• Gabi Scardi — Il Teatro Continuo di Alberto Burri, Corraini, 2015
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Il Teatro Continuo è di nuovo al suo posto, al Parco Sempione di Milano.

Realizzato in occasione della XV Triennale del 1973 – un’edizione di grande apertura e di grande respiro progettuale e partecipativo che il Teatro Continuo concretizza magistralmente – venne lasciato progressivamente in abbandono e dopo anni di incuria e degrado, distrutto nel 1989 dalla giunta guidata da Pillitteri, privando la città non solo di un’importante opera ma di un luogo di elezione, di iniziative organizzate e spontanee di socializzazione.

Oggi grazie a un’operazione filologica che potremmo definire di ricostruzione conservativa resa possibile dal concorso di soggetti pubblici e privati – NCTM Studio, Triennale di Milano in collaborazione con la Fondazione Burri e Comune di Milano – viene restituita alla città e ai suoi abitanti: una scelta di civiltà tanto più importante ora, in questo momento di crisi non solo economica ma anche etica e culturale. Non è solo ridare alla città un luogo deputato all’azione scenica all’aperto ma uno spazio di aggregazione e di condivisione.

La bellezza e il rigore geometrico del Teatro Continuo si dà nella pulizia delle sue forme e nel rigore geometrico delle sue parti: “La piattaforma in cemento, le quinte in ferro, colore naturale delle lamiere da un lato, dall’altro dipinte di bianco (il colore può essere cambiato quando si voglia) saranno girevoli comandate a distanza, indipendenti. […] È uno scheletro di teatro ma penso che sia l’essenziale.” Così lo descriveva Alberto Burri.[1]. È il palcoscenico ridotto alla sua massima sintesi, coerente con il processo di riduzione del linguaggio che l’artista attuava in quegli anni e che in questo progetto si evidenzia nella semplificazione ed eliminazione del superfluo, lasciando solo gli elementi imprescindibili – il palco e le quinte girevoli – risolti come piani minimali che si inseriscono prospetticamente nell’asse che idealmente attraversa la città dall’Arco della Pace al Castello Sforzesco e che prosegue, attraverso via Dante, fino al Duomo. Un segno scritto nel paesaggio che lo orienta, inquadrandolo come un cannocchiale prospettico e trasformandolo in scenografia d’eccezione, L’Arco da una parte, il Castello dall’altra e a fianco rispettivamente l’Arena e la Triennale.

Un intervento pregnante e nello stesso tempo discreto, non intrusivo né lesivo del contesto che si colloca armonicamente al suo interno, sintesi del rapporto tra uomo e natura. Perfetta unione di arte, design e architettura, il Teatro Continuo come dice il titolo, si offre come spazio senza confini, democratico e orizzontale, opportunità di incontro, dell’agire spontaneo e del sostare che concretizza la volontà di partecipazione e il senso di comunità che si esprime nella voglia di vivere la città nei suoi spazi pubblici da parte degli abitanti.

Questa esigenza partecipativa era largamente avvertita dalla società tutta agli inizi degli anni Settanta ed era al centro delle pratiche artistiche partecipative diffuse di molti artisti, tra cui le sperimentazioni – solo per citare le più note – del Living Theatre, o lo Zoo di Michelangelo Pistoletto. Anche Burri partecipava a questo clima manifestando un profondo interesse per il teatro sia da un punto di vista scenografico – nel 1963 progettò la scenografia per il balletto Spirituals alla Scala di Milano e nel 1975 Tristano e Isotta di Richard Wagner al Teatro Regio di Torino – sia da quello scultoreo e architettonico di cui il Teatro Continuo è l’esempio più noto. Il teatro come opera aperta, concetto sul quale su cui l’artista continuò a riflettere negli anni successivi arrivando alla realizzazione di grandi sculture ambientali praticabili che dialogavano con il paesaggio portando al centro la persona, intesa non come fruitore contemplativo ma come protagonista attivo e partecipativo. Tra queste il Palcoscenico scultura progettato nel 1974-75 per la Comunità esistenziale di Arcevia (Ancona) e realizzato nel 1984 in occasione della Biennale di Venezia e negli anni Ottanta e Novanta, il Grande Ferro K del 1982 per la VII Documenta a Kassel, il Grande Ferro Celle del 1986, il Grande Ferro U del 1990 per Città di Castello. O ancora il Cretto di Gibellina del 1989 che si inserisce in questa linea di ricerca.

La vicenda del Teatro Continuo è fatta di progettualità, aspettative ma anche di degrado culturale e, finalmente, di rinascita. È una storia di utopie fraintese e ritrovate, che molto dice del clima e dei cambiamenti culturali avvenuti a Milano in questi quarant’anni. Il libro di Gabi Scardi – che è anche la curatrice di questa operazione di ricostruzione, che ha avuto un iter lungo e complesso e ha visto anche l’opposizione di gruppi di cittadini, tuttora attiva – la racconta, contestualizzandola all’interno del percorso artistico di Burri, personalità fondante dell’arte del Novecento. Non è un libro per specialisti, anzi, vuol essere invece una sorta di agile guida per i visitatori del parco, incuriositi da questa vicenda. C’è una storia fatta di parole e un’altra fatta da immagini, quelle storiche che documentano il passato e quelle di oggi con un “reportage” d’artista realizzato da Paola Di Bello che ripercorre la costruzione del Teatro.

Una lettura consigliata che aiuta a comprendere un capolavoro della contemporaneità ma anche conoscere un po’ di più la nostra città.

Testo di Rossella Moratto

[1] Vedi Contatto Arte – Città, La nuovo foglio editrice, Pollezza (MC) 1973, vedi anche Gabi Scardi ll Teatro Continuo di Alberto Burri, Corraini, Milano, 2015, p. 34.

Gabi Scardi — Il Teatro Continuo di Alberto Burri, Corraini, 2015

Gabi Scardi — Il Teatro Continuo di Alberto Burri, Corraini, 2015

Gabi Scardi, Il Teatro Continuo di Alberto Burri

Corraini, Milano, 2015

Edizione italiana e inglese –  15×20 | brossura| 112 pagine, Euro 20

Gabi Scardi — Il Teatro Continuo di Alberto Burri, Corraini, 2015

Gabi Scardi — Il Teatro Continuo di Alberto Burri, Corraini, 2015