Stefano Serusi. A boy’s closet, 2020. Exhibition view at Rehearsal, Milan. Ph. Maurangelo Quagliarella

Testo di Marta Orsola Sironi —

How much of what you now love will you bring with you into adulthood?

Mobili laccati in azzurro, cuscini a forma di luna, un uccellino automatico azionato a batteria, il guardaroba perfetto, le ore trascorse a fantasticare. Risponde così Stefano Serusi alla sua stessa domanda, allestendo “A boy’s Closet”, mostra curata da Rehearsal in collaborazione con Contemporary Attitude. Con pochi interventi l’artista descrive la stanza ideale di un ragazzo, trasformando lo spazio espositivo in un enorme letto bianco, dove tempo e luogo sono sospesi, rarefatti in un’ambientazione onirica. Coesistono riferimenti diversi e apparentemente inconciliabili, perché ascrivibili a diverse fasi dell’infanzia e dell’adolescenza, che danno forma a un’immagine archetipica più che a un luogo reale, a una summa di ricordi e sentimenti, dove chiunque vi si trovi a passare possa riconoscere un periodo preciso del proprio percorso di crescita. L’ambiente risulta profondamente modificato dal racconto site-specific che accoglie: ricorrono elementi simbolici tipici del romanzo di formazione e del cinema da esso derivato, come la luna, citazione appassionata da “Heinrich von Ofterdingen” di Novalis, trasmutati in un’estetica unitaria a dimensione spaziale, che rilegge la transizione del bambino verso l’età adulta attraverso il filtro del sogno e della memoria. 

Stefano Serusi lavora sul potere della narrazione di dischiudere immaginari e stati d’animo. Le opere in mostra sono frammenti minimi, suggestioni lasciate libere in uno spazio dilatato, dove il vuoto si carica di una profonda evocatività che il visitatore è portato a colmare, immaginando situazioni, pose e sentimenti. L’artista si interroga così sul nostro modo di stare al mondo e di interagire con esso, di posizionarci in esso e affermare noi stessi. Il tema dell’identità, centrale in tutta la sua ricerca, indaga le modalità in cui si sviluppano e si rendono manifesti i nostri cambiamenti interiori. I colori sono adottati come se ognuno di essi, in questo caso l’azzurro laccato e le tinte pastello delle lune e del guardaroba, rappresentasse un percorso di individualizzazione, mentre gli abiti sono intesi come il manifestarsi dell’interiorità. Lo studio dell’indumento come strumento di soggettivazione dell’individuo ricorre spesso nella pratica di Stefano Serusi, ma in questo particolare caso ciò avviene doppiamente, proprio per il ruolo della moda nell’adolescenza quale segno di distinzione o appartenenza.

Stefano Serusi. A boy’s closet, 2020. Detail. Ph. Maurangelo Quagliarella

Per il progetto di Rehearsal è stata molto importante la collaborazione con il fashion designer Manuel Casati, con il quale durante il primo lockdown, quando ancora la mostra era solo un’ipotesi in fase embrionale, si è instaurata una reciproca condivisione di moodboard e sugestioni. Il risultato fa parte oggi di “A boy’s closet”: elementi della tradizione cinquecentesca, come le gorgiere e una tavolozza desunta da quella della scuola del Pontormo (al tempo criticata per l’uso spregiudicato e non verosimile dei colori), sono rielaborati in chiave punk per ricreare il guardaroba che un adolescente di oggi (e non solo!) vorrebbe avere. 

Una simile sinergia non è nuova per Serusi, che invita spesso professionisti di discipline creative differenti a interagire con le sue ambientazioni. Di fondamentale importanza è per lui il rapporto con l’altro, che è chiamato in prima persona a impadronirsi della mostra e a partecipare all’operazione di costruzione del senso. Lo spazio vuoto è uno spazio aperto a interventi, a interpretazioni ulteriori spesso molto diverse da quella di partenza. Secondo l’artista ogni persona, duchampianamente parlando, aggiunge qualcosa e completa con la propria sensibilità l’input iniziale. Il lavoro sulla narrazione trova così rinforzo nella condivisione: l’apertura a terzi è per l’autore una possibilità di verifica della plausibilità del racconto. Così come la scrittura densa di ammiccamenti e richiami di Elsa Morante è riuscita a convincere il pubblico dell’esistenza di Arturo, la figura dell’adolescente di Rehearsal è stata plasmata dal dialogo con il team curatoriale, con Manuel Casati che lo ha vestito, con Samuel Cimma, giovanissimo fotografo che lo ha ritratto, dandogli un volto. Infine, Contemporary Attitude, che studia i rapporti tra costume e arte, gli ha restituito un corpo e una voce, producendo il film della videomaker Alessandra Gagliotti e il poem scritto da Luigi Bandiera. Ciascuno di loro ha preso possesso della cameretta di Stefano Serusi, abitandola e ricostruendola di volta in volta secondo la propria sensibilità. L’idea è che più persone testimoniano a favore di un racconto, più questo riesce a convincere gli altri. Se Pierino è solo a gridare “Al lupo al lupo!”  nessuno gli crede, ma se a gridarlo sono molti di più allora forse riusciranno a farsi ascoltare. 

La lampada con il cielo stellato; i miei peluche preferiti; la pista delle macchinine; i disegni di mia madre e le favole di papà. Provo anche io a rispondere alla domanda di Stefano Serusi. Se passate da Rehearsal provateci anche voi. 

Stefano Serusi. A boy’s closet, 2020. Exhibition view at Rehearsal, Milan. Ph. Maurangelo Quagliarella
Stefano Serusi. A boy’s closet, 2020. Exhibition view at Rehearsal, Milan. Ph. Maurangelo Quagliarella
Stefano Serusi. A boy’s closet, 2020. Exhibition view at Rehearsal, Milan. Ph. Maurangelo Quagliarella