Sylvie Fleury, Chaussures italiennes – installation view at Istituto Svizzero, Rome, 2019. Courtesy the artist and Istituto Svizzero, Rome. Photo © OKNOstudio

English text below

Chaussures Italiennes è la prima mostra personale in Italia di Sylvie Fleury, a cura di Samuel Groos; la mostra, che ha luogo presso l’Istituto Svizzero di Roma, consiste in una vasta selezione di opere – lavori appositamente prodotti per l’occasione insieme ad alcune delle opere più iconiche come Retrospective (2008/2016) – che ripercorrono la lunga carriera internazionale dell’artista svizzera.
Con una pratica legata all’impiego di un’incredibile varietà di materiali, Fleury ci consente di esercitare una rinnovata percezione sulla sua produzione e sul suo uso peculiare di scultura, assemblaggio, installazione, video.
In Walking on Carl Andre (1998) – opera non inclusa nella personale all’Istituto Svizzero – che è allo stesso tempo un video e una performance, nel senso più alto del termine – Fleury filma alcune donne mentre camminano con tacchi a spillo su un pavimento d’acciaio del ben noto artista minimalista. Di nuovo scarpe, rosse ed estremamente femminili: una passerella contro il primato di un minimalismo ipermascolino. Ci sono il senso dell’umorismo e dell’ironia, naturalmente, ma c’è anche la ferma convinzione che l’artista possa portarci un universo intero che ruota attorno alla dicotomia continua e scioccante tra ovvio e perturbante, personale e pubblico. Riconsiderando alcune categorie ricorrenti attraverso cui il lavoro di Sylvie Fleury è stato di solito associato, la nostra intervista si concentra sulla strategia linguistica designata dall’artista: le sue opere non sono semplicemente appropriazioni dal mondo della moda o dal linguaggio del design, sono piuttosto dei lavori fortemente connotati dalla loro evidenza formale, strutturale, di superficie, materica e pongono in essere una precisa strategia di messa in scena nello spazio e nel tempo per riflettere un diverso processo cognitivo. Con le loro affascinanti superfici scintillanti e luminose, le opere dell’artista rivelano le loro identità mutevoli e molteplici.
Abbiamo incontrato Sylvie Fleury e il curatore Samuel Groos per chiedere di più sulle opere di Fleury e sulla mostra ospitata negli spazi di Villa Maraini.

In Walking on Carl Andre (1998) – opera non inclusa nella personale all’Istituto Svizzero – che è allo stesso tempo un video e una performance, nel senso più alto del termine – Fleury filma alcune donne mentre camminano con tacchi a spillo su un pavimento d’acciaio del ben noto artista minimalista. Di nuovo scarpe, rosse ed estremamente femminili: una passerella contro il primato di un minimalismo ipermascolino. Ci sono il senso dell’umorismo e dell’ironia, naturalmente, ma c’è anche la ferma convinzione che l’artista possa portarci un universo intero che ruota attorno alla dicotomia continua e scioccante tra ovvio e perturbante, personale e pubblico. Riconsiderando alcune categorie ricorrenti attraverso cui il lavoro di Sylvie Fleury è stato di solito associato, la nostra intervista si concentra sulla strategia linguistica designata dall’artista: le sue opere non sono semplicemente appropriazioni dal mondo della moda o dal linguaggio del design, sono piuttosto dei lavori fortemente connotati dalla loro evidenza formale, strutturale, di superficie, materica e pongono in essere una precisa strategia di messa in scena nello spazio e nel tempo per riflettere un diverso processo cognitivo. Con le loro affascinanti superfici scintillanti e luminose, le opere dell’artista rivelano le loro identità mutevoli e molteplici.
Abbiamo incontrato Sylvie Fleury e il curatore Samuel Groos per chiedere di più sulle opere di Fleury e sulla mostra ospitata negli spazi di Villa Maraini.

Sylvie Fleury, Chaussures italiennes – installation view at Istituto Svizzero, Rome, 2019. Courtesy the artist and Istituto Svizzero, Rome. Photo © OKNOstudio

Are you ready, boots? Start walkin’…

Angelica Gatto: Chaussures Italiennes è la sua prima mostra personale in Italia dopo aver vinto il prestigioso Swiss Meret Oppenheim award nel 2018. La sua produzione è estremamente ampia oltrechè ben nota e acclamata dalla scena artistica internazionale. Può dirmi qualcosa sulla mostra presso l’Istituto Svizzero, la selezione delle opere, la scelta del titolo?

Sylvie Fleury: Non ho pensato a una storia. Ho preso Villa Maraini un pò come una scatola dei gioielli, e poi ho scelto una buona soluzione per ogni stanza. Negli anni ho prodotto così tanti lavori che la parte difficile è stata, all’inizio, scegliere cosa mostrare in quelle stanze, e se partire da un tema che tenesse insieme le opere o qualcosa del genere. Anche se impiego le scarpe da molti anni, e già qualcuno tempo fa mi disse “oh potresti fare una mostra interamente di scarpe!”, all’improvviso ho iniziato a guardare i lavori che possedevo e mi sono resa conto della varietà di opere che avevo a disposizione attorno a quel tema. Erano così diversi e vari quei lavori che probabilmente sarebbe stato interessante metterli insieme. 

AG: Come si rapportano i suoi lavori con il display espositivo e lo spazio?

SF: Non mi piace normalizzare le cose e mi piace molto usare l’architettura; più l’architettura è caratterizzata e più mi interessa mettere insieme cosa c’è dentro e cosa c’è fuori. Sto parlando di cosa c’è dentro e cosa c’è fuori; le mie primissime opere d’arte – le borse dello shopping – secondo alcuni erano vuote, mentre per me avevano dentro delle cose. Questa connessione tra interno ed esterno è molto importante e io amo questo tipo di architettura. Mi sento molto felice con questo tipo di spazi.

AG: L’aspetto narrativo è importante nel suo lavoro?

SF: No.

AG: Ho letto alcune interviste che ha rilasciato durante la sua lunga carriera e spesso ricorrono domande su certi aspetti legati ai concetti di consumismo, obsolescenza, relazione tra arte, moda e design, e così via. Questi elementi discorsivi sono stati impiegati come parole-chiave associate al suo lavoro. Dal mio punto di vista, non si tratta esclusivamente di appropriazione e ripensamento di oggetti-icona, quanto piuttosto della appropriazione di codici linguistici.

SF: È una lunga discussione sulla questione dell’appropriazione, è difficile cominciare a pensarci senza pensare al ready-made. Non ho mai pensato che il mio lavoro fosse un lavoro di appropriazione, anche se sono stata ispirata dall’appropriational art. Non è nemmeno la correlazione tra questi tre campi (moda, arte e design), si tratta più di ciò che rappresentano e di come possono essere modificati al fine di ottenere temi diversi. Quando mi hai chiesto se mi piacesse creare una narrazione o meno, non potrei nemmeno rispondere completamente adesso, perché penso che molte volte nel mio lavoro ho cercato di rendere le cose un po’più enigmatiche. Ma c’è anche una parte di narrazione, naturalmente. Quando mi trovo a realizzare grandi mostre personali, devo inventare una storia, anche se la maggior parte delle volte la storia è nota solo a me e non viene espressa pubblicamente. La narrazione rimane probabilmente nella mia testa ed è strumentale a trovare una mia strada.

Sylvie Fleury, Chaussures italiennes – installation view at Istituto Svizzero, Rome, 2019. Courtesy the artist and Istituto Svizzero, Rome. Photo © OKNOstudio

AG: Una delle opere incluse in quest’ultima mostra è l’installazione My life on the road (2016) ispirata all’omonimo libro di Gloria Steinem. È una sorta di monolite gigante con una superficie scintillante elevata su un enorme piedistallo con cinque pietre di ametista. Può dirmi qualcosa su questo lavoro?

SF: Ho realizzato questa installazione mentre stavo leggendo il libro di Gloria Steinem, My life on the road appunto, e ovviamente ero affascinata dal suo stile di vita, dalla sua personalità: Gloria Steinem era una femminista molto interessante, allo stesso tempo una donna estremamente libera, una bella donna sotto diversi punti di vista, e così ho iniziato a pensare alle strade. Amo la pittura minimalista astratta, amo l’esoterismo… Il testo era ovviamente importante per me perché l’opera è nata mentre stavo leggendo quel libro, ma d’altra parte nessuno ha bisogno di sapere che lo stavo leggendo ad eccezione del fatto che ho scelto di dare quel titolo al lavoro proprio per il libro. Il titolo dell’opera, che è il titolo del libro di Steinem, è allo stesso tempo anche il titolo della mia retrospettiva presso il Museo Villa Stuck di Monaco.

AG: Per me questo è stato un suggerimento per spostare la mia domanda su alcune tematiche ricorrenti nella sua produzione: la cultura automobilista, il femminismo e l’aspetto riguardante la dimensione post-femminista del lavoro e del suo approccio. Il femminismo è davvero così centrale nella sua pratica artistica?

SF: Prima di tutto, se fai quello che vuoi, qualunque cosa tu voglia, sei una femminista, stai abbracciando una totale libertà. Questa nozione di libertà mi interessa davvero. C’è la convinzione che debba esserci uno stetement di natura politica che attraversi l’arte, ebbene essere donna e possedere la libertà di fare un simile lavoro è già una dichiarazione politica. Naturalmente, sono una femminista e non capisco nemmeno perché alcune donne non lo siano, ma questa è un’altra domanda.

AG: La sua passione per la cultura automobilistica mi porta alla mente un riferimento che ha fatto, sia personale che legato al suo lavoro, a She Devils On Wheels, un B-movie degli anni Sessanta in cui un gruppo di bikers – tutte donne – indossa uno smanicato di pelle con la scritta “Man Eaters”… She Devils On Wheels è anche il nome di un club che lei ha fondato…

SF: La storia su come tutto è iniziato è abbastanza divertente; possedevo una macchina americana che comprai perché volevo realizzare un’installazione – che consisteva nel guidare sopra dei cosmetici, e tutto ciò che restava nella stanza sarebbero stati una macchina e dei cosmetici rotti. Alla fine della mostra, quando la galleria mi ha chiesto cosa fare con la macchina, ho richiamato il tizio che mi aveva venduto l’auto per sapere se la volesse indietro e lui mi fa “devi solo guidarla, è una macchina davvero fantastica, lo so che ami le macchine americane degli anni Sessanta”. All’improvviso mi sono detta “perché no!” e ho iniziato a guidarla! E questa macchina è diventata anche molto centrale nel mio lavoro, perché l’ho impiegata per guidare all’interno di alcune tele dipinte, per guidare sopra i cosmetici, per realizzare video: è una cosa strana perché non è più un’opera d’arte, ma allo stesso tempo è ancora un’opera d’arte, è una proiezione di così tante cose, alla fine è come un pennello credo. Quindi, guidando quell’auto intorno a Ginevra, ho notato che c’erano altre persone che conducevano auto americane degli anni Sessanta, non era propriamente il genere di persone che sono solita incontrare ai miei opening, ma siamo diventati amici, abbiamo inziato a girare insieme per le strade e scambiare opinioni anche di natura estetica (sulle auto) – c’è molto sulla pratica del car custom – è stato qualcosa di davvero rigenerante per me. Ad un certo punto ho chiesto loro di poter entrare a far parte del club e la risposta è stata “oh no no, le donne sono guai!” Così ho pensato a She Devils On Wheels, che era inizialmente un club, e poi è diventata un’installazione intitolata She Devils On Wheels Headquarters (1997). È difficile parlare del mio lavoro in modo univoco, perchè è sempre una cosa, e un’altra, e un’altra, e  un’altra ancora… questo è ciò che amo: non è designato come questo o quello, non è appropriazione, non è ready-made, non è pop o neo-pop, non è femminista, ma allo stesso tempo è anche una parte di tutto questo.

Sylvie Fleury, Chaussures italiennes – installation view at Istituto Svizzero, Rome, 2019. Courtesy the artist and Istituto Svizzero, Rome. Photo © OKNOstudio

AG: La periodizzazione e la categorizzazione possono essere problematiche per un artista e per il lavoro stesso

SF: Quando lavori molto con le etichette, non vorresti mai essere etichettato! Ma alla fine, vanno e vengono, cambiano, ed è divertente!

AG: Mi sono innamorata di Color Lab. Free study with white peacock, un’opera del 2012 inclusa nella mostra Do not Think of the Color Blue for Thirty Seconds; mi viene in mente il tema della vanitas – che è strettamente correlato, a mio avviso, anche alla moda, alla bellezza, agli oggetti d’uso e via dicendo, dato che tutto è così temporaneo. Questa installazione per me è perturbante in un modo molto sottile. Penso che un aspetto che possa essere correlato al suo lavoro sia anche un atteggiamento scettico – in modo analitico – nei confronti della preoccupazione tutta contemporanea di essere profondi, ad ogni costo.

SF: Una retrospettiva che ho tenuto a Ginevra al Mamco nel 2008 è stata intitolata Paillettes et Dépendances ou la fascination du néant, e sono abbastanza sicura che tu abbia notato anche come lavoro con le superfici, il loro aspetto, la luminosità. L’installazione con il pavone è un pezzo che in realtà mi viene da porre quasi in continuità con My life on the road. Ero felice quando ho scoperto dell’esistenza di questo pavone bianco, e ho pensato che fosse lo strumento perfetto per parlare di qualcosa che mi era caro e quindi l’ho messo insieme ad un pneumatico.

Samuel Groos: Si tratta anche del suo ingresso nella categoria del collage. Normalmente i collage trattano di immagini ovvie da una parte e dall’altra, questo aspetto è invece diverso nel lavoro di Sylvie quando si hanno queste opere che definirei bifronti – e ci sono molti di questi lavori all’interno della sua produzione. La differenza è data da qualcosa di molto personale. Mi piace immaginare che l’auto sia un veicolo ma che al contempo sia anche uno spazio privato, motivo per cui per esempio la polizia ti chiede di uscire dall’auto, ossia perché normalmente non potrebbe entrare nella tua privacy. E questo è esattamente ciò che rappresentano questi lavori; c’è qualcosa che è collegato all’ovvio, come potrebbe essere il veicolo, e qualcosa che è estraneo ad un livello molto personale, oppure ad un livello spirituale, come nel caso delle pietre o del pavone bianco. Potrebbe anche essere collegato ad altri aspetti, ad esempio l’uso della pornografia. Molte delle opere di Sylvie sono bifronti, hanno una doppia identità, qualcosa che non è necessariamente correlato all’altro, e alla fine penso che tocchino davvero l’idea che abbiamo un esterno e un interno.

Sylvie Fleury: Ora è difficile parlare del mio lavoro perché è un momento molto politico e può essere frainteso facilmente. Alcune persone che vogliono a tutti i costi mostrare al mondo intero che stanno facendo la cosa giusta, spesso più vogliono difendere la loro posizione e più dimostrano che forse non stanno poi facendo la cosa giusta e dunque devono convincere gli altri che la stiano facendo.

Sylvie Fleury, Chaussures italiennes – installation view at Istituto Svizzero, Rome, 2019. Courtesy the artist and Istituto Svizzero, Rome. Photo © OKNOstudio

Chaussures Italiennes – Interview with Sylvie Fleury | Istituto Svizzero, Roma

Text and interview by Angelica Gatto —

Chaussures Italiennes is the first solo show in Italy by Sylvie Fleury, curated by Samuel Groos; the exhibition, which took place at Istituto Svizzero in Rome, consists of a wide selection of works – pieces especially produced for the exhibition along with some of Fleury’s most iconic ones, like Retrospective (2008/2016) – reassuming the long international career of the Swiss artist. With a practice concerning the use of an incredible variety of materials, Fleury gives us a glimpse and a renewed perception of her production and of her peculiar use of sculpture, assemblage, installation, video. In Walking on Carl Andre (1998) – not included in the exhibition at the Swiss Institute – which was at the same time a video and a performance, in the high sense of the term – Fleury filmed some women walking on an Andre’s steel floor with high heels. Shoes again, red and feminine: a catwalk against the supremacy of an hypermasculine minimalism. There are sense of humour and irony, of course, but there is also the firm conviction that the artist can bring us a whole universe rotating around the continuous and shocking dichotomy between obvious and uncanny, personal and public. By rethinking some recurring categories through which Sylvie Fleury’s work has been usually associated, our interview focuses on the linguistic strategy appointed by the artist: her works are not simply appropriations from the fashion world or the design lifestyle, they are strongly connoted with their evidence in form, structure, surface and materials, and they enact a precise strategy of staging in space and time in order to reflect a different cognitive process. With their attractive shimmering radiant surfaces, Sylvie Fleury’s works reveal their changing identity.

Sylvie Fleury, Chaussures italiennes – installation view at Istituto Svizzero, Rome, 2019. Courtesy the artist and Istituto Svizzero, Rome. Photo © OKNOstudio

We met Sylvie Fleury and curator Samuel Groos to ask more about Fleury’s work and the exhibition hosted in the spaces of Villa Maraini.

Are you ready, boots? Start walkin’…

Chaussures Italiennes is your first solo show here in Italy, after winning the prestigious Swiss Meret Oppenheim award in 2018. Your production is extremely vast, and of course well known and acclaimed from the international art scene. Can you tell me something about your exhibition at the Swiss Institute, the selection of works, the title you chose?

I didn’t think of a narrative. I took Villa Maraini like a jewellery box a little bit, and then I chose a good solution for each room. I made so many works since so long that the difficult part was, at the beginning, what we were going to show in these rooms, if there would be a theme or something like that. Although if I’ve been using shoes for many years, and someone told me – oh you are going to make a show with shoes! -, but suddenly I started to look at the works that I had and I realized the variety of the works that were available around that theme. They were so different and various that was probably interesting to put them together.

What’s about the display and the space related to your works?

I don’t like to normalize things and I really love to use architecture and the more architecture has to give in a way and the more I am interested on put together what’s inside and what’s outside. I am talking about what’s inside and what’s outside; my very first artworks – the shopping bags – everyone told they were empty, in fact for me they had things inside. This connection between the inside and the outside is very important and I love this type of architecture (the architecture of Villa Maraini); I feel very happy with these kind of spaces.

Is it narrative important for your work?

No.

I read many interviews you made during your long career and there are always questions concerning certain aspects which are related to obsolescence, consumism, relationship between art, fashion and design and so on. These aspects became a sort of key-words associated to your work. I mean, from my point of view, this can be read in terms of language mutuation. It seems that the appropriation is a sort of shift that you made possible by confronting within these fields and these topics even if your work is not based on appropriation exclusively. 

It’s a long discussion the question of appropriation, it’s hard to start thinking about it without thinking about ready-made. I never thought my work as an appropriational work, although I’ve been inspired by appropriational work. It’s not even the correlation between these three fields (fashion, art and design) it’s more about what they represent and how they can be changed in order to obtain different themes. When you asked me if I like narrative or not, I couldn’t even totally answer now, because I think that a lot of times in my work I tried to make things a bit more enigmatic than narrative. But there was a part of narration of course. When I come up with large shows, I have to come up with a story, although if most of the time the story is only known to me and I don’t tell it to the audience. It’s just for me, to find my way, the narration remains probably in my head.

Sylvie Fleury, Chaussures italiennes – installation view at Istituto Svizzero, Rome, 2019. Courtesy the artist and Istituto Svizzero, Rome. Photo © OKNOstudio

One of the works included in this last exhibition is the installation My life on the road (2016) inspired by the homonymous book by Gloria Steinem. It is a sort of giant monolith with a shimmering surface elevated on a huge pedestal with five Amethyst stones. Can you tell me something about this piece?

I made this piece when I was reading Gloria Steinem’s book that is called My life on the road, of course I was interested by her lifestyle, she was a very interesting feminist character but at the same time she was very free, and a beautiful woman in so many ways, and I started thinking about roads. I love abstract minimal painting, I love esoteric stuff… It was of course important to me because it came when I was reading that book but on the other hand nobody needs to know that I was reading that book except that I chose to give that title for the book. The title of the work, which is the title of Steinem’s book, is at the same time also the title of a retrospective I had in Munich at Villa Stuck Museum.

For me this was a suggestion to ask about certain themes that often recur in your work: the road, car culture, feminism and the aspect concerning post feminism. And, on this last point, my question is if feminism is really at the core of the work or not?

First of all, if you do whatever you want whenever you want you are a feminist, you are embracing a total freedom. I’ve been trying hard to get there and this notion really interests me. There some idea about the fact that there should be a political statement about feminist art, but I think this is useless because to be a woman, to have the freedom to do such a work is already a political statement. However, of course I am a feminist and I don’t even understand why some women aren’t feminist, but this is another question.

Your passion for car culture brings to my mind a reference that you made, both personal and related to your work, to She devils on wheels, which is a B-movie from the Sixties where a female gang of bikers wears leather jackets with “Men Eaters” written on the back, but it is also the name of a club that you established…

The story on how all is started is quite interesting; I had an American car which I bought because I wanted to make an installation – to drive over cosmetics, and all that was left in the room were the car and the broken cosmetics – in order to do that I had to find that car. At the end of the show, when the gallery asked me what to do with the car, I called back the guy who sold it to me and he said “you have just to drive it, it’s a really cool car, I know that you love sixties American cars!”. Suddenly I said “why not!” and I started driving it! And this car became also very central in my work, because I used it to drive inside paintings, to drive over cosmetics, to make videos: it’s a strange thing because it’s no longer an artwork, but at the same time it’s still an artwork, it’s a projection of so many things, in the end it’s like a brush I think. So, driving that car around Geneva, I noticed that there were other people driving American sixties cars, but the type of people driving that cars were like boss drivers, mechanics, not at all the type of people that I meet when I make a show, but we became friends because I enjoyed to go for a ride and to exchange about aesthetic questions – there is a lot about customization going around this – that was something really refreshing to me and when I say “I want to be part of the club” they say “oh no no, women are trouble!” So, I started with She devils on wheels, which was at first a club, and then I started to think of it as an installation which became She Devils On Wheels Headquarters (1997). It’s hard to talk about my work in one way, because it’s always one thing, and also another, and another, and another… and this is what I like about it: it’s not designated as this or that, it’s not appropriation, it’s not ready-made, it’s not pop or neo-pop, it’s not feminist, but it’s all of that also. 

Sylvie Fleury, Chaussures italiennes – installation view at Istituto Svizzero, Rome, 2019. Courtesy the artist and Istituto Svizzero, Rome. Photo © OKNOstudio

Periodization as well as categorization can be problematic for an artist and the work itself…

When you are working a lot with labels, you don’t want to have a label put on you! In the end, they come and go, they change, and it’s funny!

I fallen in love with Color Lab free study with white peacock, a workfrom 2012 which was included in the exhibitionDo not Think of the Color Blue for Thirty Seconds; it brings to my mind the theme of vanitas – which, in my opinion, is strictly related to fashion, beauty, objects and so on, where everything is so temporary. This installation is very uncanny, in a very subtle way. I mean, I think that one aspect that can be related to your work is also a sceptical attitude – in an analytical way – with the contemporary worries about being deep, at any cost.

One retrospective I had in Geneva at the Mamco in 2008 was titled Paillettes et Dépendances ou la fascination du néant, and I’m pretty sure that you noticed also how I get into working with surfaces, the aspect, the brightness. The installation with the peacock is a piece that actually I would put in the same category of My life on the road. I was happy when I discovered the white peacock, I thought it was the perfect tool to talk about something that was dear to me and so I put it together with a tire.  

Samuel Groos: It’s also about its entering to the category of collage. Normally collage are supposed to deal with obvious images from one part and the other, and that is diverse in Sylvie’s work when you have these bicéphale pieces – because there are several of these bicéphale pieces. The difference is made by somenthing very personal. I like to imagine that the car is a vehicle but it is also your home, this is the reason why the police ask you to go out, because they are not supposed to enter your own privacy. And this is exactly what these pieces are; there is something which is linked to the obvious, like the vehicle could be, and something that has is strangeness on a very personal level, or on a spiritual level, like the stone elements or the white peacock. It could be related to other aspects also, for example the use of pornography in some pieces. There are several pieces which are bicéphale, something which is not necessarily related to the other, and at the end I think they really touch the idea that we have an outside and an inside.

Sylvie Fleury: Now it’s difficult to talk about my work because it’s a very political era and it can be understood very wrongly. Although I think that some people who want to show the whole world they are doing the right thing, the more they want to defend that they are doing the right thing, the more it shows that maybe they are not doing the right thing and then they have to convince that they are doing the right thing.

Sylvie Fleury, Chaussures italiennes – installation view at Istituto Svizzero, Rome, 2019. Courtesy the artist and Istituto Svizzero, Rome. Photo © OKNOstudio