Ruben Brulat, Cimes aux pas subtiles, 2013, Courtesy the artist and Ncontemporary, How Might We
Ruben Brulat, Cimes aux pas subtiles, 2013, Courtesy the artist and Ncontemporary

Il Salone Internazionale del Mobile di Milano è stato rimandato al 2021, anno nel quale festeggerà i sessant’anni dalla sua nascita, ma per ovviare a questa triste decisione la Milano Design Week ha trasferito parte della sua attività sul web: tra il 15 giugno e il 21 giugno 2020 il Fuorisalone, che raccoglie gli eventi collaterali della manifestazione, ha deciso infatti di contrastare la complicata situazione del periodo spostando i vari appuntamenti sulla sua piattaforma online.

È in quest’ambito che si inserisce HOW MIGHT ME. Short quotes inspiring relations between art and design, iniziativa promossa da That’s Contemporary in partnership con le realtà espositive milanesi di Ncontemporary (nata in realtà a Londra), Viasaterna e RIBOT. Il progetto è consistito nella creazione di tre video ricorrendo alla tecnologia virtuale ispirati da citazioni di Gae Aulenti, Gio Ponti e Ettore Sottsass, tre tra i maggiori designer e architetti italiani.
Online a partire dal 15 giugno su Fuorisalone TV, i video costituiscono il frutto della coesione tra arte, design e tecnologia VR, e, comprendendo anche gli sforzi di DOMANI STUDIO per quanto riguarda il set design e il videomaking e quelli del compositore Giovanni Ferretti per quanto concerne le musiche, essi rappresentano anche il prodotto delle sperimentazioni di sinergie differenti.

I video, incentrati su tre artisti, non sono stati dunque progettati soltanto per fare da contenitore/espositore ai lavori di questi ultimi: osservandoli, lo spettatore viene assorbito dall’atmosfera di ognuno, distinta nelle tre fasi della giornata – alba, mezzorgiorno, sera – che individuano gli step conoscitivi della crescita dell’essere umano e pensata come elemento complementare alle opere che essa stessa racchiude. Il primo video, realizzato in collaborazione con Ncontemporary, si concentra sull’opera di Ruben Brulat Cimes aux pas subtiles (2013) ed è ispirato dalla seguente affermazione di Gae Aulenti: “Spesso è più utile vedere poco per indovinare molto, per immaginare: se non vedi i limiti di una stanza in penombra la puoi immaginare e sentire molto più grande”.
Dopo aver attraversato lentamente un giardino ed esserci addentrati in un palazzo storico – tema che si ripete ad ogni inizio dei video – ci si ritrova in un’immensa sala arredata con elementi naturali – rocce custodite in delle teche o protette da delle sedute in vetro – ed elementi artificiali – il soffitto e l’illuminazione al neon. Colonne, anch’esse in materiale roccioso, incorniciano, introducendola, la fotografia di Brulat realizzata in Nepal, risultato di un atto performativo che ha visto la luce soltanto attraverso la camera oscura del suo studio parigino: l’attesa, e l’eventuale sorpresa nello scorgere dettagli inaspettati, avranno innescato quel viaggio immaginario al quale voleva riferirsi la celebre designer e architetta di origini friulane. Nel secondo video, realizzato con la partership di Viasaterna, la grande sala che ospita G. E. A. (2020) di Cristóbal Gracia è ricavata in uno antico palazzo in rovina, e il set è quello di un sito archeologico.

Kate Groobey, Under siege, 2019, Courtesy RIBOT gallert, Milan, How Might We
Kate Groobey, Under siege, 2019, Courtesy RIBOT gallery Milan

La citazione che ispira il progetto, “il materiale più resistente nell’edilizia è l’arte”, è di Gio Ponti e si riallaccia alla ricerca sulla storia e sul territorio condotta dall’artista messicano durante la sua residenza sul Lago di Como presso Bikini Art Recidency. Il terzo e ultimo video, realizzato con RIBOT, è incentrato invece su tre opere dell’artista Kate Groobey intitolate Under siege (2018-2019) e si rifà alla frase di Ettore Sottsass “i colori sono come le parole, con i colori si possono raccontare storie”: l’atmosfera notturna dell’esterno si contrappone quindi alla colorata illuminazione del salone interno, le cui tonalità sembrano fuoriuscire dagli stessi lavori. Anche l’architettura, concepita come un sigolare tempio orientale con rosoni di luce artificiale, rimanda a un viaggio che Groobey ha intrapreso in Giappone e che è risultato fondamentale per lo sviluppo delle sue opere.

Il titolo HOW MIGHT ME, come specificato nel comunicato di That’s Contemporary, deriva “da una delle metodologie utilizzate dal Design Thinking per generare, attraverso brevi domande, un brainstorming capace di amplificare la creatività”: questo per sottolineare quanto l’importanza dell’unione delle diverse esperienze sia stata essenziale per la realizzazione del progetto. L’armonia delle differenti sinergie traspare anche dai video, costruiti cercando di tenere coerentemente insieme realtà virtuale, musica e opere d’arte: un’altra solida testimonianza, quindi, di come dovrebbero essere impiegati gli strumenti tecnologici e di come, alle volte, il loro ruolo vada oltre il semplice supporto alla visione. 

HOW MIGHT ME. Short quotes inspiring relations between art and design
That’s Contemporary in partnership con Ncontemporary, Viasaterna e RIBOT
DOMANI STUDIO: set design e videomaking
Giovanni Ferretti: music & sound design
fuorisalone.it

Cristóbal Gracia, G.E.A., 2020, Ph Juliana Gomez, Courtesy Viasaterna and Bikini Art Residency, How Might We
Cristóbal Gracia, G.E.A., 2020, Ph Juliana Gomez, Courtesy Viasaterna and Bikini Art Residency