Stefano Canto, Column – Installation view – L’Ascensore, Palermo 2019

Testo di Marta Acciaro —

L’ascensore è un ambiente che possiamo certamente definire un white cube ‘originale’: una sala ed un piccolo anfratto.
Lo spazio è bianco, l’illuminazione è un filo di neon (non sempre adatto ai vetri riflettenti delle cornici appese ai muri). Questo spazio, davvero interessante nel panorama palermitano, ci fa capire come non ci sia bisogno di grandi open space per esporre opere qualitativamente pronte per ogni tipo di fruitore.
Per un pubblico “non addetto ai lavori” l’esposizione di Stefano Canto – curata da Salvatore Davì e visitabile fino al 24 Novembre -, appare quanto mai affascinante. Le opere sono belle, piene, in sé compiute anche senza la lettura del pensiero dell’opera (che forse ne snatura addirittura la naturale propensione della curiosità individuale).
La prima sala ospita sei dei sette lavori, disposti geometricamente (sia sul pavimento sia sulla parete) in modo da creare un senso di rilassamento nei confronti di questi corpi estranei. I due lavori principali sono istallati sui mattoni bianchi che calpestiamo entrando e sono posizionati ai due vertici opposti della sala principale. La prima opera differisce dalla seconda esclusivamente per la mancanza delle lastre di vetro, ma ambedue sono strutture verticali alle quali è stato posizionato centralmente un monolite di ghiaccio.

Leggiamo, dal testo di presentazione della mostra, come “attraverso la metafora del ghiaccio, mettendo in evidenza la progressiva de-strutturazione della forma, l’artista allude all’attuale processo di svuotamento, svilimento e frammentazione dell’immagine prodotta dalla cultura mediatica. Il cilindro di ghiaccio, sciogliendosi, percorre velocemente la strada verso l’oblio, come tutte le immagini contemporanee. Tuttavia, la materia, solida e concreta, nel passaggio di stato, lascia un’impronta di sé nella polvere di cemento entro cui si scioglie. Così, il processo di litificazione dell’impronta di ghiaccio […] mostra come la potenza dei significati lascia comunque una traccia di sé nell’odierna cultura visiva e nell’immaginario profondo della collettività […]”.

Stefano Canto, Column – dettagli – L’Ascensore, Palermo 2019

“Forse gli “addetti ai lavori” penseranno a Tenda di Zorio; d’altro canto avrei trovato più interessante un’ipotetica prosecuzione concettuale del lavoro di Canto con la tradizione italiana della concezione del tempo nell’opera.  L’elemento temporale di una materia che cambia, di un corpo che cambia, di un’opera che cambia credo sia reale protagonista della mostra, in una continua scoperta delle possibilità intrinseche sia nella materia sia nell’immaginario che ne scaturisce.”

A rimanere ugualmente solidi e concreti sono anche le tracce lasciate sulle pellicole appese ai muri, incorniciate di bianco, protette da un vetro, in cui la forma circolare, fa da archetipo visuale. Una tecnica mista? Una tecnica fotografica? Non ci è dato saperlo, esattamente come i titoli delle opere. Sappiamo solo che l’effetto è sorprendentemente bello. Le tonalità dei grigi sono l’unica griglia cromatica fornita al pubblico nella fruizione delle opere della prima sala. Nel piccolo anfratto troviamo invece un’ulteriore opera in cui si accenna ad un rosato (la pulsione vitale?).

L’esposizione è chiamata Column e fa riferimento ad un concetto legato alla struttura della colonna, oggi per lo più scomparsa, a detta dell’artista. Nella comprensione di questa interessante mostra, ci sono molti aspetti lasciati nell’ombra; i significati restano accennati, forse illusori, ma è proprio in questa ambiguità che scoviamo la potenzialità della ricerca dell’artista. 

Stefano Canto, Column – Installation view – L’Ascensore, Palermo 2019
Stefano Canto, Column – Installation view – L’Ascensore, Palermo 2019