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ATPdiary vi presenta gli artisti del progetto curato da Rita Selvaggio  ‘The Remains of the day’. Promosso da Casa Masaccio  ‘The Remains of the day’ si ‘consumerà’ nella giornata del 21 giugno a  San Giovanni Valdarno in provincia di Arezzo. In diverse tappe la curatrice ci presenta gli interventi dei seguenti artisti: ?Alessandro Agudio, Marco Basta, Lupo Borgonovo, Cleo Fariselli, Dario Guccio, Invernomuto, Helena Hladilova, Andrea Kvas, Alice Mandelli, Beatrice Marchi, Anna Mostosi, Gianni Politi, Lisa Rampilli, Giangiacomo Rossetti, Manuel Scano, Namsal Siedlecki, Davide Stucchi, Serena Vestrucci

Inaugurazione sabato 21 Giugno 2014 h. 18.30

www.casamasaccio.it

Iniziamo con Lupo Borgonovo, Lisa Rampilli, Manuel Scano,   Serena Vestrucci

Testi di Rita Selvaggio

Lisa Rampilli,   Mary Ann & Theophilus,   2014,   tecnica mista su carta

Lisa Rampilli, Mary Ann & Theophilus, 2014, tecnica mista su carta

MARY ANN & THEOPHILUS – Lupo Borgonovo e Lisa Rampilli / Fontana di Via Mannozzi

La fontana nasce in memoria di un antico lavatoio alimentato dal canale Battagli la cui acqua, a partire dalla metà dell’800, veniva sfruttata oltre che per fini irrigui anche dai sapienti e laboriosi opifici locali: gualchiere, la polveriera, fabbriche di terraglie, la ferriera, il cappellificio, il cotonificio,   il ‘Mulino Nuovo’ di Via Piave.

Ventuno giugno: come in un sogno, una sposa festeggia leggiadra il grande giorno, l’ardore e il trasporto la conducono dentro l’acqua della fonte dove la sua ampia veste nuziale, irrimediabilmente, si affloscia e sembra farsi spuma di mare. Della sposa poi non rimane che l’abito che galleggia sull’acqua come un anemone, un cappello-medusa che all’alba si attrezza di ali e incomincia a volare per i vicoli, incantato dalle sorprese dell’immaginario. Nel lungo giorno del fuoco, il suo flemmatico strascico mescola, in un delirio calmo e ragionato, la verde libertà di un pappagallo e luci simili ad una vampa di paglia estiva.

Theophilus Carter era un eccentrico signore inglese, ebanista, mercante di mobili con esercizio al 48-49 della High Street di Oxford, fabbricante di orologi strampalati e inventore dell’ Alarm Clock Bed, una sorta di letto a orologeria che al risveglio rovesciava il dormiente direttamente in una vasca di acqua fredda. Intrigante meccanismo questo, frutto di alta follia, che venne  presentato all’Esposizione Universale del 1851 con una dimostrazione dal vivo in Hyde Park.  Si narra che sia stato proprio questo gentleman, a causa della sua abitudine di stare sulla porta di bottega sempre con un cappello a cilindro sulla parte posteriore della testa, ad ispirare a Lewis Carroll il personaggio del Cappellaio Matto.

Theophilus, Mary Ann, inseparabile sua adorata coniuge a partire dal 1846, e un illogico e inimmaginabile cappello, tra onde di luce, onda dopo onda. Dopotutto, per il Cappellaio Matto il tempo non è fisico, ciclico, corporeo, variabile, non si snoda in una linea retta, non è quello di tutti i giorni, quelli frenetici e quelli lenti, non incastra le nostre abitudini giorno dopo giorno. È un tempo incorporeo, la sua esistenza non dipende dal compiersi di qualcosa, non esiste il presente, un’azione è sempre già accaduta e sta per accadere, si prolunga all’infinito: il tempo è la verità eterna del Tempo.

Dopotutto per Mary Ann e Theophilus ….. è sempre l’ora del tè.

Diego Scano Carli Larrazåbal (I Don't Feel at Home in This World Anymore),   1995:96 Photo credits Paolo Zambolin

Diego Scano Carli Larrazåbal (I Don’t Feel at Home in This World Anymore), 1995:96 Photo credits Paolo Zambolin

Manuel Scano FALSE ALARM (I DON’T FEEL AT HOME IN THIS WORLD ANYMORE) /  Piazza Masaccio

Il governo fiorentino fonda le Terre nuove con un’ampiezza di concezione e un rigore geometrico di proporzioni che caratterizzeranno la pianificazione urbana occidentale nei secoli a venire. La piazza di San Giovanni al momento della fondazione  era addirittura più grande di Piazza della Signoria a Firenze, progettata come un tutto unico, con Palazzo d’Arnolfo isolato al centro. E’ proprio nella piazza, baricentro focale e confluenza di storia civile, di immaginazione collettiva e ritualità consolidata, che Manuel Scano mette in discussione il soggetto, il suo rapporto con se stesso e con l’altro, la costruzione del senso.

False Alarm  è  un esercizio di disciplina differito nel tempo che si confronta con il concetto di spazio pubblico come luogo in cui si plasma l’identità e la sua attuale sostanza fallimentare e instabile. Consiste in una serie di performance e di installazioni, la variazione sullo stesso tema di un lavoro in progress che si sviluppa a partire dal 2009. Non una riproduzione dello stesso, ma una ripetizione del differente. Una raccolta di materiali di diversa provenienza, accumulati negli anni, e frammenti di oggetti, si concentrano in un groviglio oscillante o sospeso a mezz’aria che, tramite un sistema di carrucole, viene ripetutamente mosso dal basso verso l’alto per poi schiantarsi al suolo perdendo pezzi nell’impatto. Una scultura di resti annodati tra loro, un agglomerato interstellare di disordini che riutilizza i suoi stessi materiali sino ad esaurimento. C’è in Manuel Scano l’ambizione del ritorno ad un “folklore” del gesto per evidenziarne la natura più profonda ed arcaica, ad una riflessione sul riconoscimento del “sé”. Un interesse il suo, originato dal forte connotato di instabilità che contrassegna la sua  stessa esperienza personale, definita da una mancanza di radici e la cui identità si è formata senza riferimenti culturali precisi.  Il folklore quindi non qualcosa di esotico, ma espressione di una “cultura saggia che ha trovato il germe dell’armonia”, come diceva Victoria Santa Cruz. Non bisogna dimenticare che il termine “lore” vuol dire letteralmente “sapienza” e designa una serie pressoché illimitata di generi: miti, epopee, racconti, leggende, canti, proverbi, indovinelli, superstizioni, giochi, danze, medicina, costumi, incantesimi, benedizioni, maledizioni, ricette di cucina, filastrocche,   similitudini, metafore, gesti.

I Don’t Feel at Home in This World Anymore  è un disco dell’etichetta Mississippi Records, una raccolta di canzoni che va dal 1927 al 1948  composta da musiche popolari suonate da immigranti provenienti da diverse parti del mondo, che cantano del loro arrivo in America. La selezione dei brani si concentra sul malinconico abbandono dell’identità precedente e pone l’accento sul sentimento di esclusione e isolamento provato all’arrivo in quella che sarebbe diventata una nuova casa.

Nella piazza della città ideale, risolutamente voluta dal comune mercantile di Firenze, già dal 1336 sede di Podesteria, Vicariato del contado  per tutto il Valdarno Superiore a partire dal 1408, quella di Manuel Scano oppure di Manuel Larrazåbal o di Manuel Carli o ancora di Manuel Scano Carli Larrazåbal, è una riflessione sul concetto di appartenenza, sulla dislocazione del soggetto e sul suo contraddittorio destino. È il racconto di esodi senza riposo e delle peripezie senza fine di un’identità che si confonde e si dilata. Una storia di Terra Infirma.

Serena Vestrucci,   Trucco,   2014,   ombretti su tela 200 x 740 cm,   5 settimane (dettaglio)

Serena Vestrucci, Trucco, 2014, ombretti su tela 200 x 740 cm, 5 settimane (dettaglio)

Serena Vestrucci, TRUCCO / Galleria di Via Mannozzi

La galleria di Via Mannozzi consiste in un collegamento pedonale tra il centro storico, la stazione ferroviaria e il  rione oltre la strada ferrata. Privo di interferenze veicolari questo percorso si organizza tramite rampe e sottopassi. Qui, tra graffiti ribelli e l’indifferenza di passanti frettolosi, biciclette svogliatamente parcheggiate e scritte sui muri che gridano un amore senza grammatica, una porzione del soffitto a volta viene a mostrare l’immagine del cielo. –“Un trucco per guardare al di là dell’architettura del luogo”- dice Serena Vestrucci.

Trucco: una tela truccata. Ombretti, belletti e cosmetici virtuosi diventano gli alfabeti praticabili di un inganno percettivo che ci da l’illusione di un cielo carico di nuvole estive, di quelle che precedono i temporali, informi e rapide. Un affogamento estatico dell’occhio che vede un cielo che non c’è.  È un artificio questo che l’arte ha da sempre ammesso allo sguardo e con il quale lo sguardo è stato sempre sedotto dall’arte. Il cielo, senza eccezione, è sempre stato definito il luogo per eccellenza dell’oltremondano, gli è sempre stata associata l’idea di un vuoto generatore,   di un trascinatore della mente verso l’infinito, anche se poi, di fatto il cielo non c’è, quella cosa che chiamiamo cielo non esiste.  E’ in realtà una mescolanza di vibrazioni e sostanza trasparente, il mondo del vuoto che si difende dal vuoto.

Poi, sul declino del giorno, il timbro  indolente di un’arpa insegue un suono ignoto: è questa un’immagine che corrisponde a ciò che si vede o a ciò che si immagina? Di tanto in tanto un musicista viene a darle voce, a far vibrare quel cielo tirato sopra la testa. Re Davide suonava l’arpa, nelle culture celtiche le corde dell’arpa formavano una scala che simboleggiava i percorsi verso il paradiso e l’ascesa verso stati superiori dell’amore, si pensava fossero un ponte che unisce terra e cielo, gli uomini e gli dei, il finito con l’infinito.

 “What a glorious  morning is this for clouds!” avrebbe detto J.W. Constable, intanto i treni scorrono veloci  e si perdono in lontananza in una fitta pasta di suoni, e gli oggetti  assecondano una smania incomposta  e sono più vicini di quanto non appaiano.

 -“…voglio essere il tuo primo e il tuo ultimo”-, “-sei l’amore mio più grande”- scrive su un muro il 1 giugno del 2012 una mano sconosciuta.

ENGLISH TEXT

MARY ANN & THEOPHILUS – Lupo Borgonuovo e Lisa Rampili / Fontana di Via Mannozzi 

The fountain was erected in memory of an old washhouse fed by the Battagli canal, whose water, from the middle of the 19th century, was used not just for the purposes of irrigation but also by skilled and industrious local workshops: fulling mills, a powder factory, potteries, an iron foundry, a hat factory, a cotton mill, the ‘New Mill’ on Via Piave.

Twenty-first of June: as if in a dream, a bride gracefully celebrates her great day. Her ardour and transport lead her into the water of the fountain, where her full wedding gown wilts irremediably and seems to turn into sea foam. Then all that is left of the bride is the dress that floats on the water like an anemone, a jellyfish-hat that at dawn fits itself out with wings and starts to fly through the lanes, enchanted by the surprises of the imagination. On the long day of fire, its phlegmatic train mixes, in calm and reasoned delirium, the green liberty of a parrot and glows resembling those of a summer blaze of straw.

Theophilus Carter was an eccentric English gentleman, a cabinet-maker and furniture dealer who had a shop at 48-49 High Street in Oxford, a maker of bizarre clocks and inventor of the Alarm Clock Bed, fitted with a timing device so that it tipped the sleeper into a tub of cold water when it was time to wake up. An intriguing mechanism, the product of high madness, that was presented at the Great Exhibition of 1851 with a practical demonstration in Hyde Park. It is said that it was this gentleman, with his habit of standing at the door of his shop with a top hat on the back of his head, that inspired Lewis Carroll’s character of the Mad Hatter.

Theophilus, Mary Ann, inseparable from her beloved husband since they were married in 1846, and an illogical and unimaginable hat, amid waves of light, wave after wave. After all, for the Mad Hatter time is not physical, cyclic, corporeal, variable. It does not unfold in a straight line. It is not everyday time, that of frantic days and slow ones. It does not frame our habits day after day. It is a disembodied time, its existence does not depend on something happening. The present does not exist. An action has always already occurred and is about to occur, it stretches out forever: time is the eternal truth of Time.

After all for Mary Ann and Theophilus ….. it is always tea time.

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Manuel Scano FALSE ALARM (I DON’T FEEL AT HOME IN THIS WORLD ANYMORE) / Piazza Masaccio

The government of Florence founded the Terre Nuove, or ‘New Lands’, with a breadth of vision and a geometric rigour of proportions that were to characterise town planning in the West for centuries to come. The square of San Giovanni at the time of its foundation was larger even than Piazza della Signoria in Florence and was designed all of a piece, with Palazzo d’Arnolfo standing in isolation at the centre. And it is in that square, focal point and confluence of civil history, collective imagination and established ritual, that Manuel Scano brings into question the subject, the individual and its relationship with itself and with the other and the construction of meaning.

False Alarm is an exercise of discipline deferred in time that tackles the concept of public space as a place in which identity is moulded and its current dire and unstable substance. It consists of a series of performances and installations, a variation on the theme of a work that has been in progress since 2009. Not a reproduction of the same thing, but a repetition of the different. A collection of materials of various origins, accumulated over the years, and fragments of objects is concentrated in a swaying tangle suspended in mid-air that, by means of a system of pulleys, is repeatedly hauled upwards only to crash to the ground, losing pieces in the impact. A sculpture of remains knotted together, an interstellar agglomerate of jumbles that goes on reutilizing its materials until they are exhausted. There is in Manuel Scano the ambition to return to a “folklore” of gesture in order to bring out its more deep-seated and archaic nature, to a reflection on the recognition of the ‘self’. An interest that stems from the high degree of instability that characterises his personal experience, defined by a lack of roots and an identity that was formed without precise cultural references. Folklore therefore not as something exotic, but as expression of a ‘wise culture that has found the source of harmony’, as Victoria Santa Cruz put it. We should not forget that the term ‘lore’ literally means ‘wisdom’ and covers an almost unlimited series of genres: myths, epics, tales, legends, songs, proverbs, riddles, superstition, games, dances, medicines, customs, spells, blessings, curses, recipes, nursery rhymes, similes, metaphors and gestures.

I Don’t Feel at Home in This World Anymore is a disc published by the Mississippi Records label, a collection of folksongs recorded between 1927 and 1948 by immigrants from different parts of the world, singing of their arrival in America. The pieces selected turn on the mournful abandon of their previous identity and place the accent on the feeling of exclusion and isolation experienced on arrival in what was to become their new home.

In the square of the ideal town, resolutely created by the mercantile commune of Florence, as early as 1336 the seat of a podestà and from 1408 Country Vicariate for the whole of the upper valley of the Arno, the reflection of Manuel Scano or Manuel Larrazåbal or Manuel Carli or again Manuel Scano Carli Larrazåbal is focused on the concept of belonging, on the displacement of the subject and on its contradictory destiny. It is the story of the migrations without rest and the endless wanderings of an identity that becomes blurred and dilated. A history of Terra Infirma.

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Serena Vestrucci, TRUCCO / Galleria di Via Mannozzi

The gallery of Via Mannozzi consists of a pedestrian link between the historic centre, the railway station and the district on the other side of the tracks. Free of vehicular traffic, the route is organized around ramps and underpasses. Here, amidst defiant graffiti and the indifference of hurried passers-by, lazily parked bicycles and writings on the walls declaring ungrammatical love, an image of the sky is displayed on a portion of the vaulted ceiling. ‘A trick that lets you look beyond the architecture of the place, ’ says Serena Vestrucci.

Trick: a tricked-out, made-up canvas. Eye-shadow, rouge and other virtuous cosmetics become the negotiable alphabets of a perceptual deception that creates the illusion of a sky filled with summer clouds, the kind that precede thunderstorms, formless and fast moving. An ecstatic drowning of the eye, which sees a sky that is not there. This is a trick that art has always played on our gaze and with which the gaze has always been seduced by art. The sky, without exception, has always been regarded as the place par excellence of the otherworldly. It has always been associated with the idea of a generating void, of a spellbinder that carries the mind  toward infinity, even if it turns out that in fact the sky is not there, that that thing we call sky does not exist. In reality it is a mixture of vibrations and transparent substance, the world of the void that defends itself from the void.

Then, towards the end of the day, the indolent tones of a harp pursue an unknown sound: is this an image that corresponds to what is seen or to what is imagined? Every so often a musician comes to give it voice, to make that sky drawn tight above our heads vibrate. King David played the harp, and in Celtic cultures the strings of the harp formed a stairway that symbolized the paths to paradise and the ascent towards higher states of love. They were thought to be a bridge linking earth and heaven, men and gods, the finite and the infinite.

‘What a glorious morning is this for clouds!’ declared J.W. Constable. In the meantime the trains go by fast and vanish into the distance in a thick paste of sounds, and the objects indulge in an unseemly agitation and are closer than they appear.

 ‘[…] I want to be your first and your last, ’ ‘you are my greatest love, ’ an unknown hand wrote on a wall on 1 June 2012.

English translation: Huw Evans