Intervista di Francesca De Zotti e Tommaso Pagani —

Emma Rose Hodne e Carola Provenzano, Linea d’ombra, 2021 

Prima di partecipare al programma VIR Viafarini-in-residence le vostre ricerche si muovevano su percorsi separati, come poetessa (Emma) e come artista visiva (Carola). Come è avvenuto il vostro incontro e cosa vi ha spinto a voler prendere parte al programma di residenza con un progetto condiviso?

Ci siamo conosciute a ottobre per puro caso, inizialmente non parlavamo l’una la lingua dell’altra, ma questo non è mai stato un problema. La difficoltà che potevamo riscontrare nel non poterci raccontare rispettivamente ciò che avremmo voluto ci ha fatto invece sentire stranamente sollevate. Non c’era spazio per convenevoli e frasi finte e fatte, e non dovevamo sforzarci troppo per mostrarci come non eravamo. Sentendoci a nostro agio nella totale assenza di comunicazione formale, abbiamo iniziato a scambiarci rispettivamente poesie e disegni. Da lì si era già aperta una via diversa di conoscenza: eravamo diventate intime senza esserci mai davvero conosciute. Sembra un paradosso, ma non lo è! Così abbiamo deciso di intraprendere insieme il percorso in residenza per continuare la nostra conoscenza e vedere che forma avrebbe preso. E l’opera forse più importante è proprio questo nostro incontro, costante e rinnovato.

Carola Provenzano, E questo cos’è?, 2019

I tuoi lavori si caratterizzano per una costante presenza segnica, a volte declinata in chiave più astratta e gestuale, come in E questo cos’è?, a volte articolata in frasi o semplici parole. In che modo questa duplice forma segnica si lega alle immagini e ai testi a cui graficamente si sovrappone?

Carola Provenzano: Il segno, che sia astratto o in forma di parola, racchiude sempre nei miei lavori la volontà di mostrare “l’essere in quanto tale”; questo accade attraverso una retrocessione del linguaggio, utilizzando lo scarabocchio come in E questo cos’è?, o anche tentando come nelle mie ricerche attuali di andare oltre il significato classico, utilizzando una frase scritta o delle parole in una lingua a me sconosciuta. Questo succede per esempio con il norvegese in Punti di vita, un tentativo di raggiungere quello spazio fuori testo in cui la lingua perde di senso e nel perdersi diventa altro. In E questo cos’è lo scarabocchio è una critica al modo in cui abbiamo deciso di interpretare la Storia. Uno scarabocchio, associato a immagini di giornali che rappresentano importanti avvenimenti storici, suggerisce il modo in cui forse  bisognerebbe osservare i fatti e avvenimenti da lontano, ovvero come un groviglio il cui senso rimane intrappolato all’interno e in cui tutte le interpretazioni sono possibili. In Punti di vita le parole in lingua norvegese diventano immagine insieme alle altre. Anche la parola diventa immagine e l’immagine, a suo volta, diventa testo. Un piccione che ci osserva, un bambino e un adulto, un uomo che prega, le radici di un albero che formano dei segni sull’asfalto sono tutte espressioni di mondi diversi che comunicano in linguaggi misteriosi e forse impossibili ma la cui connessione si perde nello scarto della differenza tra una lingua e una sua potenziale traduzione.

Carola Provenzano, Punti di vita, 2021

Partendo dalla poesia In your heart, a Viafarini Open Studio hai presentato due lavoricomposti sia dalla registrazione indoor e outdoor della tua voce, sia, rispettivamente, da una borsa e da un bauletto attraverso i quali il suono si propaga.
Questi oggetti di uso comune acquisiscono un valore affettivo nel racconto criptico di un’esperienza autenticamente vissuta. In che modo il linguaggio sonoro e quello visivo/tattile si integrano fino a diventare complementari? 

Emma Rose Hodne: Unendo suono, oggetti e poesia, è importante capire che è la loro stessa natura a creare l’ambiente. Possiedono tutti la loro posizione e il visitatore è parte attiva di questo processo. Trasferendo su di loro gli stati d’animo che vivo, riesco a incontrare la prospettiva degli oggetti stessi, insieme agli echi che ricreano attraverso la mia poesia. Amplificano sentimenti a cui non si presta attenzione. Mi piace pensare che siamo tutti ambienti in cerca di qualcosa da riflettere, dove gli oggetti ci incontrano ogni giorno e ci danno la possibilità di aprirci a punti di vista inaspettati. Le opere esposte durante l’Open Studio, il bauletto e la borsa, si intitolano #1 e #2. Il progetto è nato durante la mia residenza ed è tuttora in corso, mentre i titoli indicano la loro posizione nella serie.
Voglio che gli oggetti parlino da soli, evito di rinominarli e mi trattengo dal condizionarne la narrazione. Ho apprezzato la tensione e le relazioni che hanno creato insieme al pubblico durante l’Open Studio. Combinando questo con i livelli sonori che cambiavano nel corso della giornata, l’innocenza del loro aspetto ha dato vita all’ambiente di cui sto parlando, facendolo percepire come un’unica dimensione.

Emma Rose Hodne, #1, 2021

Nel progetto Linea d’ombra tre disegni realizzati da Carola e un testo poetico scritto da Emma si rincorrono provando a descriversi e a completarsi a vicenda. In questo modo si innesta un processo per cui il linguaggio verbo-visuale diviene il pretesto per attivare nello spettatore una “doppia interpretazione”. In che misura le vostre ricerche collidono e in quale modo il dialogo tra le vostre pratiche porta a un risultato inatteso?
Il progetto Linea d’ombra, essendo il risultato (voluto ovviamente) di un fraintendimento tra due persone, racchiude già in sé il fallimento nell’atto artistico. Essendo la poesia e il disegno dei media linguistici intimi che necessitano di per sé di un’interpretazione personale per connettersi con essi, utilizzarli come mezzi conoscitivi era un’idea stimolante. “Ciao come stai” diventava poi “Fugler som flyr på et vindu” e la risposta a sua volta poteva essere l’immagine di un ramo in fiore o di qualche colombo che si avvicinava a una mollica con sospetto. Linea d’ombra, attraverso tre disegni e una poesia che tenta di descriverli, ha infatti voluto raccontare questa piccola esperienza nella quale il limite si trasforma in un valore aggiunto. Non sapevamo esattamente cosa sarebbe diventata e alla fine, con una circolarità imprevista, ha preso la forma dello stesso interrogativo iniziale.

Emma Rose Hodne, Løvens pote, 2021