Un dancing per ballare, 2019, veduta della mostra, courtesy studioconcreto

Intervista di Antongiulio Vergine —

In occasione della mostra Un dancing per ballare, incentrata sulle diverse ricerche che indagano il rapporto uomo-ambiente, abbiamo incontrato Luca Coclite e Laura Perrone, fondatori di studioconcreto, spazio d’arte contemporanea nato a Lecce nel 2018. A quasi un anno dall’apertura, ci raccontano l’esperienza legata a questo progetto.

Antongiulio Vergine: Come e quando è nato studioconcreto? 

Luca Coclite e Laura Perrone: Siamo sempre stati affascinati dalle modalità con cui i ragazzi scelgono gli angoli della città per condividere momenti della loro giornata. Il luogo in cui si situa studioconcreto, nonostante disti qualche centinaio di metri dal centro della città, rimane un sobborgo defilato rispetto le attività culturali, ricreative o ristorative. Malgrado l’apparente inerzia della zona, le architetture raccolte di questo quartiere, permettono a numerose comitive giovanili un motivo d’incontro per raccontarsi le proprie vite sfuggendo ad occhi indiscreti. Ci piace pensare a questo atteggiamento come un suggerimento metaforico che ci ha spinto ad avviare l’esperienza proprio qui. Ed è così che nell’ottobre del 2018 all’interno di un agglomerato di case popolari “INA-Casa” – le case della ricostruzione – abbiamo deciso di aprire studioconcreto.
Dopo un’esperienza decennale dedicata alla produzione artistica in dialogo con lo spazio pubblico, abbiamo sentito la necessità di confrontarci con un luogo di ricerca ibrido, tra pubblico e privato, totalmente indipendente, provando a mettere in discussione i linguaggi, le pratiche e le politiche che si inseriscono nel linguaggio istituzionale e che s’insinua nella progettazione culturale. 
Abbiamo così sentito il bisogno di trovare una nuova dimensione attraverso l’esplorazione di metodologie quanto più aperte possibili. studioconcreto è il luogo in cui si proiettano i desideri frutto delle nostre ricerche che per la maggior parte delle volte si tramutano in “coreografie” trasversali fatte di incontri, mostre dinamiche, laboratori, live performance a cui chiediamo di entrare in relazione con i temi, con le architetture o con il paesaggio che temporaneamente attraversiamo.

A. V.: Qual è la mission che vi siete imposti aprendo lo spazio?

L. C. e L. P.: studioconcreto è prima di tutto un luogo di confronto tra le nostre ricerche e lo scenario sociale sul quale ci affacciamo. Ci poniamo delle domande, cerchiamo di semplificare alcuni concetti contingenti alla realtà in cui ci troviamo e successivamente tentiamo di offrire una lettura di questi temi attraverso una vera e propria fase esplorativa. Lo facciamo con l’ausilio di documenti, opere d’arte, materiali audiovisivi e aprendo il nostro spazio privato al pubblico o proiettandoci sullo spazio urbano. 
Uno degli obiettivi che con studioconcreto ci auspichiamo di raggiungere consiste nel superamento della mostra non più intesa come dispositivo disciplinare tradizionale, bensì come un percorso complesso che vede coinvolti anche altri spazi e discipline; uno strumento capace di generare collegamenti di senso attorno ad un tema urgente, come potrebbe essere la precarietà del lavoro contemporaneo, le nuove forme di controllo del corpo individuale e sociale o ancora la riflessione sugli aspetti socio-antropologici che definiscono l’architettura. Crediamo che sia sempre più indispensabile – e socialmente necessario – innescare dei processi di attivazione del pensiero, creando un dialogo tra opere, artisti, archivi, ricercatori e pubblico, capace di sviscerare le possibili declinazioni del discorso tenuto vivo grazie ad una serie di appuntamenti e restituito infine attraverso una pubblicazione che ne raccoglie i contributi più significativi.

Casa a Mare, Dwelling Art, 2016, frame da video
Un dancing per ballare, 2019, veduta della mostra, courtesy studioconcreto

A. V.: studioconcreto nasce all’interno di un agglomerato di case popolari. Il contesto urbano ha inciso sulla natura dello spazio espositivo? 

L. C. e L. P.: Col tempo la città ha allargato i propri confini finendo per inglobare questa zona residenziale al centro cittadino. Ciò nonostante quasi tutta l’area conserva gli aspetti estetici legati agli ambienti di periferia. Questa contraddizione ci affascina non poco, e supporta la nostra visione utopica di annullamento e di sovrapposizione dei connotati spaziali, sociali e filosofici legati alla dicotomia centro/periferia, ma soprattutto apre uno spiraglio di riflessione sul ridondante e controverso tema delle zone decentrate, mai come ora materia di discussione e di attenzione nel discorso istituzionale. I caratteri dialogici tra spazio e quartiere sono da ricercare anche nelle motivazioni che hanno determinato la scelta della mostra Index di Antonio Della Guardia (Salerno, 1990). La sua ricerca si interroga in particolar modo sulla trasformazione del lavoro contemporaneo che influisce sulla dissoluzione dell’immaginario del mondo operaio di cui queste architetture ne fanno pienamente parte. Nonostante i caratteri popolari del quartiere siano minati a causa di un cambio funzionale delle abitazioni, queste urgenze rivestono un ruolo importante nella conformazione del vicinato e delle persone che lo abitano.

A. V.: Dopo Index, personale di Antonio della Guardia, Un dancing per ballare è la seconda mostra da voi organizzata. Com’è nato questo progetto?

L. C. e L. P.: La selezione di opere e documenti presenti all’interno della mostra Un dancing per ballare – inaugurata il 18 maggio 2019 e aperta fino al 7 settembre 2019 – indagano il quotidiano come spazio politico. I materiali presentati incarnano la relazione primaria tra corpo, movimento, suono, spazio architettonico e naturale, manifestando la centralità dell’approccio interdisciplinare nel processo di creazione, spesso basato su un modello laboratoriale di condivisione e prossimità, come elemento chiave per la produzione di conoscenza.
Alla luce della diffusione di queste pratiche, che accompagnano lo scenario quotidiano e che in alcuni casi mutano il tessuto culturale del luogo in cui viviamo, ci è sembrato doveroso interrogarci dal punto di vista storico su quelli che sono gli esempi, in Salento e non solo, che si trovano all’origine di questi modelli di linguaggio. Un esempio su tutti è l’antica casa colonica di Spigolizzi (Salve, Le), dimora dello scultore belga Normann Mommens e della scrittrice inglese Patience Grey, che sul finire degli anni ’60, dopo un lungo girovagare, si trasferirono definitivamente in questo luogo e, inseriti perfettamente nel contesto rurale, si interrogarono per tutta la vita sugli aspetti antropologici e umani del vivere il quotidiano, in stretto dialogo con la natura e con la produzione artistica. È qui che Alvin Curran (Providence, 1938) compose Under the fig tree, il celebre brano del 1972, che mette in rilievo l’ambiente sonoro di un abitare autentico in quanto strettamente legato ai ritmi della natura e quindi legato ad una ricerca che affonda le sue radici nell’ancestrale e nel primitivo. L’archivio Spigolizzi è stato inoltre fonte di documenti sorprendenti come i preziosi manoscritti di Hendricus Theodorus Wijdeveld (L’Aia, 1885 – Nimega, 1987), visionario dell’architettura olandese, in cui manifesta il tentativo utopico di riproporre nelle campagne salentine il progetto irrealizzato de l’Académie Européenne Méditerranée, disegnata sul modello del Bauhaus di Dessau nei primi anni ‘30 con Erich Mendelsohn e Amédée Ozenfant, caratterizzata quindi da spazi dedicati alla vita comunitaria e da un programma di insegnamento multidisciplinare che comprendeva tutte le forme d’arte tra cui musica, video e danza. 
Un altro passaggio determinante è stato quello di mettere in relazione i temi relativi all’abitare poetico a diverse latitudini e in un arco temporale specifico, il ventennio che va dagli anni ‘50 agli anni ’70. 
Nel 2017, grazie ad una collaborazione con Experimental Intermedia Foundation, fondata a New York nel 1968 da Elaine Summers (Perth, Australia, 1925 – New York, 2014), abbiamo avuto la possibilità di approfondire la ricerca sulla pratica di questa incredibile coreografa, regista sperimentale e pioniera dell’arte intermediale. Elaine Summers è anche tra i membri fondatori del gruppo Judson Dance Theater, recentemente omaggiato da una grande mostra al MoMa. Con una critica sistemica alle gerarchie estetiche convenzionali, questo gruppo eterogeneo di danzatori, compositori, artisti visivi e sperimentatori delle arti intermediali, è stato capace di creare un terreno comune in cui sperimentare un’economia del movimento radicalmente nuova dimostrando una forte attenzione alla componente ambientale, sociale e di genere. Nello stesso periodo in California, la danzatrice e coreografa Anna Halprin (Winnetka, Illinois, 1920) insieme al marito architetto paesaggista Lawrence Halprin, ha incorporato le potenzialità della danza a quelle dell’architettura dando forma a degli “Esperimenti nell’ambiente” in cui il ricongiungimento del gesto artistico a quello della vita quotidiana è strettamente immerso nella relazione tra architettura e paesaggio naturale. 
Abbiamo potuto realizzare la mostra grazie a Artistic Estate of Elaine Summers, facilitato da Kinetic Awareness® Center, Inc. Un ringraziamento speciale va alla Jerome Robbins Dance Division at New York City Public Library for the Performing Arts, Archivio Anna Halprin, Archivio Rudy Perez e Archivio Spigolizzi.

Alvin Curran, Home Made, 1965, courtesy Archivio Spigolizzi
Jimmie Durham, The Man who had a Beautiful house, 1994

A. V.: Contestualmente alla mostra avete organizzato un “public program” che coinvolge anche altre sedi, come Fondazione Lac o Le Mon e Spigolizzi. Raccontateci brevemente queste esperienze. 

L. C. e L. P.: Nella nostra pratica esplorativa, ciò che ci interessa è far emergere la stratificazione di una ricerca che, se da un lato si fonda su fonti bibliografiche, dall’altro si costruisce su un vissuto di incontri, dialoghi, luoghi o sperimentazioni in cui si innesca il meccanismo dell’intuito o la fortuna dell’inatteso. Per ogni progetto cerchiamo di portare all’interno dell’impianto espositivo questo principio. In primo luogo ci rifacciamo alla matericità del tavolo bibliografico sul quale presentiamo i titoli chiave che possono spaziare dalla saggistica, al catalogo di mostre, al libro d’artista, materiali che restano disponibili alla consultazione per tutta la durata della mostra. Un secondo approccio è fondato sulla programmazione di una serie di appuntamenti pensati con l’obiettivo di approfondire particolari prospettive, pratiche o metodologie. Per il primo appuntamento del public program dal nome L’immagine dell’abitare abbiamo inserito all’interno della mostra due lavori video: The Man who had a Beautiful house di Jimmie Durham e Dwelling Art, video-intervista realizzata dal collettivo Casa a Mare a Johannes van der Donk fondatore e direttore di Studio Montespecchio. Questi due contributi filmici offrono importanti spunti tematici sul vivere lo spazio architettonico spogliato dalle sue connotazioni identitarie, l’abitare poetico nel primo e un racconto genealogico sul vernacolo nel secondo.
Per l’appuntamento successivo invece, abbiamo ospitato il laboratorio “Prima Materia” a cura della danzatrice Francesca Mariano con la supervisione della performer e musicista americana Anna Homler e il prezioso contributo intellettuale di Sergio Solombrino. Il workshop si è tenuto negli spazi della Fondazione Lac O Le Mon (San Cesario, LE) dove per dieci giorni abbiamo messo in pratica quelli che sono i temi cardine della mostra, servendoci della danza intesa come strumento primario che indaga lo spazio, al fine di avere una lettura condivisa del paesaggio e delle architetture abitate. Infine, il 7 settembre, ospiteremo Alvin Curran per un inedito Live in Spigolizzi. La performance si terrà al tramonto, ai piedi del grande “Folle”, il monolite scolpito da Norman Mommens che sovrasta le campagne di Salve.

A. V.: Il perno dei vostri progetti resta dunque il rapporto, spesso controverso, che lega l’uomo/il corpo all’ambiente/architettura circostante. Nonostante questa ricerca affondi le proprie radici nel passato, quanto è importante secondo voi mantenerla viva? 

L. C. e L. P.: Questa domanda sottolinea quella che è la nostra attenzione verso alcune dicotomie, tra cui passato e presente. Ciò che ci interessa è conferire una certa logicità tra i temi cardine che uniscono il passato al mondo contemporaneo per analizzare le criticità o evidenziare i caratteri più interessanti.
Ambiente, architettura o i corpi che vivono e si trasformano in questo contesto, rimarcano da sempre un’inclinazione verso ricerche tematiche non solo socio-antropologiche ma anche e soprattutto artistiche. Il territorio che viviamo e i temi ad esso contingenti, come la profonda trasformazione a cui va incontro, ri-abilitano una certa sensibilità nei confronti delle tematiche ambientali e di relazione col paesaggio. Quando quest’ultime sono messe in discussione, scaturendo dibattiti che si tramutano in scontro sociale – come sta accadendo nell’ultima decade – allora il ricorso al passato per costruire il futuro non rimane solo retorica ma può essere un ottimo approccio per interpretare e trasformare l’immaginario contemporaneo.  

A. V.: Forse è un po’ presto, ma avete già in mente il prossimo progetto per studioconcreto?

L. C. e L. P.: Il prossimo progetto è ancora in fase di elaborazione. Possiamo però elencare una serie di appuntamenti ai quali parteciperemo: la collaborazione con il progetto indipendente Post Disaster Rooftops a cura di PLSTCT (Gabriele Leo, Grazia Mappa), Gabriella Mastrangelo e Peppe Frisino, che il 14 settembre ci porterà sui tetti di Taranto con una lezione filosofica a cura di Sergio Solombrino e la presentazione dell’edizione in serie limitata, che abbiamo prodotto per Index di Antonio della Guardia, che si terrà nella galleria Tiziana di Caro a Napoli. Infine, una piccola sorpresa è in cantiere per il nostro primo compleanno.

Un dancing per ballare
Artisti: Elaine Summers, Anna Halprin, Hendricus Theodorus Wijdeveld e Alvin Curran

Fino al 07.09.19
studioconcreto

Prima Materia, laboratorio, Fondazione Lac O Le Mon, 2019