Intervista di Francesca De Zotti e Tommaso Pagani —

To strip (the once), 2020


Molti dei tuoi lavori testimoniano un’esigenza quasi ossessiva di mettere a nudo il legame ancestrale tra uomo e ambiente. Attraverso un vero e proprio atto di dissezione dell’immagine digitale, cerchi di arrivare allo strato zero della materia. Quanto è importante il ruolo della fotografia in questo processo?

Direi fondamentale, la fotografia è il mezzo che mi permette di arrivare a questa sintesi. Viviamo costantemente fagocitati dalle immagini, in qualsiasi forma, sia virtuali che stampate. L’accesso costante a questo sistema ci ha permesso di accorciare le distanze fisiche del mondo, tramite la visione di una fotografia posso sentirmi vicino a qualsiasi posto; in questo senso la fotografia non è una “rappresentazione’’ di qualcosa bensì è la materia stessa, materia viva che prende forma tramite rifrazioni, intagli e texture sia digitali che manuali.

Abattoir (caro carnis), 2020

Spesso le tue opere sono dispositivi autonomi che mettono in scena se stessi, o nel momento in cui si incaricano di mostrare qualcosa, assumono piena coscienza dell’artificio del display. Quanto è importante per te mostrare che si sta mostrando?

Credo che la frase: “mostrare che si sta mostrando” sia traducibile con il concetto di auto-proclamazione degli oggetti. Sono interessato a questo loro status che riporto costantemente nelle mie installazioni.
Inoltre, penso che il termine artificio sia perfetto per descrivere una doppia valenza che assumono le mie opere; nello specifico il termine stesso ha diversi significati in vari ambiti ma tutti riassunti nell’azione umana di porre/risolvere un problema, come l’espediente trovato per raggiungere un migliore effetto. I mei display sono il risultato di questo processo e i dispositivi che lo caratterizzano si autoproclamano come oggetti realizzati dall’uomo ma esistenti al di fuori di noi stessi.

Abattoir (caro carnis), 2020, dettaglio

Jean Baudrillard ne Il sistema degli oggetti sottolinea come il mondo degli oggetti sia passato da un sistema di simboli a uno di segni. L’oggetto-segno, svuotato e sottoposto a un lavoro collettivo di significazione, si riduce a termine differenziale. Che ruolo hanno gli oggetti nella tua ricerca e che legame instaurano con i diversi contesti con cui ti relazioni?  

Sono stato sempre affascinato dai densi significati dagli oggetti, sia perché sono prodotti dall’uomo sia perché ne assorbono le caratteristiche.
L’oggetto è stato ed è l’inizio della mia ricerca. Durante i mei studi accademici sono rimasto folgorato dal romanzo Il Museo dell’Innocenza di Orhan Pamuk dove ho potuto toccare con mano l’accumulazione/archiviazione/documentazione di oggetti proprio in base a questi densi segni che assumono. Ho successivamente capito che questo rapporto uomo-oggetto è sempre influenzato dall’ambiente da cui proviene, cambiando l’ambiente cambiano i “segni” assumendo di conseguenza diversi contesti: feticisti, ossessivi o memoriali.

HAMBURGER. Infilzare, stratificare, sottrarre, 2020, dettaglio

Nel mese di giugno presenterai da Kunstschau una rivisitazione di Chárōn, progetto esposto a Spazio SERRA nel 2018. Puoi anticiparci qualcosa?

Il progetto Chárōn nasce nel 2018 all’unisono con le menti di Francesca Mussi e Marta di Donna. Non siamo un collettivo ma tre artisti che lavorano insieme con lo stesso scopo. Quando è stato presentato a Spazio SERRA il corpus di opere prodotte proveniva da un avvenimento in una specifica area geografica, la Riserva Sasso Malascarpa di Como. Essendo un progetto site-specifc presenteremo Chárōn nello spazio Kunstschau di Lecce con una chiave di lettura diversa, tenendo conto della situazione ambientale che ha subito l’area geografica leccese a causa della xylella. Il nostro intento non sarà quello di fare attivismo, ma innescare nel fruitore una serie di domande che mettono in discussione un problema non al centro nel dibattito odierno, ma ancora controverso.

HAMBURGER. Infilzare, stratificare, sottrarre, 2020