A.

A.

Una complessità fatta di addizioni e sottrazioni. Un ecosistema instabile e mutevole, dunque propenso alle trasformazioni e ad accogliere “biodiversità artistiche e cultura”. Le premesse della 37°edizione di DRODESERA (art director Barbara Boninsegna – co.curator Filippo Andreatta), il festival delle arti contemporanee che si svolge alla Centrale Fies a Dro (TN) dal 21 al 29 luglio, mai come ora sembrano filtrare alcuni dei temi tra i più sentiti dei tempi attuali: l’accoglienza, la diversità, la cangiante fisionomia dell’uomo contemporaneo.
“SUPERCONTINENT, il titolo della nuova edizione, è un unico sconfinato continente in cui convivono specie umane, animali e cyborg in simbiosi con un territorio che muta aspetto in continuazione, in cui tradizione e innovazione si intrecciano per dare origine a un equilibrio possibile solo grazie alle diversità.”
Per il programma del Festival DRODESERA — CS – Drodesera 37 – Supercontinent

A meno di un mese dall’apertura del festival, abbiamo posto alcune domande a Virginia Fies Sommadossi che per il festival DRODESERA cura l’identità visiva e la comunicazione.  Virginia si occupa di ideazione, progettazione, gestione e conduzione di progetti di valorizzazione e promozione territoriale che utilizzano la cultura come strumento all’interno del processo lavorativo.

ATP: La 37° edizione di Drodesera ci fissa direttamente negli occhi. Una ragazza vietnamita, dal volto coperto di nero ci fissa, mentre i resti di una maschera antica le scivola dal busto. Una maglietta pop e dei moschettoni connotano in modo oscuro questa ‘guerriera’ contemporanea. Mi racconti da cosa vi siete ispirati per le immagini del Festival?

Virginia Fies Sommadossi: Le immagini della 37°edizione di Drodesera nascono da un lavoro collettivo con il fotografo Dido Fontana, l’illustratrice Zoe Lacchei e la graphic designer Letizia Tempesta Filisetti. Il team si è creato in modo spontaneo, frequentando Centrale Fies non solo per lavoro ma anche come luogo di incontro, dialogo e sperimentazione. L’idea era quella di lavorare in maniera diversa sul nostro territorio e sui suoi nuovi abitanti. Tre i livelli delle cinque immagini: una persona fotografata in primo piano, degli accessori e degli oggetti illustrati e landscape di montagne trentine.
Gli sfondi, fotografati da Alessandro Sala e Roberta Segata (fotografi ufficiali del festival) non sono gli originali ma sono stati rielaborati fino ad isolare i frammenti delle montagne trentine, non più da “cartolina” ma paesaggi più avventurosi e nuovi che sgombrano il campo dal conosciuto e il riconoscibile a prima vista. Eppure sono loro.

ATP: Qual è il racconto che volete veicolare con queste immagini?

VFS: Supercontinent racconta di una nuova pangea ricucita dalle tratte migratorie così come dalle nuove tecnologie. Un mondo dove nel più piccolo paese del Trentino, come Dro, per esempio ;), il nostro vicino di casa è nigeriano e la sera comunichiamo su skype con un artista in New Mexico.
Tanto del nostro tempo sta in questo accorciarsi delle distanze, così come nello scavare nelle origini e nel praticare atti di nomadismo volenti o nolenti: siano attraverso i continenti o le città, o attraverso le pratiche artistiche o il lavoro. Supercontinent dichiara che la terra è di chi la vive così come di chi la attraversa: autoctono, turista, migrante, rifugiato. Senza distinzione. L’arte si schiera, lo fa da sempre, attraverso i contenuti ma anche attraverso le pratiche, le modalità e le politiche. L’arte si esprime, cambia le cose, anche quando qualcuno vuol farci credere che sia distante dal popolo, di nicchia: mentre gli altri la giudicano continua a lavorare, creare, scavare, mutare ogni cosa, facendosi materia del tempo presente, pronta a diventare documento di ciò che siamo, per il domani.

E.

E.

ATP: Avete coinvolto persone molto diverse, con vissuti lontani. Come avete scelto questi personaggi? Perché?

VFS: Sono i nostri “neighbours”, sono i nuovi indigeni, che vivono, lavorano, studiano, che attraversano questa terra, il Trentino – Alto Adige, divisa in due come il ventricolo destro e sinistro di un cuore, terra di confine, di passaggio, di accoglienza e tradizione, ma anche di identità a volte perdute o stereotipate. Sono A., V., E., R., P., immaginati e allo stesso tempo reali, immortalati nel momento prima dell’azione fisica e di pensiero. Sono nuove generazioni in procinto di riappropriarsi delle tradizioni, dei simboli e del proprio futuro, aprendo nuove visioni, cambiando di posto alle cose.
Forse vogliono rendere nuovamente vivi i pezzi di un percorso collettivo o forse vogliono trovare la propria strada scalando le montagne o reinventandosi nuovi codici, simboli e linguaggi.
Indossano oggetti sciamanici personalizzati che mischiano le culture e potenziano le personalità. Come in un videogame, dove il next level è dietro l’angolo. Celano più letture e nascondono riferimenti complessi. Nel caso di A. a convivere ci sono il classico grembiule blu della tradizione sudtirolese e un visore per la realtà aumentata, accessori e strumenti di lavoro di ieri e di domani. Appoggiato sulle sue spalle un aspio, il draghetto che terrorizzava i minatori della ValSugana, simbolo del pericolo, e che A. riesce ad addomesticare per vedere più in là. Qui il tema del lavoro è predominante ma non rappresenta l’unica lettura possibile. Le immagini create per i concept del festival sono sempre domande aperte, e mai risposte o messaggi chiusi. Chiedono attenzione, chiedono tempo, chiedono pensiero. Il lavoro sugli immaginari che Centrale Fies svolge da sempre è un dialogo continuo col pubblico di riferimento ma non solo.

ATP: Anche in merito al titolo, SUPERCONTINENT, a cosa si riferisce? Cosa cercate di ‘interrogare’, anche in relazione al territorio che vi ospita e vi stimola?

VFS: In un momento di attraversamenti e trasformazioni, dove regna la paura del mescolarsi, del perdere l’identità originaria (cosa che avviene in Italia anche nelle arti, dove le parole teatro e performance a volte sembrano non poter coesistere né sovrapporsi), SUPERCONTINENT afferma che tradizione e contemporaneo, passato e presente, possono addirittura rafforzarsi con potenza e armonia nella prossimità così come nella contrapposizione. In fortissima relazione col territorio Centrale Fies, lo è da sempre. Non solo attraverso il suo ruolo di centro di produzione e propulsione delle arti performative contemporanee o con il festival, ma in maniera ancora più diretta con progetti di varia natura. Quest’anno abbiamo condotto un esperimento di comunicazione turistica chiamato TRENTINO BRAND NEW, che ha visto 25 ragazzi provenienti dalle più svariate professioni per un’azione di creatività collettiva, aprendo la possibilità di sugli elementi che compongono una narrazione consolidata, reiterata, stressata e impoverita di un territorio, riappropriandosi in maniera vitale e attiva dell’immaginario.

ATP: C’è una relazione tra i contenuti – decisamente eterogenei – del festival e l’immagine che lo promuove e presenta?

VFS: L’immagine del festival parla sempre di contemporaneità, di politica, di ciò che accade; riferito al titolo dell’edizione in corso, vien desunto da una lettura complessiva delle opere selezionate per la programmazione ed elaborato in modo che ne amplifichi le narrazioni possibili. Del resto mi hanno detto che il mio lavoro è stato per anni quello di creare una comunicazione ricca di rituali di accesso, capace di offrire contenuti che distogliessero dalla pigrizia… Spero di esserci riuscita anche questa volta!

P.

P.

V.

V.

DRODESERA 37ESIMA EDIZIONE — S U P E R C O N T I N E N T
21_29 LUGLIO 2017 CENTRALE FIES, DRO (TN)

S U P E R C O N T I N E N T
art director Barbara Boninsegna – co.curator Filippo Andreatta
artists Alessandro Sciarroni (IT), Alessandro Sciarroni feat. Chiara Bersani & Matteo Ramponi (IT), Chiara Bersani | Marco D’Agostin (IT), CollettivO CineticO (IT), Shonen (FR), Francesca Grilli (IT), Jacopo Jenna (IT), Marta Cuscunà (IT), Michikazu Matsune (AT), Numero23.Prod / Massimo Furlan & Cie LagunArte / Kristof Hiriart (CH/FR), OHT (IT), Pedro Reyes (MX), Raafat Majzoub (LB), Riccardo Giacconi e Andrea Morbio in collaborazione con Giacomo Onofrio (IT), Riccardo Giacconi e Carolina Valencia Caicedo (IT/CO), Rima Najdi (LB), Roberto Fassone (IT), Tania El Khoury (LB), Thomas Bellinck / ROBIN (DE/BE)

LIVE WORKS_Performance Act Award VOL.5
curators Barbara Boninsegna, Daniel Blanga-Gubbay, Simone Frangi
guest performer Leandro Nerefuh/Ribidjunga Cardoso (BR), Philipp Gehmacher (AT), Sarah Vanhee (BE), Mykki Blanco (US)
artists Alok Vaid-Menon (IN/US), Claudia Pagés Rabal (ES), Gaetano Cunsolo (IT), Kent Chan (SG), Lisa Vereertbrugghen (BE), Madison Bycroft (AUS), Mercedes Azpilicueta (AR), Mohamed Abdelkarim (EG), Rodrigo Sobarzo de Larraechea (CL), Urok Shirhan (IQ/NL)
international board Lorenzo Benedetti, Vincent Honoré, Eva Neklyaeva, Manuel Segade, Christine Tohmé

R.

R.