Giovanni Morbin, Concerto a Perdifiato, ph. Andrea Rosset

Giovanni Morbin, Concerto a Perdifiato, ph. Andrea Rosset

 Sabato 7 luglio alle 19.00 sarà inaugurata negli spazi di Centrale Fies  in occasione del festival Drodesera a prima antologica dedicata all’artista Giovanni Morbin (Valdagno, 1956). La mostra, a cura di Denis Isaia, rientra in un progetto di valorizzazione e storicizzazione della performance e dei suoi interpreti intrapreso dall’art work space trentino.

Arricchito dalla riproposizione di alcune fra le azioni più significative compiute dall’artista, il progetto espositivo presenta molti lavori inediti realizzati dalla fine degli anni ’70 a oggi, che raccontano l’approccio trasversale di Morbin a diversi linguaggi e stili delle arti, in un’indagine continua che ha al proprio centro il corpo e i comportamenti umani e che trova nella performance il medium di espressione più congeniale.

La mostra ripercorre le tappe cruciali del percorso artistico di Giovanni Morbin a partire da una delle sue ultime prove pittoriche, Lappeso (1979). Dai numerosi omaggi al concettualismo di Duchamp – nel 1987 visita bendato la sua mostra a Firenze perché “Duchamp non si può che vedere con l’immaginazione” -, si passa alla sua poetica delle membra (1985) attraverso le “ibridazioni”, opere che ribadiscono una nuova idea di corpo, in una capillarità energetica che si estende in modo radicale dagli uomini agli altri esseri dell’universo animati e inanimati (nell’azione Ibridazione 1 - Bodybuilding si fa murare l’avambraccio a una parete per 8 ore). Anche la politica e il potere sono resi materia plastica e scultorea, con un particolare focus sulla retorica fascista: Langolo del saluto (2006) oggettivizza lo spazio d’aria esistente fra il corpo di una persona e il suo braccio proteso nell’atto del saluto romano, mentre la lancia d’ottone che materializza la traiettoria di un proiettile in forza Nuova (2005), punta dritto agli occhi dello spettatore. Due lavori volutamente taglienti e pericolosi ai quali fa da contrappunto il poetico Concerto per Chiari e Calore (1998), video dedicato all’artista fluxus Giuseppe Chiari, posto a chiusura della mostra.

L’opening dell’esibizione sarà seguito dal Concerto a Perdifiato (alle 21.00 nella sala Turbina 1), che vedrà impegnati ventidue orchestrali nell’esecuzione di una partitura da loro proposta utilizzando lo Strumento a Perdifiato (1995), un oggetto creato da Morbin che congiunge bocca e orecchio e che permette di ufficializzare un’azione altrimenti letta come bizzarra: parlare a sé stessi o, letteralmente, parlarsi addosso.

L’antologica è stata anticipata, lo scorso 29 giugno, da due momenti performativi aperti al pubblico. Al mattino si è svolto Il giro del Mondo con partenza da fermo (Movimento con passo falso), 1985-2018, riedizione di una storica impresa compiuta trent’anni fa dall’artista. Presa la decisione di non dipingere più, nel 1985 Morbin si libera metaforicamente delle proprie braccia spedendo a due indirizzi a caso, uno a est e uno a ovest di Vicenza, rispettivamente una copia fotografica del suo braccio destro e una del sinistro con l’invito, agli ignari destinatari, a proseguire il tragitto dei suoi arti fino a generare idealmente un abbraccio planetario. A seguire, Giovanni Morbin raccontato da Giovanni Morbin: un momento seminariale di studio e ascolto in cui l’artista ha esposto la propria ricerca e spiegato le opere in mostra inserendole nel contesto artistico e sociale che attraversa le correnti artistiche e le avanguardie del primo ‘900 fino ad arrivare ai giorni nostri.

L’artista vicentino sarà presente anche come guest performer all’interno di LIVE WORKS Performance Act Award, che si svolgerà a Centrale Fies dal 20 al 22 luglio: oltre a lui anche Maria Hassabi, Lina Lapelité, Slavs&Tatars e alcuni materiali inediti di Mario Mieli e Franco Buffoni. In occasione della seconda serata di restituzioni pubbliche delle performance realizzate dai dodici artisti selezionati dal bando di quest’anno, Morbin (a sua volta partecipante di Live Works nel 2013, dove ha ricevuto la menzione speciale della giuria per l’azione Blu Oltremare – Ibridazione 9) presenterà una tra le sue azioni più note, Ibridazione 1 – Bodybuilding: il 21 luglio l’artista cementerà parte del proprio braccio nel muro di un edificio di Dro (TN) tentando una forma di ibridazione tra umano e minerale, ponendo corpo e oggetto su uno stesso piano d’azione: il corpo dell’artista subirà l’immobilità dell’architettura mentre quest’ultima si doterà temporaneamente di una parte organica e mobile.

L’ultimo appuntamento con Giovanni Morbin, Conversazione con GO – Ibridazione 7, si svolgerà il 28 luglio, giorno di chiusura del festival, nel Parco della Centrale: l’artista salirà su un albero e rimarrà in quella posizione per quattro ore.

Giovanni Morbin, Il giro del Mondo con partenza da fermo (Movimento con passo falso) 1985-2018, (29 giugno 2018), ph. Roberta Segata per Centrale Fies

Giovanni Morbin, Il giro del Mondo con partenza da fermo (Movimento con passo falso) 1985-2018, (29 giugno 2018), ph. Roberta Segata per Centrale Fies

In anteprima due battute con il curatore e l’artista —

ATP. Ci potresti parlare di come è nata lidea di dedicare una mostra antologica negli spazi di Centrale Fies alla ricerca di Giovanni Morbin e dellimportanza di questa operazione?

Denis Isaia: Da qualche anno la ricerca di Centrale Fies si è arricchita di un ragionamento sulla conservazione e riproposizione della performance. La riflessione è nata dall’esigenza di affiancare l’importante attività di ricerca sull’attualità delle arti performative a momenti di approfondimento di carattere più storico che possano alimentare un fondo archivistico e collezionistico conservato alla Centrale. Tre anni fa all’interno di Live Works, in un clima di ricerca, abbiamo abbozzato un’ipotesi di relazione fra le caratteristiche della perfomance – la liveness, il suo essere time based e la sua natura effimera – e la necessità di potersi dotare di una storia. Sono emerse le criticità, poi riassunte in forma di domande da Virginia Sommadossi, che sono tutt’oggi al centro dei nostri interessi. Tutte le domande si possono trovare sul sito di Centrale Fies, qua ne riporto un paio:

- Quale relazione sussiste tra una produzione effimera e le sue tracce?
– Come far persistere la performance aldilà della documentazione?

Sono questioni che attraversano anche l’opera di Giovanni Morbin, per questo quando Barbara Boninsegna e Filippo Andreatta mi hanno chiesto di proporre un progetto espositivo per l’edizione 2018 del Festival, ho pensato immediatamente a lui. Per le ragioni che sopra ho spiegato, ma anche perché conoscevo la sua ricerca, sapevo essere un riferimento per la performance in Italia, ma ancora riservato alla critica e alla curatela più attenta e meno noto a un pubblico più ampio. Oggi con questa mostra è possibile cogliere un’antologia della ricerca dell’artista.

ATP. Potresti fare un breve excursus dei temi toccati dalla mostra? Come hai selezionato il materiale per lesibizione tra quello accumulato in oltre trentanni anni di pratica dellartista?

DI: Pur considerando un’evoluzione cronologica, la mostra incontra alcuni nuclei della ricerca di Morbin in maniera libera. Particolare attenzione è posta all’incipit. Il confronto con Giovanni, lui preparatissimo e generosissimo, mi è stato utile a comprendere l’importanza di una serie di lavori che precedono le Ibridazioni. In mostra questa prima parte sviluppa una sorta di “saga delle membra”, ovvero una serie di progetti performativi in cui Morbin ripercorre le unità corporee elementari coinvolte nella creazione artistica – gli arti e gli organi di contatto fra l’esterno e l’interno – sostituendo la risurrezione della materia propria del gesto artistico con il primato del comportamento. Si tratta di un nucleo seminale di lavori che informa tutto ciò che segue. Nel percorso di visita questo primo passaggio si chiude con la liberazione delle braccia dell’artista, impegnate nel Giro del Mondo (1985). L’opera fa da sponda a due considerazioni strettamente connesse. La prima è relativa alla vena poetica e trasognante che attraversa l’opera di Morbin. Mia convinzione è che il fondamento poetico di Morbin sia di natura empatica, ovvero sia incentrato sulla possibilità di instaurare una relazione energetica, sia essa di natura umana, atmosferica o minerale con quello che in altre epoche si sarebbe detto il “creato” e invece Morbin direbbe il “da crearsi”… La seconda considerazione è di natura più scolastica, perché, come è evidente, Il Giro del Mondo porge il destro alla serie delle Ibridazioni totali ossia al desiderio di Morbin di ampliare lo statuto del proprio corpo ibridandosi. Queste mutazioni di ordine culturale e idealmente biologico sono seguite in mostra da alcune riflessioni altrettanto plastiche e iconiche sulle forme, in senso stretto, scultoree, del potere. Il percorso si chiude infine nel climax della polvere, delle fiamme e dei rifugi offerti dagli alberi.

Giovanni Morbin, Mano, 2002, ph. Giovanni Morbin

Giovanni Morbin, Mano, 2002, ph. Giovanni Morbin

ATP. Che difficoltà si incontrano nel curare una mostra di un artista che lavora con la performance?

DI: In mostra abbiamo assecondato la resistenza alla definizione propria della performance intrecciando in un continuum opere, azioni e documenti e provando a render conto del ruolo essenziale del tempo nella performance, sia con le opere che con i testi e le immagini a corredo. Da questo punto di vista la mostra ha posto anche delle piccole sfide di ordine museografico.

ATP. A Centrale Fies, lesibizione è completata da alcuni interventi performativi, mi riferisco alla riedizione de Il giro del Mondo con partenza da fermo (Movimento con passo falso) del 1985, Concerto a Perdifiato, Bodybuilding – Ibridazione 1 e infine a Conversazione con GO – Ibridazione 7. Con che criterio avete scelto le performance da includere nel programma, in relazione al racconto sviluppato dalla mostra?

DI: La mostra di Giovanni Morbin sarà seguita da un catalogo che crediamo possa essere la più importante monografia dedicatagli sino ad oggi. Credo che il mio contributo alla ricerca su Morbin verterà sulla dimensione iconica della sua arte. Nelle parole scambiate durante la preparazione della mostra è un tema emerso poco, però le performance le ho scelte con quel criterio, nella speranza che, vedendole, possa io stesso comprendere della questione qualcosa in più.

Giovanni Morbin, Conversazione con G.O. – ibridazione 7, ph. Gabriele Grotto

Giovanni Morbin, Conversazione con G.O. – ibridazione 7, ph. Gabriele Grotto

Conversazione con Giovanni Morbin

ATP. Ricordo che hai apprezzato molto il commento alla tua esibizione – ancora in fase di allestimento – da parte di un performer irlandese in residenza a Centrale Fies che, non conoscendo il tuo lavoro, credeva si trattasse di una collettiva di diversi artisti. Effettivamente per chi incontra le tue opere per la prima volta può non essere facile cogliere la profonda coerenza della tua ricerca. Ce ne vuoi parlare? 

GM. Sì, lo confermo. Considero questa affermazione un complimento. Non mi è mai piaciuto essere riconosciuto per la forma e preferisco che sia il contenuto a parlare. Per quel che mi riguarda, non ho materiali prediletti, tecniche rappresentative del mio lavoro. È sempre l’idea che mi parla, che mi spinge a preferire materiali e tecniche per assemblarli.
Per ciò che concerne la riconoscibilità del lavoro e dell’autore, credo serva un momento di riflessione per analizzarne i contenuti e poter legare opere e contenuti. Se chi si accosta alla ricerca di un artista non sa trovare questo tempo, pazienza…oggi ci sono migliaia e migliaia di immagini a disposizione per il consumo vorace. Preferisco non rientrare in queste.

ATP. Il minimo comune denominatore dei tuoi lavori in mostra è il corpo: il corpo che fornisce la materia per produrre lopera (come nel caso dei lavori col sangue), il corpo limitato nel movimento e nellazione (Guanti, Spacewalk), disciplinato dalla dittatura, o al contrario, il corpo libero e svincolato (penso alle braccia spedite in giro per il Mondo), e ancora, il corpo ibridato con entità naturali, minerali, animali o vegetali; credo che il curatore abbia fatto emergere molto chiaramente questo elemento della tua ricerca. Come avete strutturato il lavoro assieme?

GM: Denis Isaia ha goduto della massima libertà nel poter scegliere tra i lavori disponibili. Si è preso del tempo per studiare il mio percorso partorendo la proposta che oggi prende forma. Certo, abbiamo parlato molto di opere, ragioni e obbiettivi ma la scelta finale è totalmente sua. Era giusto che Denis potesse esprimere un’idea personale in merito alla mia attività.
La cosa bella è che mi trovo a condividere il taglio dato alla selezione delle opere in mostra.
Entrambi avremmo forse voluto qualche altro lavoro a completare la ricognizione sul mio percorso artistico. Entrambi abbiamo cercato di evitare sensazioni di horror vacui.

ATP. Nel 2013 eri a Centrale Fies in veste di partecipante di Live Works, la piattaforma dedicata alle pratiche contemporanee dal vivo; questanno invece ritorni a Live Works in veste di guest performer del programma. Che effetto ti fa ad essere passato da alumno a padrino della rassegna?

GM: Mi sento come sempre. Mi sento come colui che si trova in un luogo pubblico e condivide uno spazio comune. Ho un punto di vista da proporre, una visione del mondo molto personale, frutto della sedimentazione dovuta al tempo. Non arrivo con una verità assoluta o nella convinzione di condizionare altre menti. Preferisco assumere un atteggiamento socratico e se la dialettica delle cose e delle parole stabilisce dei contatti ne sono felice.

Giovanni Morbin, Il giro del Mondo con partenza da fermo (Movimento con passo falso), 1985, ph. Nereo Crosara

Giovanni Morbin, Il giro del Mondo con partenza da fermo (Movimento con passo falso), 1985, ph. Nereo Crosara

Giovanni Morbin, forza Nuova, 2005, ph. Aldo Ottaviani

Giovanni Morbin, forza Nuova, 2005, ph. Aldo Ottaviani

Giovanni Morbin, Ibridazione 1 - Bodybuilding (Milano), ph. Giovanni Bernardi

Giovanni Morbin, Ibridazione 1 – Bodybuilding (Milano), ph. Giovanni Bernardi