Quand’ebbe finito, aprì le ali e volò davanti a loro ed essi lo seguirono, finché furono ben vicini, videro che la casina era fatta di pane e coperta di focaccia; ma le finestre erano di zucchero trasparente. “All’opera!” disse Hansel, “faremo un ottimo pranzo. Io mangerò un pezzo di tetto e tu, Gretel, puoi mangiare un pezzettino di finestra: è dolce”. Hansel si rizzò, stese la mano in alto, e staccò un pezzo di tetto, per sentire che gusto aveva; e Gretel s’accostò ai vetri e cominciò a spilluzzicarli. Allora una voce sottile gridò dall’interno: “Rodi, rodi, mordicchia, la casina chi rosicchia?”

Lo spazio, Le Dictateur, come una casetta di marzapane di Hansel e Gretel mentre mi sembrava che la bava fosse dappertutto. Non solo sul cuscino. Aveva lasciato traiettorie di percorsi che giungevano fino a qui. Qui dove stava un’immensa collezione di sculture, oggetti al limite della propria funzione.
Oggetti che sembravano anche al limite del grottesco, del pauroso e divertente. Tappeti e tappezzerie di ogni pattern, in contrasto e al contempo in accordo tra loro, un luogo magico e strano poiché in esso permaneva il senso del sogno e il senso dell’incubo.
Abbiamo tutti presente “L’incubo” di Füssli: il goblin seduto sul ventre della donna immersi in uno sfondo e tendaggio bordeaux e quella cavalla nera nell’angolo che in realtà ci appare quasi più con un mezzo sorriso che come il terrore universale.

La bava sul cuscino, personale di Thomas Braida a cura di Caroline Corbetta – ospitata dal 7 al 14 aprile a Le Dictateur – era un mondo delle fiabe e un mondo di narrazioni paurose raccontate davanti a un falò.
Usciti dai suoi quadri di nature morte, anch’essi appesi all’interno dello spazio, i piccoli pezzi di sculture tutte utilizzabili sembravano animati e al tempo stesso residui che mostravano quel fare pittorico esteso a una nuova forma.
Vasi per fiori ai cui piedi si estendevano paesi sotto la montagna, volti di gatti blu e arrabbiati, lupi dai denti a sciabola, portacandele come pezzi di roccia e lampade con i colori del mare, un set di porta uova.
Si alternavano tutti questi pezzi sui due piani, sui mobili che costruivano, insieme a questi oggetti, il paesaggio.
Ma il paesaggio era fatto anche dal colore di queste forme imprecise, di palette eterogenee, misteriose quanto il risultato all’uscita del forno. Perché i pezzi si potevano rompere, modificare, avere un effetto e delle sfumature diverse da quelle immaginate.
Giocavano anche loro, insieme al contesto.