The Siberian Girl, 16mm film, 1′, 2012
You must belive it to see it (Le Tempestaire). 16mm film, 6′, 2012
Untitled, 16mm film, loop, 2012
***
Mi racconta appassionata delle riprese nel giardino del Museo Ca’ da Noal di Treviso, dove sono conservate tante piccola meraviglie tecnologiche del passato. Divertita Anna Franceschini mi spiega cosa  l’ha incuriosita, mi parla di movimento, di piccoli oggetti, di cose che non funzionavano.
‘Entrare’ nello sua mostra The Siberian Girl allo spazio Ex Elettrofonica a Roma –  curata da Laura Barreca, che ha scritto per l’occasione un testo di cui consiglio la lettura – è stato come avere accesso ad una lanterna magica. Sottolineo nuovamente ‘entrare’ perchè è questa la prima sensazione che si ha davanti ai brevi film dell’artista: ci si immerge in uno spazio molto piccolo e molto lento dove, nonostante siano tutte riprese del reale, ci si dimentica un pò del contemporaneo, per andare – per poco – altrove.
La mostra di Anna – che si compone di tre film in 16mm –  si sviluppa o meglio si annida nella storia del cinema. Mantiene, nonostante oltre un secolo dalla sua scoperta, lo stupore e la meraviglia di vedere delle immagini in movimento. Ma senza ingenuità o facili clichè. Anna ritorna indietro nel tempo e, con dei suggestivi still-life, racconta  storie minime a cui è inevitabile attribuire un ventaglio di metaforici significati.
Nonostante l’artista mi circondi di citazioni filosofiche e cinematografiche – pertinenti e giustificate  – preferisco concentrami invece, sulla pure suggestione poetica delle sue immagini in movimento.
Il galeone tra finti marosi e spire di vento, ripreso davanti e dietro, immalinconisce e stupisce.  In ‘You must belive it to see it (Le Tempestaire)’, la storia della pittura di marine, naufraga in questo lento movimento un pò sgraziato, reduce da decenni di sospiri e occhi (non sempre infantili) che si sgranano. L’immagine che rivela la ripresa da dietro (o dentro all’inganno), mostra un interno antiquato dove, mossa dalla corrente, una tenda sembra fare eco alle poche vele ammuffite del piccoleo vascello.
Il breve film che da il titolo alla mostra The Siberia Girl, cita dichiaratamente un racconto del poeta, scrittore, regista e sceneggiatore ungheres,   Béla Balázs: una ragazza che viveva in Siberia vede per la prima volta una proiezione cinematografica e ne resta meravigliata e incuriosita. Che sia un invito o una personificazione, Anna cerca forse di suggerirci non tanto nuove immagini o storie (sarebbe troppo ambizioso), ma bensì un nuovo modo di assaporare il reale. Non tramonta mai, infatti, la poetica del ‘fanciullino’ (ricordi il Pascoli?) che si annina dentro all’anima e che ci fa scoprire o intuire meraviglie. Decadente, crepuscolare… le opere di Anna stimolano le più letterarie delle  etichette. Nel film si avvicendano brevi brani che immortalano volti che ridono, damine che spiano o si nascondono, arti che si muovono, palpebre che rivelano iridi celestiali, maliziosi se non maligni pupazzi che sghignazzano.
Il terzo film, il più minimale, mostra una figura olimpica che gira su se stessa. L’immagine è leggermente sfuocata. L’artista mi racconta che l’effetto è dovuto alla ripresa delll’omino mentre gira – mosso da un carillon – riflesso in uno specchio.  Ipnotico, sgraziato, malridotto e soprattutto ingannevole: sembra mastodontico invece è alto pochi centimetri. 
Anna Franceschini
***
The Siberian Girl is the story of a journey through images among automatons, dolls and musical boxes conserved in the Museo Ca’ da Noal of Treviso, one of the most important collections of small technological marvels of the past. Anna Franceschini’s project consists of the projection of three films, installed in the gallery space and recreating an immersive environment in which the viewer is invited to catch suggestions of different natures, in a continuous back-and-forth between reality and make-believe.

The singularity of Franceschini’s work is its use of the means of communication of cinematographic film as an evocative device, through the modes of the creation of images in movement typical of the origins of cinema. Viewing films through procedures linked to the analogical leads the observer into a symbolic and strongly atmospheric dimension. Starting from the collection of the museum of Treviso, the artist elaborates an idea that marries the conceptualization of automatons with the very idea of cinema, finding occasion for reflection in Werden und Wesen einer neuen Kunst by Béla Balázs, a Hungarian cinema theorist, in which the author describes the first visit to the cinematographer of a young Siberian girl, just arrived in Moscow from her remote homeland and still oblivious to the technological fervour that animated the metropolises at that time. After the viewing of a film, the employers asked the girl what her impressions were. She was literally disgusted by the new art that literally “took people to pieces”, intending by these words the succession of the various fields and planes of film, the framings that showed details of hands and eyes, the close-ups of faces, the half-figures and whole figures—what in the same years Sergei Eisenstein had rebaptized “montage”, the procedures of reproduction of perceptive effects in the spectator.