Simone Berti
Samuele Menin
Alessandro Roma
Sergio Breviario
***
Entrando, mi hanno invitato a sputare e io, ovviamente, l’ho fatto. Sono davanti all’ opera ‘sputacchiera’ di Sergio Breviario.
Scultura Lingua si presenta come un sfida, le cui premesse partono da quello che nel tempo è diventato uno slogan: che l’artista ritorni a ‘sporcarsi le mani’. E non solo, ma anche che quello che fa, ‘ci arrivi allo stomaco’.
Curioso che il progetto muova da due clichè dell’arte: sporcarsi le mani e arrivare allo stomaco. Entrambi percepiti come ‘plus’ nel fare arte. Non condivido tanto, nè l’una nè l’altra cosa, ma nulla toglie che in mostra c’erano dei lavori che mi sono piaciuti. Simpatico anche il titolo Scultura Lingua e l’associazione (alquanto misteriosa, visto che non c’è una vera e propria spiegazione) tra arte e culinaria.
“La mano rispetto alla mente, la tattilità rispetto alla vista, la materia rispetto alla teoria”. Le opere dunque, dovrebbero avere una consistenza palpabile, visibile, tangibile.
4 gli artisti alla Marsèlleria: Simone Berti, Sergio Breviario, Samuele Menin e Alessandro Roma, orchestrati dalla curatrice Barbara Meneghel. Partiamo dal piccolo catalogo, che oltre al testo della Meneghel presenta le ricette per fare una bistecca tartara, un timballo, un arrosto di maiale a corona, una faraona alla creta, un buon bollito misto, un budino, un fritto ecc.
Si citano nel testo Arturo Martini, Henri Focillon, Rodin, Michelangelo e Bernini, e soprattutto Brancusi che, invitato a fare da assistente a Rodin ha detto: “Niente cresce bene all’ombra di un grande albero”… per ribadire che seguire gli andazzi non paga. Pagava invece, l’amicizia che lega gli artisti tra loro, il confronto e i ragione. Forse.
Mi sono piaciute molto quelle di Simone Berti: dei grandi bassorilievi che l’artista installa sul soffitto, sostenuti da alte impalcature. Il tutto ricoperto da velluto, polvere di marmo o alluminio. Magmatiche e misteriose le sculture vaso/fontana di Alessandro Roma. Funziona di più quella in cui cresce l’erbetta, ma non mi dispiace anche quella più grande dove, se guardata con attenzione, ricorda i muschi e le rocce che si trovano lunghi i fiumi. Queste sculture sembrano crescere spontaneamente. L’effetto è molto accattivanete.
Forme organiche e strane geometrie nel caso delle sculture di Samuele Menin: tra tutte, quello che a mio avviso funziona di più è quella formata da un’intricata struttura di ferro nero con sopra dei peduncoli aerei. Vige, se non sbaglio, il fatto male, ma con sentimento in quasi tutte le opere in mostra. Come dire: non solo mi sporco le mani, ma faccio anche sì che questa cosa si veda. Non rifinire, lasciare l’errore, lo sbaglio, la sbrodolatura, la macchia, la muffa, la piega…
Non è un caso che le chiaccherata degli artisti siano avvenute, dunque, proprio davanti al grande maestro del non-finito, il caro Michelangelo.
La mostra mi è piaciuta e sono contenta che uno spazio ‘altro’ sia diventato contenitore per questo stretto dialogo (e bevute, scrivono) tra gli artisti.