Intervista di Francesca De Zotti e Tommaso Pagani —

Gaia Coals, Ci vediamo giù in cortile, 2018

Nel 2018 hai presentato a viadellafucina16 il progetto ci vediamo giù in cortile, un intervento di restituzione, e dunque di riappropriazione, dello spazio comune del giardino, spingendo il concetto di casa oltre il suo limite fisico e privato. Che cosa significa per te abitare? 

L’abitare per me ha a che fare con un sentimento di appartenenza a un luogo, con la generazione di un legame di interdipendenza che porta necessariamente a prendersene cura. Nell’etimologia c’è già un richiamo all’abitudine, e quindi a una frequentazione prolungata nel tempo. Tutti i luoghi che definiamo casa generano in noi un atteggiamento di presa in carico e responsabilità, di protezione attiva e di rispetto; ci vediamo giù in cortile era appunto un tentativo di far nascere questo tipo di relazione tra la comunità degli abitanti e il cortile.

Gaia Coals, memorial for a block, 2020

Nei tuoi lavori lo spazio sembra configurarsi come un catalizzatore di processi e di relazioni. Non è mai un contesto neutro, anche quando, almeno in partenza, non c’è un legame diretto e personale con il luogo in cui ti trovi a operare. In che modo l’identità e la memoria collettiva del luogo incidono sul tuo sguardo?

Penso che il mio compito come artista sia raccogliere le suggestioni del mondo intorno a me e restituirle nel modo più delicato e onesto possibile. Vorrei che il mio lavoro, più che essere un dispositivo di attivazione, svelasse e amplificasse le relazioni che lo trasformano in luogo: uno spazio, infatti, non è mai solo la sua conformazione fisica, è anche e soprattutto le relazioni che in esso vivono e si sviluppano. Cerco sempre di entrare in punta di piedi, di ascoltare e di pormi quanto più possibile in una posizione di non-giudizio verso chi quel luogo lo abita e lo protegge. Mi interessa partire da ciò che accade e si manifesta nello spazio in cui sto lavorando, e analizzare i segni e le tracce come risultato di un processo storico, nel senso di genesi dell’identità attuale ancora in divenire. 

Gaia Coals, Exercise nr 4 – duet for heartbeat and traffic, 2020

In Acoustic Territories: Sound Culture and Everyday Life, Brandon Labelle definisce il suono come un flusso ambientale, distributivo e dislocante, che lascia indietro oggetti e corpi per raccoglierne altri nel suo movimento. Che ruolo ha il suono nella tua ricerca?

Dopo un percorso di autoformazione per perfezionare le mie capacità di lettura dello spazio, sto cercando una modalità di trasmettere quanto ho imparato in modo immediato, indagando il suono come dispositivo di lettura e misurazione. Mi interessa perché l’udito attiva una parte ancestrale di noi, collegata a un modo di relazionarsi allo spazio più istintuale e soprattutto fisico: un suono porta immediatamente delle informazioni sulla conformazione spaziale del luogo in cui si propaga. Istintivamente sappiamo quanto distante è la fonte, se siamo in uno spazio aperto o se questo è prevalentemente vuoto.
Più che sulla produzione di suoni site-specific, il mio focus mira a forzare un atteggiamento di ascolto, il quale presuppone una postura di apertura, come primo input alla scoperta dello spazio, e che spero possa far sbocciare una consapevolezza della relazione tra il corpo che percepisce e ciò in cui è immerso.

Gaia Coals, Pausa pranzo, 2021

Durante la residenza all’Archivio Viafarini hai presentato due progetti, pausa pranzo e S-partiti, che si relazionano in modo diverso con il contesto storico della Fabbrica del Vapore. Come dialogano con le persone che frequentano questo luogo oggi?

Il primo progetto, pausa pranzo, è dedicato ai lavoratori, coloro che frequentano la Fabbrica del Vapore quotidianamente. Ho confezionato una piccola caccia al tesoro ambientata negli spazi comuni che ha come “bigliettini” delle situazioni sonore che io per prima ho trovato in loco. Mi interessava indirizzare i frequentatori abituali fuori dai pattern usuali e spingerli a osservare un luogo ben conosciuto come inedito, sfruttando idealmente il momento della pausa pranzo. S-partiti, invece, è la mia narrazione della storia dell’ex-contesto industriale. In comune con pausa pranzo credo abbia la sfumatura ludica e leggera; la notazione musicale da me inventata è composta da rappresentazioni di elementi ferroviari semplici e forse naive, e può essere letta semplicemente rispondendo alla domanda “come fa il treno?”. Pur non conoscendo come funziona una partitura musicale, chiunque abbia mai frequentato una ferrovia può fruire delle mie composizioni con un piccolo sforzo immaginativo. Per i più pigri, comunque, ho registrato io stessa una delle composizioni ed è possibile ascoltarla mentre risuona e riempie il piazzale rievocandone la memoria storica.

Gaia Coals, S-partiti, 2021