Stultifera: la Nave dei Folli di Benni Bosetto alla Pinacoteca Nazionale di Bologna 2022

Il soggetto e il titolo del lavoro si rifanno all’opera satirica Stultifera navis (La nave dei folli, 1494) di Sebastian Brant, la storia di un’imbarcazione diretta al paradiso dei folli ma destinata al naufragio.
1 Giugno 2022
Benni Bosetto. Stultifera – Opera performativa Pinacoteca Nazionale di Bologna, Bologna 2022 – Foto Valentina Cafarotti e Federico Landi

Presso il Salone degli Incamminati della Pinacoteca Nazionale di Bologna abbiamo assistito alla messa in scena dell’opera performativa Stultifera, concepita da Benni Bosetto (Merate, 1987) e curata da Caterina Molteni, con il contributo di Ateliersi (12-14 maggio 2022). Un lavoro corale e immaginifico, frutto di sei anni di gestazione, la cui realizzazione è stata interamente finanziata dal Trust per l’Arte Contemporanea. La pièce, della durata di circa 45 minuti, si articolava in una narrazione poetica delle vicende della strana comunità di passeggeri di una nave impegnata in un viaggio esistenziale, caratterizzato da un processo, quadro dopo quadro, di rigetto delle convenzioni sociali e di regressione all’istinto e alla primordialità. Il soggetto e il titolo del lavoro si rifanno all’opera satirica Stultifera navis (La nave dei folli, 1494) di Sebastian Brant, la storia di un’imbarcazione diretta al paradiso dei folli ma destinata al naufragio.

L’allestimento consisteva in una capanna costruita tramite legni e altri materiali prelevati dalle spiagge, circondata da funi e vele appese, le quali nel processo di definizione del progetto avevano infine assunto le fattezze, come ha fatto notare la curatrice in sede di conferenza stampa, di pelli di pesci, “come se la nave abbandonata alla navigazione senza fine fosse diventata un continuum con l’ecosistema marino”. Su alcuni di questi teli era possibile distinguere proprio delle sagome di creature del mare tracciate a matita. L’ambiente era strutturato in modo tale da annullare ogni confine tra performer e pubblico, tra realtà e finzione scenica, inducendo così a percepire l’opera in senso quasi tattile e corporeo. A rimarcare la distanza dalla tradizionale dicotomia palcoscenico-platea, i performer si palesavano da due accessi opposti del “ponte della nave” e compivano azioni in più zone differenti, spingendo gli spettatori a muoversi per guadagnare provvisoriamente un miglior punto di vista di quanto accadeva. L’esperienza era resa ancor più immersiva dai giochi di luce e dalle musiche di Vito Gatto, che riverberavano scandendo gli “atti” della narrazione.

In base a quanto riportato sul libretto, l’equipaggio era composto da Coro, Angeli e Baccanti, diverse classi di individui che mettevano in atto sequenze di azioni simultanee dalla forte carica evocativa e poetica, fin dalle prime battute: un canto a cappella si condensava nella penombra silenziosa suscitando un’atmosfera sognante, preambolo all’arrivo di due baccanti su tricicli che ne trainavano un’altra su pattini a rotelle, anch’essa intenta a cantare. Le successive sequenze di danza vedevano poi l’intervento degli angeli, che appoggiavano sugli arti delle ballerine delle “sculture” di argilla dalla forma allungata, già impiegate dall’artista in altre installazioni e descritte dalla curatrice come “forme organiche semplici, utilizzate per dare l’idea di un corpo che si scompone in parti”; un essere frammentato che si disperde come ornamento sui corpi dei passeggeri della nave, a rappresentare il seme della follia instillato nelle loro menti (e i performer stessi nelle fasi di concepimento delle coreografie erano, a detta dell’artista, “sculture” da plasmare, in grado però di contribuire attivamente al processo creativo con le proprie proposte).

Benni Bosetto. Stultifera – Opera performativa Pinacoteca Nazionale di Bologna, Bologna 2022 – Foto Valentina Cafarotti e Federico Landi

In uno dei quadri messi in scena, un angelo costretto a condurre con sé una croce di Sant’Andrea veniva braccato dalle baccanti in una vera e propria battuta di caccia; una volta catturato, veniva inscenato il sacrilego tableau vivant di una deposizione dalla croce, a cui seguiva il consumo della “carcassa”. Proprio tale processo di nutrimento animalesco innescava una progressiva metamorfosi: ogni individuo si liberava dalla crisalide della razionalità fino alla svestizione dai propri abiti, simboli di distinzioni e gerarchie, per riscoprirsi tutti uguali nelle sottovesti, residui di un passato primitivo e prerazionale. Il tutto conduceva al climax di una danza orgiastica, sconnessa e liberatoria, ben diversa dalle prime sequenze calibrate e composte: citazione esplicita alla performance Meat Joy (1964) di Carolee Schneeman nella musica, nei gesti e nell’impiego di vernice e carta velina come decorazioni tribali. Le azioni irriverenti e conturbanti si facevano “espedienti destabilizzanti in grado di immettere processi di risignificazione (è il punto di vista del folle che ribalta la visione), portando così il pubblico a riflettere sull’arbitrarietà dei codici linguistici” (dal testo di Caterina Molteni sul libretto). Infine, l’equipaggio si ritirava dietro le quinte e riappariva dalla parte opposta della “nave” trasformato in un grande pesce, un corpo collettivo che attraversava lentamente tutto il ponte, a sancire il completamento del processo di trasmutazione in un essere fluido e post-umano, in cui le convenzioni e i costrutti sociali si erano sublimati in un sistema di organi regolati da un metabolismo istintivo.

I diversi quadri erano inframmezzati dall’intervento di una voce fuori campo, denominata “La Pausa”, “un personaggio così antico da aver perso il peso del corpo”, le cui parole “raccontano di altri esseri ed ecosistemi: fiori, lumache, farfalle, acqua marina”. I suoi enunciati, così come i testi poetici del coro, erano composti da Allison Grimaldi Donahue ed erano ricchi di citazioni da Carmelo Bene, Piera Oppezzo, Gottfried Benn, Eleni Stecopoulis, Ann Cotton. In generale tutta l’opera era un sontuoso pastiche di riferimenti letterari, teatrali, cinematografici, musicali, artistici (altra fonte di ispirazione era ad esempio la scena iniziale del film Werkmeister Harmonies di Béla Taar, in cui gli avventori di un bar diventano materiale scultoreo per un coreografo improvvisato che simula con i loro corpi un’eclisse di sole e il conseguente ristabilimento dell’armonia del cosmo). La proliferazione di echi e reminiscenze, l’intreccio sinestetico di linguaggi differenti, la sfumatura dei confini tra i corpi e le identità, l’abbattimento della barriera ontologica fra attore e spettatore, tutto contribuiva all’immersione nelle acque di un mare di stimolazione sensoriale, solcato da una nave di folli.

Benni Bosetto. Stultifera – Opera performativa Pinacoteca Nazionale di Bologna, Bologna 2022 – Foto Valentina Cafarotti e Federico Landi
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