta di “diario/erbario di viaggio” — riflette sulla germinazione incondizionata che avviene nell’incontro tra la natura e la città, ma non solo, anche sugli effetti che una scultura performativa può generare interrompendo o modificando il percorso dei visitatori nel parco del museo.
Racconta la curatrice Adriana Rispoli nel documentario realizzato in occasione della realizzazione del progetto, “Eugenio Tibaldi_ Anthropogenic Connection a site specific project in Addis Ababa”“Il lavoro di Tibaldi è frutto di una ricerca estremamente duttile e trasversale. La sua capacità di indagine e di ricerca lo rende particolarmente adatto ad un tipo di rapporto osmotico e simbiotico con le diverse realtà che va ad analizzare. Addis Ababa è l’ultimo dei suoi progetti realizzati in contatto con la realtà urbana, ma da sempre ha realizzato opere in stretto contatto con il territorio, a partire da Napoli, che è stata la sua città d’adozione negli ultimi quindici anni.” Nello specifico, prosegue la curatrice, il ponte di Tibaldi è da considerarsi come un punto di vista diverso, “questo penso che sia il valore dell’arte, la sua capacità di osservare la realtà e di suggerire delle diverse interpretazioni. (…) Eugenio, nel suo amore per le periferie, per quello che sta ai margini, ha reinterpretato una serie di elementi trovati nella città di Addis e inseriti nella sua opera. Il risultato è un ponte non ponte, costituito per metà da uno scivolo, dunque non è interamente percorribile … è, come si suol dire, una macchina celibe, ovvero qualcosa che non è necessariamente funzionale.”

Nel racconta come è nata l’opera, l’artista descrive una delle prime sensazione che ha provato nella metropoli, ossia quella dello spaesamento – “una delle impressione più forti che ho avuto nella città è stata quella di non sapere mai esattamente dove ero, e questa perdita di controllo, tra il luogo e il posizionamento della mia figura all’interno dello spazio, è stato molto particolare” – per poi ambientarsi e, al tempo stesso, relazionarsi con la realtà molto vivace e produttiva del Museo Zoma, un’istituzione artistica eco-sostenibile, che ha come missione quella di condividere e promuovere arte e architettura contemporanee, portando nel presente antiche conoscenze ecologiche di produzione artistica, architettonica e paesaggistica. 
La stessa direttrice e co-fondatrice del museo Meskerem Assegued, descrive l’opera di Tibaldi come una ponte simbolico che unisce il museo con ‘il resto del mondo’.

Formato da materiali di recupero – plastica, lamiere, pezzi di ferro, mattonelle di marciapiedi – il ponete, concettualmente, diventa sinonimo della stessa città, un organismo che muta nel tempo, che diventa fragile e distruttibile come qualsiasi altro elemento architettonico e urbanistico. E’ lo stesso artista che ne sottolinea la mutevolezza e duttilità.
Lasciatosi permeare dalla città etiope – “in tutti i sensi” – Tibaldi si è immerso in realtà che, dalle sue descrizioni, sembrano perse in un passato remoto dove suoni, rumori, odori sono diventati un tutt’uno con la sua visione, tanto da paragonare i meandri oscuri e magmatici della città a dei gironi danteschi. Dai suoi attraversamenti, alla ricerca di giovani manovali capaci di lavorare materiale di recupero, nasce dunque l’opera che, a suo dire, è un ‘compromesso’, dettato sia “dal luogo, dal livello culturale, dalle possibilità economiche, ma anche dal’imprintig stesso dato dal lavoratore mentre compie quel lavoro. Questo aspetto, fondamentale per il mio lavoro, diventa determinante quando arriviamo al dettaglio del ponte stesso, per cui ho lasciato che tutte le persone che hanno lavorato a questo progetto potessero, alla fine, personalizzare la loro parte.”
Rilevante diventa, a questo punto, riscontrare come, simbolicamente, il ponte diventa punto di connessione non solo tra l’artista e la città, ma anche tra lui e le stesse maestranze che hanno contribuito alla costruzione dell’opera.  
L’aspetto metodologico di Tibaldi, sottolinea Francesca Amendola – la direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura ad Addis Ababa – “è stato importante avere un artista come Tibaldi, con la sua metodologia, qui in Etiopia, luogo in cui, forse in più di altri, è importante condividere ciò che si fa. Non dunque portare o mostrare la nostra bellezza, ma crearla e metterla in relazioni con il pensiero, le idee, la progettualità di chi sta con noi, con le persone locali”. 

Anthropogenic Connection di Eugenio Tibaldi è l’ultimo capitolo del progetto Under the Spell of Africa a cura di Adriana Rispoli realizzato tra il 2019 e il 2020 nell’ambito del programma Italia Cultura Africa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Il progetto, che ha visto la partecipazione di Raffaela Mariniello ad Abidjan in Costa d’Avorio e di Flavio Favelli a Cape Town in Sud Africa, si è basato su un principio di scambio e di osmosi tra le nostre culture attraverso lo strumento visionario dell’arte.
A breve sarà in libreria un libro che raccoglie i tre progetti, edito da Silvana Editoriale, con testo critico di Kendell Geers.

Eugenio Tibaldi
Anthropogenic Connection
A cura di Meskerem Assegued e Adriana Rispoli
Zoma Museum, Addis Ababa, Etiopia

Eugenio Tibaldi