Annabel Elgar, Study for a doll - s house#4, 2017

Annabel Elgar, Study for a doll – s house#4, 2017

In occasione del festivalfilosofia 2018 Metronom presenta The Dust In My Pocket, mostra personale della fotografa inglese Annabel Elgar curata da Marcella Manni. La ricerca artistica di Elgar si inserisce perfettamente all’interno del tema proposto per questa edizione del festival, la verità, di cui l’artista offre un punto di vista assolutamente peculiare. La sua riflessione, infatti, non utilizza il mezzo fotografico per avvalorare la veridicità di un fatto, bensì mira a portare alla luce quel lato poroso della realtà che è permeato da un alone di dubbio e mistero.

The Dust in My Pocket si pone come filo conduttore tra la serie Cheating the Moon (2014-2016), selezionata tra i finalisti dell’edizione 2014 del Prix Elysée, e l’inedita Noon in the Desert (2017-2018). Il primo corpus di opere fa riferimento all’operazione federale Lunar Eclipse portata avanti dal governo americano nel 1998 per recuperare i frammenti lunari raccolti durante le spedizioni Apollo 11 e 17, che il governo Nixon aveva donato a diverse nazioni del mondo; il secondo, al contrario, si lega alle sperimentazioni nucleari messe in atto dal governo americano nel deserto del Nevada negli anni 50, che prendono il nome di Operation Teapot. La cronaca americana è colma di fatti sorprendenti ma altrettanto oscuri, dallo stesso sbarco sulla Luna, strabiliante traguardo per l’uomo che ha dato però anche adito a teorie complottiste, fino ai misteriosi villaggi fantasma costruiti dal governo e le leggende sulla sinistra Area 51.

Annabel Elgar, Moon dust stockpile, New Forest, England. 2014

Annabel Elgar, Moon dust stockpile, New Forest, England. 2014

Il lavoro di Annabel Elgar si inserisce in questo spazio di confine, tra ciò che è reale e ciò che è fittizio, per portare alla luce una versione della verità stratificata, fatta di luci ed ombre, come le sue stesse fotografie. Con una incredibile maestria, l’artista costruisce set fotografici in miniatura di cui realizza manualmente ogni singolo dettaglio e che successivamente fotografa dando vita a situazioni che pur facendo riferimento a fatti di cronaca realmente accaduti, offrono infinite possibilità narrative in cui è difficile discernere il dato reale da quello fittizio. Tale pratica, ascrivibile all’ambito della staged photography, è stata definita processo di bricolage allegorico, che permette ad Annabel Elgar di dare vita a piccoli universi, inquietanti e accattivanti al tempo stesso, in cui immagina i possibili luoghi in cui le fantomatiche rocce lunari possono essere custodite: nelle mani di un collezionista di memorabilia lunari come potrebbe suggerire Moon Dust Stockpile, in cui sette razzi circondano un piccolo cumulo di detriti caratterizzati da un sospettoso luccichio; oppure Napa County, California, USA (petrified wood) in cui con sottile ironia l’artista trasforma in reliquia una diapositiva dal soggetto poco definito che ricorda un tronco, alludendo così all’incredibile vicenda del pezzo di legno pietrificato donato al Rijksmuseum e spacciato come frammento di Luna dall’inestimabile valore. La polvere rilasciata dai frammenti conduce Elgar ad analizzare quella sollevata dalle esplosioni controllate dei test nucleari effettuate nel deserto del Nevada. Gli scatti esposti ritraggono quelli che sembrano essere gli interni di una casa delle bambole che anziché trasmettere un senso di sicurezza, come avrebbe dovuto fare a suo tempo il nucleare, provocano inquietudine e suggeriscono mille dubbi. Ne è un esempio Hornet, in cui l’artista

rappresenta una stanza con pochi mobili, la presenza umana è del tutto assente e ciò che cattura lo sguardo è una luce apocalittica che filtra dalla finestra, simbolo delle tremende esplosioni. Operation Teapot è invece una delle poche fotografie in cui si scorgono figure umane. L’immagine però non rassicura, anzi, crea sgomento non solo per la nube di fumo in lontananza ma soprattutto per le figure umane vagamente accennate, come i pupazzetti dai tratti sinistri realizzati a mano dall’artista, posizionati come silenziosi ed immobili osservatori di vicende a cui sembra non corrispondere una verità univoca.

Annabel Elgar,  Study for a dollshouse # 6, 2017

Annabel Elgar, Study for a dollshouse # 6, 2017

Metronom si trasforma così in un archivio visivo in cui Annabel Elgar presenta familiari fatti di cronaca attraverso reperti che sfidano le capacità di osservazione e giudizio del pubblico. Lo spazio della galleria si configura come laboratorio di ricerca che svela il processo di scomposizione e ricomposizione usato dall’artista per generare frammenti al servizio di una narrazione stratificata. Altro elemento che ha influenzato la pratica di Elgar è il cosiddetto metodo Frances, che fa riferimento ai diorami realizzati dall’ereditiera americana Frances Glessner Lee che, con i suoi Nutshell Studies of Unexplained Death, ha contribuito in maniera significativa allo sviluppo delle scienze forensi con la riproduzione di scene del crimine in miniatura attraverso cui osservare attentamente i fatti. Le fotografie di Annabel Elgar, con i suoi set fotografici, sono tessere di un puzzle con cui osservare una realtà costellata da dubbi e timori. Il dato fotografico, qui, non si pone come documento o prova dell’attendibilità di un accaduto, bensì come indizio che invita a scavare a fondo nella presunta verità dei fatti. Nell’intervista realizzata in occasione della mostra l’artista afferma “la ricerca di una verità definitiva è futile; infatti esiste sempre una pluralità di verità, che cambia a seconda dei diversi contesti e condizioni, oppure che viene narrata attraverso una manipolazione delle informazioni, sia tramite l’inganno, l’errore o la beffa”.

Annabel Elgar, Moon rocks lost in the US postal service, 2004(investigation ongoing), 2014

Annabel Elgar, Moon rocks lost in the US postal service, 2004(investigation ongoing), 2014

Annabel Elgar, Operation Teapot, 2017

Annabel Elgar, Operation Teapot, 2017