Resurrezione | Riflessioni sulla mostra Spore di Carlo Steiner

La serie presentata presso la galleria Gagliardi e Domke Contemporary a Torino - una selezione precisa della vasta produzione di questi dieci anni - è un dispiegarsi sottile, silenzioso e dimesso, che senza troppo clamore ci pone di fronte all’origine della creazione, a un’esperienza in cui lo sguardo assiste al compiersi del farsi visibile e poi nuovamente invisibile dell’immagine nel precipitato di colore in cui essa resta infine rinchiusa.
17 Marzo 2022
Carlo Steiner, Dima N° 9 bis,2021, spore fungine su vetro, cm 29,7×42

Testo di Elisa Del Prete —

Sono dieci anni che seguo lo sviluppo di questa ricerca cui Carlo Steiner ha dato il nome di Spore, così come Spore è diventato il titolo della serie di quadri che ne sono derivati, che lui distingue con un semplice numero, N° 101 o N° 103, o con l’indicazione esplicita di una dima, Dima N° 12, Dima N° 14, Dima N° 15, etc.

Scultore di formazione, Steiner ha realizzato finora opere nate dalla necessità di mettere in scena un evidente cortocircuito tra natura e artificio, tra sapere primordiale e sapere acquisito, tra istinto e cultura. Non senza una dose di ironia, sadismo e paradosso si è sempre divertito nel suo relazionarsi alla materia, portandone al limite le potenzialità, tecniche e simboliche, addomesticandola a suo piacimento per entrarne completamente in possesso. Steiner è uno di quegli artisti che amano il fare, che mettono a fuoco un’idea per poi passare ore in studio a testare magistralmente la fattibilità tecnica, le possibilità inesplorate di un materiale, la sua variazione d’uso, ad avvitare una tonnellata di dadi e bulloni per restituire l’armonia della composizione di un fiocco di neve (Neve ai lati, 2004/2021), o a impilare risme di quotidiani per aggredirli con una motosega (Kebab, 2010/2015).
Poi la sfida più estrema, che lo porta ad arrischiarsi a esplorare il mistero di una materia invisibile, cellulare, fino a spingersi a investigare laddove prende forma il visibile nel suo luogo di origine.

La serie presentata presso la galleria Gagliardi e Domke Contemporary a Torino (in mostra fino al 19 maggio, a cura di Lorena Tadorni), una selezione precisa della vasta produzione di questi dieci anni, è un dispiegarsi sottile, silenzioso e dimesso, che senza troppo clamore ci pone di fronte all’origine della creazione, a un’esperienza in cui lo sguardo assiste al compiersi del farsi visibile e poi nuovamente invisibile dell’immagine nel precipitato di colore in cui essa resta infine rinchiusa.

Scorrendo i trenta quadri sulla parete, posti uno accanto all’altro senza alcun imbarazzo, come raramente capita di vedere esposta una serie di quadri, Spore articola le pagine di un discorso da cui affiorano reperti di archeologia visiva e visuale, dalle forme geometriche di una pittura astratta come di un design pop di origine costruttivista, alle campiture di maggior sostanza che evocano le grandi tele di Rothko ma anche l’addensarsi di un’immagine latente su di una pellicola di cinema sperimentale, fino a densità cromatiche di impasto marmoreo.

Carlo Steiner, Spore – Foto Alessandra Cirillo
Carlo Steiner, Dima N° 12, 2021, spore fungine su vetro, cm 29,7×42

Ma non so quanto si tratti di riferimenti cui l’artista guarda, piuttosto tutti insieme performano una messa in scena dell’immagine nel suo farsi tale, dando vita a un’epifania del visibile che, a pensarci bene, altro non è che ciò da cui la cultura visiva ha avuto origine, ovvero la necessità di rendere visibile ciò che non lo è. E se la magia della natura ancora una volta ci stupisce, nel loro compiersi ed enumerarsi Spore attiva un processo che non è troppo distante neanche da quel che accade con la materia digitale. Spore potrebbero essere immagini digitali la cui matrice dà vita all’opera solo nel momento in cui viene catturata, in un certo senso proiettata, e fatta convogliare in un flusso. 

Poco importa questa volta quale tecnica sia stata sperimentata per piegare la materia; che dietro alle tonalità di ogni pigmento ci sia prima di tutto l’attesa, la scoperta e la sorpresa di un incontro nel bosco, quindi un documentato e sperimentato sapere rispetto al colore che ogni specie fungina rilascia. Poco importa che forma hanno i marchingegni tramite cui la polvere vitale si deposita sul vetro solo a una certa temperatura e per un tempo limitato, o che un soave sospiro rende precaria ogni resa e il processo del raccolto (e dunque della trasformazione) guidi all’origine questa pittura agita. 

Cos’è Spore d’altra parte è dichiarato fin da subito senza riserbo né mistero. Eppure è l’incredulità che questa volta guida lo sguardo alla ricerca della tecnica e ci fa stare lì davanti, testimoni di quello che potremmo forse religiosamente nominare un miracolo di resurrezione che si consuma in quel pulviscolo cellulare dove, ancora prima che il fungo sia raccolto, è racchiusa l’immagine invisibile che sta per ri-nascere.

Carlo Steiner, N° 118, 2021, spore fungine su vetro, cm 29,7×42
Carlo Steiner, Spore – Foto Alessandra Cirillo
Carlo Steiner, N° 101, 2021, spore fungine su vetro, cm 29,7×42
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