Giulio Zanet solo show, installation view, Superstudiolo, Bergamo – ph Luca Viganò

E’ stato inaugurato da pochi giorni un nuovo spazio a Bergamo, Superstudiolo, con la direzione artistica di Alberto Ceresoli e Carmela Cosco. Si presenta come un  “contenitore per la ricerca artistica contemporanea che abbraccia un modello che coniuga pratiche di ricerca attivare da project space e non profit con pratiche espositive e di collezione della galleria d’arte.”
Superstudiolo esordisce con una premessa: prestare attenzione alla pittura contemporanea. Conta nella propria scuderia” con le opere di quattro artisti “in scuderia”: Adi Haxhiaj (Tirana – 1989), Majid Bita (Tehran -1985), Barbara De Vivi (Venezia – 1992), Giulio Zanet (Torino – 1984).

Vi presentiamo il primo artista in mostra, Giulio Zanet (Torino, 1984), la cui opera è fruibile con un dispositivo a vetrina dall’esterno della galleria in via San Lorenzo 12b, in Città Alta Bergamo.

Segue una conversazione tra Alberto Ceresoli e Carmela Cosco con l’artista

Alberto Ceresoli e Carmela Cosco: Vorremmo aprire questa breve intervista chiedendoti di darci e di dare una lettura al pubblico sulla tua pratica pittorica che si apre con facilità all’installazione e all’immersività. Pensiamo alla tua proposta di progetto per Adiacenze (Bologna, 2019), e al più recente intervento per l’Affordable Art Fair di Milano. Possiamo forse parlare in termini di pittura espansa? Che cosa significa per te lavorare con la pittura?

Giulio Zanet: Sì, credo che si possa parlare, senza sbagliare, di pittura espansa. Ma non sempre e non solo. Come dico spesso, per me la pittura è un modo di stare al mondo, un mezzo grazie al quale cerco di conoscerlo. Un modo di verificare che esisto. Bisogna fare un distinguo però, tra quando lavoro ad un quadro nel mio studio o quando realizzo dei lavori installativi site-specific. Perché nel primo caso non ho assolutamente nessuna progettualità, mentre per necessità quando ci si deve confrontare con uno spazio il progetto assume un valore importante. Detto questo, per me lavorare con la pittura significa accettare che l’incertezza faccia parte dell’esistenza. Continuo a domandarmi se quello che faccio abbia senso, e forse il fatto che sotto sotto non ce l’abbia è il motivo per cui continuo a farlo. C’è molto errore, fallimento e consapevolezza della sconfitta. É un tentativo fallimentare di dare ordine al caos. Mi interessa molto il modo in cui il pubblico interagisce, mi interessa l’esperienza della pittura e in questo senso amo installare l’opera in modo che non sia esclusivamente da guardare frontalmente in quanto quadro. Mi piace uscire da questa dimensione invadendo e adattando la pittura allo spazio che la ospita. Una ricerca sulla pittura, sulla superficie e sul colore. Non saprei definire il mio stile, ma sicuramente ha a che vedere con l’astrazione anche se non astraggo nulla. Mi interessa il lato esperienziale della pittura, del suo farsi e del suo essere fruita.

AC / CC: Nel processo di costruzione della scuderia di Superstudiolo, ci siamo subito avvicinati al tuo lavoro con la consapevolezza rispetto ad una ricerca che sia apre a nuovi percorsi sfidando abitudini e canoni estetici del presente in Italia. Come galleria abbiamo abbracciato una sfida credendo importante sostenere pratiche pittoriche che si definiscono attraverso una ricerca del gesto, del segno, della materia, della stratificazione, dell’impulso e dell’errore. Queste influenze dall’Europa, ma forse con maggiore forza dagli States, attraverso l’innegabile mediazione dei social media più comuni, sono influenza per gli artisti e incuriosiscono operatori e speriamo anche collezionisti. Pensiamo alle tue gigantesche tele, difficili da trasportare e da collocare, alla geometria, al “basso materiale”. Dovevi forse nascere in America?

GZ: Gigantesche purtroppo mi sembra un aggettivo esagerato. Ho realizzato alcuni lavori molto grandi ma si può fare di più. Anzi io vorrei fare di più ma per questioni di spazio e di mercato devo limitarmi. Paradossalmente, in questo senso le installazioni mi permettono di agire nello spazio in modo molto più libero e agevole. Nascere in America? Qualche volta lo penso che là forse potrei avere più fortuna e che il mio lavoro potrebbe essere più apprezzato, ma non avendoci mai provato non posso avere nessuna certezza.

Giulio Zanet solo show, detail, Superstudiolo, Bergamo – ph Luca Viganò
Giulio Zanet solo show, installation view, Superstudiolo, Bergamo – ph Luca Viganò

AC / CC: Abbiamo sottolineato l’importanza dei social media e della loro influenza. Una vetrina sul mondo capace di avvicinare pubblici di massa a contenuti e contenitori. Ti abbiamo invitato a ragionare su un’idea progettuale da declinare in uno spazio che permetterà al pubblico di fruire l’opera dall’esterno: una vetrina capace di avvicinare, grazie alla sua favorevole posizione, un pubblico di massa, di passaggio; non solo operatori dunque, come spesso accade all’interno di un qualsiasi contenitore per l’arte contemporanea, sia esso uno spazio di ricerca e/o una galleria. Come ti sei relazionato con questo dispositivo? Che lettura ci offri e offri a questo pubblico sull’intervento installativo ospitato in galleria?

GZ: Vista la natura del progetto, in questa occasione ho pensato di presentare una singola opera pittorica allestita con un’idea di scenografia molto semplice. Volevo che l’attenzione si focalizzasse sulla pittura. Ho arricchito l’intervento con un’architettura in legno che ricorda i sostegni di alcuni pannelli in scenografia, posizionandoli anteriormente, così da evidenziare il sostegno dato all’opera. A terra ho posizionato una plastica sporca tolta dal pavimento del mio studio. É come se avessi voluto mostrare insieme alla pittura anche alcuni degli elementi che ne accompagnano la realizzazione e ne svelano i processi.

AC / CC: Riprendiamo il titolo del progetto di mostra curato da Adiacenze a Bologna: “La vita è un passatempo”. Che cosa ci racconti, attraverso questa espressione, di te e del tuo lavoro?

GZ: La vita è un passatempo era una frase che mi girava in testa da molto tempo e questa mostra è stata il pretesto per usarla come titolo. L’idea era nata da una prima riflessione sulla scarsa attenzione che dedichiamo a quello che guardiamo. Quindi volevo costringere lo spettatore a non “distrarsi”. Ho raccolto miei lavori dal 2014 ad oggi e con quelli ho creato un’opera unica e irripetibile. La combinazione dei pezzi non potrà mai essere identica perché considero ogni mio lavoro un pezzo non finito di un continuum più grande. Volevo che il pubblico si sentisse a proprio agio in un ambiente avvolgente, invitandolo ad un’esperienza a 360 gradi. Non è lo spettatore che gira intorno all’opera, ma l’opera che gira intorno allo spettatore. Il titolo della mostra ha una valenza assolutamente positiva per quanto mi riguarda. La vita è il tempo che noi percepiamo scorrere. Dicendo passatempo si fa riferimento a un qualcosa che si fa con piacere e in genere si contrappone al lavoro o a qualcosa che si fa per obbligo. Rendere la vita un passatempo in questo senso sarebbe la cosa più auspicabile per ognuno di noi. Evitiamo di prenderci troppo sul serio!

AC / CC: La tua produzione è intensa, riflesso di un impegno nel fare pittorico quotidiano. Come Superstudiolo abbiamo dei progetti da costruire insieme e auspichiamo in un’entusiasmante e continuativa collaborazione. Ma sappiamo quanto sei esplosivo! Progetti e altre collaborazioni per questo 2020?

GZ: A fine mese sarò in Toscana, in provincia di Pisa, per una collettiva ospitata dall’amico Matteo Nuti, all’interno del progetto Noccioline curato da Yellow. Sto lavorando a una installazione che verrà realizzata all’interno della Chiesa San Ferdinando Re nel complesso della Bocconi a Milano e a giugno avrò un’altra collettiva sempre in Toscana, questa volta in provincia di Siena. Nel frattempo sto elaborando un piccolo progetto di residenza che intendo attivare a Correggio, dove vivo e in cui porto avanti quotidianamente la ricerca pittorica.

Giulio Zanet solo show, installation view, Superstudiolo, Bergamo – ph Luca Viganò