• Meshac Gaba, Museum of Contemporary African Art in Kassel, Collezione privata
  • Frédéric Bruly Bouabré, art traditionelle 10, 21 pezzi, Courtesy AMT Project
  • Figura di potere Yombe
  • Maternitao Yombe
  • Abdoulaye Konaté, Homme du Sahel, 2015, Textile, Cm 218 x 145, Courtesy Primo Marella Gallery, Milano
  • Pascale Marthine Tayou, Collezione E. Righi
  • Ouattara Watts, Matrix 00D, 2005, Mixed media on canvas, 200 x 260 cm, Private collection, Courtesy Magazzino Arte Moderna, Roma
  • Reliquiario Kota
  • Malick Sidibé, Pique-nique à la Chenzé, 1972, cm 66x56, Collezione Privata
  • Seydou Keïta, ritratto, fotografia in bianco e nero, Collezione Bifulco
  • Figura Bamana

Con oltre 40 artisti e più di 120 opere, Il Cacciatore Bianco – Memorie e rappresentazioni africane – ospitato all’ FM Centro per l’Arte Contemporanea a Milano dal 31 marzo al 3 giugno 2017 – presenta un percorso articolato sulle forme di rappresentazione e di ricostruzione della memoria e della contemporaneità africane, attraverso lavori provenienti dalle maggiori collezioni italiane e materiali di archivio sui contesti di presentazione critica ed espositiva, sia italiani che internazionali.
Le opere di arte contemporanea sono poste in dialogo con un nucleo di opere di arte antica tradizionale, grazie ad un percorso in cui anche le pratiche collezionistiche e espositive sono oggetto di ricerca. La sezione di opere di antica arte tradizionale trae spunto e si ricollega idealmente alla prima presentazione di oggetti d’arte africana alla Biennale di Venezia del 1922, agli albori del fascismo, proponendo un nucleo di statue e maschere, provenienti dal Mali, dalla Costa d’Avorio, dal Camerun, dal Gabon, dal Congo e dall’Angola, volto ad “evocare” quel momento storico e anche quella sensibilità estetica.

Rossella Moratto ha posto alcune domande al curatore Marco Scotini 

Rossella Moratto: Dopo le ricognizioni sugli anni settanta e sull’area della ex-Jugoslavia, affronti con questa mostra un altro ambito problematico: l’Africa e le sue rappresentazioni, tra memoria e attualità. Come nasce l’idea di questo progetto?

Marco Scotini: Diciamo che, anche con la nuova mostra, FM prosegue la propria ricerca sulla decostruzione della modernità occidentale. Non-Aligned Modernity, che il 22 marzo sbarcherà al Ludwig Museum di Budapest, intendeva registrare un capitolo escluso dalle storie dell’arte contemporanea e nasceva dalla domanda: Che cos’è o cos’è stato l’Est? È ancora il punto di vista dell’Ovest? È qualcosa che si definisce tale solo per la sua relazione dualistica con l’Ovest? E le 700 opere in mostra intaccavano l’idea di un’arte contemporanea che fosse egemonica, universalista ed esclusiva, invitando a mettere in dubbio le certezze dei nostri manuali, se non addirittura a riscriverli. Adesso, con Il Cacciatore Bianco, la domanda è diversa ma parte dallo stesso principio di critica radicale del nostro sguardo sull’Africa. Siamo sicuri che quello che ha visto il cacciatore bianco, all’inizio del secolo scorso, non continui ad essere ancora l’oggetto del nostro sguardo? Credo che sia dura da estirpare l’idea che abbiamo costruito di un’arte africana primitiva, immediata e fuori dai codici. Naturalmente in questo caso la posta in gioco è più alta perché si tratta di fare i conti non con la Guerra Fredda ma con secoli e secoli di storia che non hanno visto soltanto l’egemonia dell’uomo bianco su quella realtà ma anche la pretesa della costruzione del “nero”, come diceva Fanon. Quindi anche in questo caso, prima di ogni altra cosa, si vuol interrogare noi stessi e credo che il titolo risulti chiaro in proposito. In particolare, punto di partenza della mostra è il nostro colonialismo nell’Africa Orientale: una realtà che è stata completamente rimossa. Ciò che dovrebbe risuonare per tutta la mostra è come lo sguardo (quello del cacciatore) sia risultato un fattore fondamentale nella costruzione di un’Alterità sottomessa.

RM: Il Cacciatore Bianco indaga l’arte africana nei suoi aspetti di alterità nel tempo e nello spazio – partendo dall’arte tradizionale e arrivando ai nostri giorni – come tentativo di riappropriazione identitaria e resistenza all’omologazione, in una prospettiva post-coloniale e in relazione a una visione eurocentrica che storicamente ha influenzato la sua percezione e fruizione. Oggi però l’arte africana partecipa del sistema dell’arte, è oggetto di interesse diffuso: si è emancipata dei cliché che avevano condizionato la sua interpretazione o ne è ancora in qualche modo oggetto? Come è mutata la visione che l’occidente ha dell’arte africana?

MS: Più che un’indagine sull’arte africana contemporanea la mostra vuole essere un montaggio delle sue rappresentazioni. Immagina uno degli spazi caotici e stipati di cianfrusaglie di Pascale Martine Tayou dove è accumulato di tutto e che è un po’ l’immaginario africano del turista: questo dovrebbe essere l’ingresso della mostra. Poi si incontra il film di Gianikian e Ricci Lucchi da cui l’esposizione ha preso il suo soggetto e la riproduzione della saletta sull’Arte Negra alla Biennale di Venezia del 1922, riallestita grazie alla collaborazione di un esperto come Gigi Pezzoli. E, ancora, una sala dedicata alla presunta arte incontaminata della storica Magiciens de la Terre. Poi visioni opposte a questa. Non c’è nessuna volontà di riaffermare un’identità africana. Non solo le forme diasporiche ma anche gli incontri o le divergenze tra culture sono al centro de Il Cacciatore Bianco. Ma soprattutto si lavora con le rappresentazioni, con costrutti culturali e sociali. Dunque dopo la mostra del ’22 organizzata da Carlo Anti e Aldobrandino Mochi, le tracce di Magiciens de la Terre presentano le terrecotte di Seni Awa Camara, le divinità Vodun dipinte da Cyprien Tokoudagba, le pitture popolari di Chéri Samba, le architetture fantastiche di Bodys Isek Kingelez a cui aggiungiamo i feticci di John Goba. Senza questa rappresentazione non si capirebbe quello che è il suo opposto speculare, nel 2002, in cui tutto quello che era scartato da quella prima mostra (le foto, i documentari, i film, le contaminazioni del villaggio globale) rientra come materia prima della documenta 11 curata da Enwezor. Ecco allora William Kentridge, John Akomfrah, Ynka Shonibare, Kendell Geers, Pascale Marthine Tayou, ecc. Poi ci sono i musei personali (archivi o alfabeti) di Meschac Gaba, Georges Adéagbo e Frédéric Bruly Bouabré che sfidano l’idea del museo etnografico. Infine le rappresentazioni più recenti sono quelle che indagano il passato coloniale come nel caso di Kader Attia o di Sammy Baloji. Gli incroci tra questi approcci saranno il layout finale di questa esposizione fatta, in sostanza, di mostre, in cui come avrebbe detto Stuart Hall, la domanda non è tanto ‘chi siamo?’ o ‘da dove veniamo?’ quanto piuttosto ‘come ci hanno rappresentato?’, o meglio ‘come ci potremmo rappresentare?’.

Kader Attia, Open your eyes, 2014, two sets of 80 black and white and color slides, Collezione E. Righi

Kader Attia, Open your eyes, 2014, two sets of 80 black and white and color slides, Collezione E. Righi

RM: Eppure nelle opere di questi artisti l’identità appare come tema centrale – penso a Meschac Gaba, a Georges Adéagbo o a Wangechi Mutu – vissuta come complesso equilibrio tra la matrice tradizionale e la globalizzazione. È un’identità che rivendica la propria origine come specificità in opposizione alle etichette che le sono state imposte. Questi artisti manifestano una presa di posizione critica che supera il diffuso autoreferezialismo di molta arte contemporanea occidentale. Si può definire quindi un’arte di resistenza?

MS: Certo è che la generazione dei Gaba, degli Akomfrah, dei Mutu e dei Tayou si interroga sull’identità frammentata e cerca di scalzare l’ideologia delle radici attraverso le forme di ibridazione e migrazione. La generazione più nuova e cosmopolita dei Kader Attia, Sammy Baloji, Nidhal Chamekh cerca invece di riappropriarsi di una memoria che gli è stata estirpata, amputata. Tutti loro tentano di mostrare le rotture, le ferite ma anche le dolorose e visibili suture.
Comunque, come dice Glissant, l’identità non viene più concepita come “lo stesso” o “l’identico” ma solo nel gioco delle differenze. Credo che la realtà postcoloniale più di ogni altra ci ha insegnato a capire le nostre attuali soggettività.

RM: Come è cambiato il collezionismo dell’arte africana negli anni, anche nelle collezioni presenti in mostra?

MS: Ne Il Cacciatore Bianco figurano due tipologie che rappresentano modalità diverse di collezionare arte contemporanea e arte tradizionale africana. Mentre le raccolte private di arte tradizionale in Italia sono rare e specializzate, quelle di arte contemporanea hanno un carattere internazionale dove l’arte africana è soltanto una delle componenti delle collezione. Il collezionismo di arte tradizionale da noi nasce negli anni Cinquanta e arriva al suo culmine con Carlo Monzino e oggi penso ad una collezione come quella di Vittorio Carini che è in mostra. Le collezioni contemporanee che figurano sono davvero molte e citandone alcune ho paura di far torto alle altre. L’unico problema con l’arte africana è che oggi questa riceve dai media un’attenzione inedita, secondo il tipico fenomeno delle industrie culturali. Non vorrei che dietro si nascondesse ancora un’attrazione per l’esotico e, ancora una volta, uno sguardo in agguato!

CS – The White Hunter – FM Centro Arte Contemporanea Milano

Artisti: Georges Adéagbo, El Anatsui, Kader Attia, Sammy Baloji, Fréderic Brouly Bouabré, Edson Chagas, Nidhal Chamekh, Meschac Gaba, Pascale Marthine Tayou, Abdoulaye Konaté, Seydou Keïta, Ellen Gallagher, Kendell Geers, Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, David Goldblatt, Bodys Isek Kingelez, William Kentdrige, Ibrahim Mahama, Fabio Mauri, Wangechi Mutu, Yinka Shonibare, Malick Sidibé, Kara Walker, Ouattara Watts, Lynette Yiadom-Bouakye, Cyprien Tokoudagba e altri.

Collezioni: AGI Verona Collection, Collezione Denise e Beppe Berna, Collezione Bifulco, Collezione Pierangelo Bonomi, Collezione Vittorio e Anna Carini, Collezione Giuseppe Iannaccone, Collezione Christoph Jenny, Fondazione Ligabue, Collezione Guglielmo Lisanti, Collezione Emilio e Luisa Marinoni, Collezione Ettore Molinario, Nomas Foundation, Collezione Pierluigi Peroni, Collezione E. Righi, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Collezione Elio ed Onda Revera, Collezione Andrea Sandoli, Collezione Vincenzo Taranto, Collezione Gemma Testa, Collezione Leonardo Vigorelli, e altre.

La mostra Il Cacciatore Bianco/The White Hunter aderisce all’iniziativa Milano Art Week, un programma di eventi, inaugurazioni e aperture straordinarie nei musei e nelle istituzioni pubbliche e private milanesi in occasione di miart – Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea Milano.

Dal 31.03.2017 al 03.06.2017
Opening 30.03.2017, ore 20
Il Cacciatore Bianco 
- Memorie e rappresentazioni africane
FM Centro per l’Arte Contemporanea 
- Via Piranesi 10, 20137 Milano
www.fmcca.it

Wangechi Mutu, Automatic Hip, 2015, collage on paper, 74,3x58,4 cm

Wangechi Mutu, Automatic Hip, 2015, collage on paper, 74,3×58,4 cm

Figura Bena Luluwa

Figura Bena Luluwa

Meshac Gaba, Perruque, Milano, 2006, Collezione privata

Meshac Gaba, Perruque, Milano, 2006, Collezione privata