Children’s Games, ADN Collection, Bolzano. Particolare dell’allestimento

Children’s Games, ADN Collection, Bolzano. Vista dell’allestimento

In occasione dell’opening della mostra Children’s Games (18 settembre 2017 – 29 aprile 2018), ospitata a Bolzano negli spazi ADN Collection, Daniela Zangrando ha intervistato il curatore Vincenzo De Bellis.

Daniela Zangrando: Children’s Games. Giochi di bambini. Ti rifai alla tavola omonima di Pieter Bruegel il Vecchio. C’è chi gioca a nascondino, chi s’immerge nell’acqua. Chi viene portato in spalla. E chi fa le bolle di sapone. Tutti sono concentrati. I giochi sono quelli dei fanciulli. Anche la concentrazione appartiene a quel mondo, in cui il “facciamo finta che eravamo” viene preso molto seriamente. I volti che popolano la scena sono però volti di adulti. Tornano alla mente Johan Huizinga, Roger Caillois e il loro sforzo di attribuire al gioco un valore sistemico, culturale, che va ben oltre la funzione biologica nella crescita e diventa elemento fondativo di una società.
Dimmi un po’ di più di questa mostra. Portami a fare una visita esclusiva, con il curatore.

Vincenzo De Bellis: Il quadro di Bruegel è un po’ un pretesto. Mette al centro della scena quelli che solitamente sono ai margini della società degli adulti, i bambini, con le loro attività ludiche che poi solo ludiche non sono.
Il gioco come strategia di crescita e comprensione del mondo è stato affrontato da innumerevoli artisti contemporanei, tra questi solo per citare due meravigliosi maestri italiani Bruno Munari e Enzo Mari, che sono due assenti nella mostra ma presenti nella mia testa. Questo è un tema che mi ha sempre affascinato e continua a farlo, ed è lo spunto per cose che farò nel futuro.  Per questo, quando ho analizzato alcune opere recentemente entrate nella collezione, immediatamente le ho lette sotto quest’ottica. Ne ho parlato con tutti gli artisti e loro hanno condiviso.

D.Z.: I lavori provengono dalla collezione ADN, che ha ospitato la mostra?

V.D.B.: Quasi tutti, alcuni sono prestiti.

D.Z.: L’allestimento è molto lineare, classico. Gli artisti dialogano tra di loro semplicemente. Tracciano delle linee nello spazio.
Il lavoro di Nairy Baghramian spinge verso quello di Haegue Yang, che a sua volta porta verso la mensola di Haim Steinbach; la tela di Michael Krebber si proietta nella trappola di Andreas Slominski, che rimpalla fino ai lavori di Richard Aldrich. Le due polaroid di Lutz Bacher e le sue biglie colorate tagliano lo spazio da un angolo all’altro, facendo correre lo sguardo da destra, dietro le spalle, verso sinistra. Sembra che tu abbia organizzato un grande tavolo da biliardo.
Da dove parti per pensare un allestimento?

V.D.B.: Ci tengo molto a questa tua osservazione. Grazie. Molto spesso queste cose non vengono notate.
Io ho un certo modo di allestire, spesso basato su una serie di diagonali nello spazio.
La cosa più importante è che nessun lavoro deve essere “impallato” da un altro nei punti di vista principali del pubblico.

Children’s Games, ADN Collection, Bolzano. Particolare dell’allestimento

Children’s Games, ADN Collection, Bolzano. Particolare dell’allestimento

D.Z.: Non posso fare a meno di chiederti cosa ricerchi più di tutto in un artista. Cosa ti intriga.

V.D.B.: Quello che non capisco. Se l’opera mi si svela subito, non mi intriga.

D.Z.: Come la tua esperienza a direzione di una fiera ha influenzato la tua pratica curatoriale?

V.D.B.: La fiera non ha influito in nessun modo nella mia pratica curatoriale. La direzione di PeepHole invece lo ha fatto enormemente. Perché quando lavori con 30 artisti viventi in 7 anni solo su personali, impari tanto.
Noi dobbiamo tutto agli artisti. Troppo poco spesso lo diciamo.
La fiera mi ha insegnato molto. Ad esempio, a gestire una molteplicità di problemi diversi tutti insieme e a capire i limiti fisici di un allestimento (le pareti temporanee sono un flagello per il contemporaneo e quindi devi trovare tante soluzioni alternative).
Penso invece con una punta di presunzione che il mio interesse per la leggibilità dell’opera e per la sua centralità abbia un minimo influenzato il modo di esperire una fiera.

D.Z.: Cosa significa fare il curatore, oggi. O, più precisamente, cosa vuol dire per un curatore essere contemporaneo?

V.D.B.: Cercare di rendere possibili le idee degli artisti. Io non vedo nessun modo diverso di interpretare questo lavoro.

D.Z.: Dimmi tre cose del mondo dell’arte a cui non puoi rinunciare.

V.D.B.: I cataloghi. Gli studio visit o comunque le chiacchierate con gli artisti. Il dialogo tra le discipline.

D.Z.: E tre cose che invece vorresti riuscire a cambiare.

V.D.B.: Lo strapotere dei curatori. Lo preponderanza del mercato (che ritengo importante ma ora troppo invadente). Le troppe mostre collettive inutili.

D.Z.: La mostra che sogni di curare.

V.D.B.: La prossima. Ogni volta la prossima, e quasi sempre si tratta di una personale.

Children’s Games, ADN Collection, Bolzano. Vista dell’allestimento

Children’s Games, ADN Collection, Bolzano. Vista dell’allestimento