Intervista di Francesca De Zotti e Tommaso Pagani —

Adelisa Selimbašić, 35 gradi e mezzo, 2020

I tuoi dipinti mostrano scene a tratti ambigue, avvolte in un’atmosfera onirica, nelle quali riferimenti storici e culturali si intrecciano a momenti di vita quotidiana. Come lavori per ottenere le tue opere?

All’interno dei miei lavori vi sono rappresentazioni femminili indefinite incluse in contesti ordinari, ma al contempo onirici. Questa relazione è data dai cromatismi appartenenti alla mia pittura: i colori sono ripresi da un’attenta osservazione della realtà e, una volta portati sul supporto pittorico, vengono estremizzati fino a ricreare corpi plastici che danno alla superficie una tattilità scultorea, allontanando la percezione del corpo femminile da una visione convenzionale. Cerco di mantenere il lavoro sempre aperto a nuove possibilità e intuizioni, senza vincolarmi a un’unica immagine, ma permettendo all’opera stessa di suggerire dei cambiamenti per poi accettarli e portarli all’interno della rappresentazione pittorica. Per questo tendo a non legarmi a una base progettuale.

Adelisa Selimbašić, Azione in automatico, 2021

Il processo di ricerca fotografica è fondamentale per la tua pratica pittorica. Che tipo di materiali selezioni e, in generale, che rapporto hai con le immagini?

La mia ricerca pittorica consegue a una lunga e metodica ricerca di immagini prese dal web o da foto scattate da me. Non ricerco la posa, bensì una narrazione legata alla corporeità e all’atteggiamento. La fotografia di partenza viene usata solo come impronta per l’immagine pittorica e, durante il processo creativo, verrà poi modificata ed elaborata. Non prendo come riferimento un’unica foto per un lavoro, anzi più elementi da immagini diverse e cerco di ricreare la situazione che ho in mente all’interno dell’opera.

Adelisa Selimbašić, Campionessa, 2021

Judith Butler ne Il libro del femminismo afferma l’importanza di resistere alla violenza imposta dalle norme del genere ideale, specialmente contro chi non si conforma nella sua presentazione. In che modo le istanze delle queer theories, o in generale della rappresentazione del genere, si traducono nella tua poetica?

La rappresentazione di genere all’interno dei miei lavori non ha lo scopo di fare una denuncia socio-politica, bensì di dare una consapevolezza più amplificata di quello che è il mondo femminile e la sessualità. Non mi definisco una femminista, piuttosto una ragazza che vuole, attraverso la pittura, abbattere tutta quella serie di atti e atteggiamenti ripetuti nel tempo che ci hanno portato a produrre l’illusione dell’identità di genere, fissa e determinata, e del corpo come un medium passivo marchiato dal genere. Attraverso un’ironia velata, cerco di dare una coscienza più aperta e meno giudicante.

Adelisa Selimbašić, Pensiero nostalgico, 2021

Durante il tuo periodo di residenza in Viafarini stai sperimentando formati più grandi rispetto a quelli che usavi in passato. In che modo la natura discorsiva della residenza sta influenzando il tuo lavoro?

Il mio approccio alla pittura è costante e metodico e avviene principalmente all’interno dello studio. Infatti, per me è fondamentale avere uno spazio personale dove sviluppare la mia ricerca, ma allo stesso tempo è ancora più importante avere un rapporto di intenso dialogo e condivisione con altri artisti. Ho trovato entrambi gli elementi in Viafarini e inevitabilmente il lavoro è esploso. Un passo successivo che voglio fare è quello di uscire dalla tela e affrontare la pittura murale. Anche questa futura intenzione è nata dai dialoghi con gli altri amici artisti incontrati in residenza. 

Adelisa Selimbašić, Le bagnanti, 2021

Per leggere le interviste Staging the Residency – Viafarini – VIR 2021