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Inaugura giovedì 11, presso la Otto Zoo di via Vigevano, 8 a Milano, la prima personale italiana di Sandro Kopp, giovane pittore tedesco di origine ma cittadino globale.

L’ho virtualmente incontrato per una lunga chiacchierata sul suo lavoro, sui luoghi dove vive e ha vissuto, e sulla contemporaneità global che ci fa intrecciare relazioni tra social network e Skype, un nuovo non luogo per la creazione di ritratti come nella serie You Are There che potremo vedere a Milano.

Federica Tattoli: Sei tedesco ma cresciuto in Nuova Zelanda e vivi in Scozia, che tipo di influenza questi luoghi hanno per te il tuo lavoro?

Sandro Kopp: Sono principalmente cresciuto in Germania, ma ho due passaporti, perché mia madre è  neozelandese e in casa quando ero piccolo si parlava solo inglese. Mi sono trasferito in Nuova Zelanda quando avevo vent’anni e ho vissuto lì per circa cinque  anni. Per quanto io ami entrambi i posti, non ho mai sentito di appartenere interamente al luogo in cui vivevo. Lo stesso vale ora che vivo nelle Highlands scozzesi.

Le persone tendono a definire gli artisti geograficamente. Spesso si sente dire “E’ un artista spagnolo”, “E’ una giovane artista di New York”, prima di accennare al lavoro che queste persone stanno facendo. Per me, questo è sempre stato un po’ difficile, perché ogni volta che qualcuno mi chiede da dove vengo dovrò spiegare che sono un tedesco neozelandese che vive e dipinge in Scozia, ma viaggia di continuo e spende un sacco di tempo a New York e Parigi … è complicai e vuol dire che non rientro in nessuno dei soliti compartimenti. Mi sento come se la casella più adatta a me sia vagamente priva di denominazione geografica, che si definisca socialmente piuttosto. Le mie relazioni e amicizie mi influenzano molto più di qualsiasi identità nazionale. Quest’essere “apolide” è una delle cose che sto indagando con il mio lavoro su Skype, in particolare con la serie “You Are There”.

FT: Quindi, se dovessi definire te stesso a qualcuno che non conosce né te né il tuo lavoro, che tipo di definizione utilizzeresti?

SK: Questo è la più semplice che posso utilizzare: sono metà tedesco, metà neozelandese che vive in Scozia. Meno di questo sarebbe inesatto.

FT: Quando hai iniziato a dipingere e in che modo la tua vita ti ha condotto a diventare un artista?

SK: Ho iniziato a dipingere quando ero molto giovane e non ho mai veramente perseguito qualsiasi altro tipo di lavoro.

FT:  Per la tua personale alla Galleria Otto Zoo mostrerai due differenti corpus di opere: “The New Me” e “You Are There”. Mi può raccontare la genesi e l’importanza di ogni ciclo?

SK: Per “The new Me” ho dipinto la mia immagine riflessa nello specchio ripetutamente 28 volte, una volta al giorno nell’arco di un mese lunare. Tutti con le stesse dimensioni, stessa inquadratura, stessa luce. Ripeto questo processo ogni cinque anni. A Otto Zoomostrerò il secondo New Me che ho fatto l’anno scorso a maggio. Il fatto che siano autoritratti non è così importante… volevo solo dipingere la stessa persona più e più volte per un mese e ho usato me stesso come modello perché non conoscevo nessuno che avrebbe avuto un mese da condividere con me e posare. La sfida per me è che ho l’ intenzione di includere tutto. Anche gli elementi che non risultano. Gli “errori”, diventano un sottotesto sulla percezione e la discrepanza tra la mia intenzione e la realizzazione dell’intenzione.

FT:  Perché hai scelto proprio il mese lunare (28 giorni) e perché ogni cinque anni?

SK: Da un lato mi piace l’idea di seguire un ciclo lunare. Questi ritmi naturali sono una cosa potente – per esempio ho sempre sogni super-intensi, per i tre giorni a cavallo della luna piena. Inoltre, quando è installato, i sette dipinti di larghezza e quattro di altezza forniscono un riferimento visivo alle quattro settimane del calendario. Questo sottolinea la natura quotidiana del processo. Ho voluto che fosse relativamente frequente, ma con lacune abbastanza lunghe per dimostrare i cambiamenti nello stile, ma anche nella mia fisionomia. Cinque anni sembravano la giusta quantità. Sono sicuro che nel corso del tempo, diventerà sempre di più entropico.

“You Are There” è una serie in progress di nudi. Ho dipinto ogni quadro in una sessione di circa tre ore con il modello che posa per me via Skype, nel corso di una conversazione dal vivo, non da screenshots. I modelli sono tutti miei amici da tutto il mondo. Qualcuno vecchio, qualcuno nuovo. A completamento del dipinto ho chiesto loro di inviarmi uno scatto di un luogo immerso nella natura per loro significativo. Queste immagini sono state poi utilizzate per dipingere gli sfondi. Come ho detto prima, questa serie affronta anche il mio retaggio apolide. Sono cresciuto tra due culture e ora vivo in una terza. Rappresentare la comunità creativa globale in queste opere – ciascuno ha la sua base geografica, ma sono tutti collegati tramite i fili di amicizia e della tecnologia – è un tentativo di emancipazione dal concetto di identità geografica e nazionale.

FT:  Perché hai scelto “Sono qui” – in italiano – come titolo della mostra?

SK: La mostra si compone essenzialmente di due corpi completamente separati di opere, ho scelto il titolo come un mantello unificante che potrebbe coprire sia gli autoritratti sia i nudi. Per quanto riguarda l’italiano piuttosto che l’inglese, ho passato un sacco di tempo in Italia quest’anno e mi piaceva il suono di “Sono Qui”. Per ogni mostra, io e la mia fidanzata (Tilda Swinton ndr) passiamo un sacco di tempo a rimuginare su diversi titoli. Lei di solito ha i suggerimenti migliori. Entrambi i corpi di lavori avevano titoli diversi prima. Inizialmente ho chiamato gli autoritratti “The New New Me”, ma poi ho pensato al fatto che – avendo ripetuto il processo ogni cinque anni – entro il 2028 avrei fatto il “The New New New New New Me”, così da ora in poi sono tutti semplicemente “The New Me” con l’anno in cui sono stati creati. “You Are There” è stato per lungo tempo “Guardians Against Civilization”. La posa – con le mani dietro la schiena e il peso in modo uniforme poste su entrambi i piedi – mi ricordava i buttafuori all’esterno dei club. Tutte le persone nude sono a guardia della loro natura.

FT: Questa è la prima volta che mostri la serie dei nudi. Quali sono i tuoi pensieri sul nudo nell’arte contemporanea e come ti sei avvicinato il soggetto?

SK: Credo che uno dei motivi per cui i nudi sono così diffusi nel lavoro di tanti artisti nel corso dei secoli è che sono un ricordo della nostro sé naturale, animale. Guardiamo un corpo nudo e ci rilassiamo per un attimo nella consapevolezza del subconscio che tutte queste stressanti costruzioni sociali   sono solo una patina… una crosta sottile sui nostri istinti, giocare, accoppiarsi, cacare, morire, gli   stessi degli animali … non intendo screditare la civiltà – al contrario, infatti – penso solo che la natura è più forte, alla fine, e ci piace ricordare che c’è qualcosa di più grande di noi. Amo i nudi e ho cercato un modo di creare nudi che fossero giusti per me per molti anni, con questa serie finalmente ho trovato qualcosa. Quando si sta disegnando una persona dal vero ci sono davvero solo un piccolo numero di posizioni che il soggetto può comodamente mantenere per un così lungo periodo di tempo. Sono stati fatti milioni di volte, in passato spesso mi sono ritrovato esausto dalla familiarità di quello che stavo facendo.  (- La fotografia ha un reale vantaggio, che si possono fare cose folli per la frazione di una secondo e di ottenere una posa interessante e mettere le persone in luoghi emozionanti, ma davvero non mi piace dipingere le persone dalle foto.)

La posa e il framing che sto usando per You Are There ovviamente non è unico, ma per me è fresco nella sua semplicità quasi scientifico e l’ambiguità che le mani dietro la schiena creano è importante: è sia attiva che passiva, aperta e chiusa, impegnata e distaccata.

 FT:  L’importanza della tecnologia e della natura nella tua vita e nella tua arte?

SK: Entrambe sono essenziali per la mia vita non posso farne a meno. Io vivo in un luogo relativamente rurale con quattro cani e passare il tempo all’aperto, sulla spiaggia o nel bosco ogni giorno quando sono a casa è una tale gioia e un privilegio. Allo stesso modo la tecnologia mi permette di avere contatti regolari con un cerchio vibrante di amici e colleghi. Senza la tecnologia come Skype e FaceTime la mia pratica sarebbe reclusa nelle Highlands scozzesi, ma grazie alla realtà fantascientifica in cui viviamo oggi, posso avere il meglio dei due mondi. I nuovi media ci permettono di diffondere ulteriormente la nostra presenza e diventare cittadini globali.

FT:  Parlando di nuovi media, che cosa ne pensi dei social network e della possibilità di diffondere in tutto il mondo l’opera via internet? Ora ogni singola persona creativa ha avuto la possibilità di mostrare il proprio lavoro ad una quantità incredibile di persone. E’ bene e male allo stesso tempo per me, tu cosa ne pensi?

SK: Mi dispiace per la mancanza di qualità visiva: se qualcuno vede un minuscolo JPEG del mio lavoro e pensa che sia ciò che sembra veramente, si sono persi una grande quantità di esperienza visiva. Nel complesso, non credo che il social networking sia affatto male per gli artisti. In particolare mi piace che l’essere timidi non sia più un ostacolo per mostrare il proprio lavoro nel mondo. Puoi semplicemente postarlo online. Alla fine della giornata, è la quantità di persone che stanno cercando, non la quantità di persone che mostrano, che ha un impatto sullo sviluppo della nostra cultura. Questo non è cambiato molto negli ultimi cento anni. I social media hanno solo fornito una piattaforma per l’espansione esponenziale di ciò che è sempre stato. Qualcuno una volta mi ha detto: “Devi essere veramente di talento, molto fortunato e lavorare sodo e senza sosta per pochi soldi… Poi potrai arrivare da qualche parte nel mondo dell’arte”

FT:  Ho avuto la possibilità di vedere i tuoi lavori solo attraverso il web e l’impressione che mi danno è di profonda intimità e rispetto delle persone e dell’amicizia. Sei d’accordo,   è uno dei tuoi obiettivi?

SK: Sono contento che lo dici. Sì, certo.

FT: Potrebbe raccontarmi quali piani hai per il futuro – per quanto riguarda il tuo lavoro -?

SK: Anche se sono un pittore piuttosto veloce e ho regolarmente grandi esplosioni di produttività, tendo a essere un motore lento quando si tratta di sviluppare nuove idee… Ho dipinto tutto quest’anno, ma mi sento come se mi ci fosse voluto quasi un decennio a sviluppare You Are There. Ho intenzione di continuare con quella. Vorrei continuare a dipingere Transitional Objects. Mi interessano elementi dell’iconografia religiosa che voglio mettere in un nuovo contesto. Continuo sempre a giocare con lavori astratti, con la fotografia e il video, ma potrebbe essere solo per la mia ricerca, non da mostrare.

… E, naturalmente,   c’è il New Me 2018 per guardare al futuro!

http://www.sandro-kopp.com/

Sandro Kopp - Camino

Sandro Kopp – Camino

Interview with Sandro Kopp.

Federica Tattoli:  You are German born but grow up in New Zealand and living in Scotland, which kind of influence this places have for you and your work?

Sandro Kopp:I actually mainly grew up in Germany, but I have both passports because my mother is a New Zealander and we spoke only English at home when I was young. I moved to New Zealand when I was 20 and lived there for about 5 years. Much as I love both places, I’ve never really felt that I fully belong to the place I live. The same is true now that I live in the Highlands of Scotland.

People tend to define artists geographically. You will often hear people say “He’s a spanish artist”, “She’s a young artist from New York” before they mention anything about the work these people are making. For me, this has always been a little difficult, because every time someone asks me where I’m from I will have to explain that I’m a German New Zealander who lives and paints in Scotland but travels all the time and spends a lot of time in New York and Paris… It’s a big mouthful and it means I don’t fit into any of the usual compartments. I feel like the most accurate compartment for me is a vague stateless one that is defined socially rather than geographically. My relationships and friendships influence me way more than any national identity. This “statelessness” is one of the things I’m looking at with all my Skype work, particularly the “You Are There” series.

- So, if you have to define yourself to someone that don’t know you and your work, which kind of short definition could you use?

This is the simplest I can do: I’m half German, half New Zealander who lives in Scotland. Anything less would be inaccurate.

- When you start painting and in which way your life led you to become an artist?

I started painting when I was very young and I’ve never really pursued any other type of work.

- For your solo show at Otto Zoo Gallery you will present two different bodies of work: “The New Me” and ”You Are There”. Could you tell me about the genesis and importance of each cycle of works?

For The New Me I painted my reflection in the mirror repetitively 28 times, once every day for a lunar month. All same size, same framing, same light. I repeat this process every five years. At Otto Zoo I’m showing the second New Me which I did last year in May. The fact that it’s of me is not so important… I just wanted to paint the same person over and over for a month and I used my self as a model because I didn’t know anyone who had a spare month in which to sit for me. What’s challenging about it for me is that I aim to include everything. Even the elements that don’t turn out the way I want them to. The “mistakes” become a subtext about perception and the discrepancy between my intention and realization of intention.

- Why did you choose the lunar month (28 days) and why every five years?

On the one hand I like the idea of following a lunar cycle. These natural rhythms are a powerful thing – for example I always have super intense dreams for three days around full moon. Also, when it’s installed 7 paintings wide and 4 high, there’s a visual reference to four weeks in a calendar. This underlines the quotidian nature of the process. I wanted it to be relatively frequent, but with gaps long enough to really show changes in style, but also in my physiognomy. 5 years seemed like the right amount. I’m sure as the piece continues, it will become more and more about entropy. You Are There is an ongoing series of nudes. I painted each piece in one session of roughly three hours with the model standing for me on Skype, during a live conversation, not from screenshots. The models are all friends of mine from around the world. Some old, some new. Upon completion this part of the painting I asked them to send me a photograph they had taken of a place in nature that has some kind of significance for them. These images were then used to paint the backgrounds. As I mentioned earlier, this series also addresses the statelessness of my own heritage. I grew up between two cultures and now live in a third. Representing this global creative community in these works – each have their geographic basis, yet are all connected to me via the threads of friendship and technology – is an attempt at emancipation from the idea of geographic and national identity.

- Why did you choose Sono qui – in italian – as title of the exhibition? 

As the exhibition consists primarily of two completely separate bodies of work, I chose the title as a unifying mantle that could cover both the self portraits and to the nudes. As for why I named it in Italian rather than English, I spent a lot of time in Italy this year and I liked the sound of “Sono Qui”. Every exhibition, my sweetheart and I spent a lot of time mulling over different titles. She usually has the better suggestions. Both bodies of work had different working titles by the way. Originally I called the self portraits “The New New Me”, but then I thought about the fact that – having repeated the process every five years – by 2028 I would be doing the “The New New New New New Me”, so from now on they are all just “The New Me” with the year it was made. “You Are There” was “Guardians Against Civilization” for the longest time. The pose – with hands behind the back and weight evenly placed on both feet – reminds me of bouncers outside clubs. All the naked people are guarding their nature.

- This is the first time you’ve shown a series of nudes. What are your thoughts on the nude in contemporary art and how did you approach the subject?

I believe one of the reasons that nudes are so prevalent in the work of so many artist throughout the ages is that they are a reminder of our natural, animal self. We look at a naked body and we relax for a heartbeat in the subconscious awareness that all these stressfully maintained societal constructions of behavior are just a veneer… a thin crust over our instinctive, playing, fucking, shitting, dying animal selves… I don’t mean to discredit civilization – quite the opposite, in fact – I just think that nature is more powerful in the end and we like to be reminded that there is something bigger than us.I love nudes and I’ve been looking for a way of making nudes that feels right for me for many years and with this series I’ve finally found something. When you are painting a person from life there are really only a very small number of positions you can place a body in that can be comfortably maintained for such a long period of time. And none of these haven’t been done millions of times over, so in the past I often found myself exhausted by the familiarity of what I was making.(- Photography has a real advantage there in that you can do crazy stuff for the fraction of a second and get an interesting pose and place people in exciting locations, but I really don’t like painting people from photos.)

The pose and framing that I am using for You Are There is obviously not unique, but to me it feels fresh in it’s almost scientific plainness and the ambiguity that placing the hands behind the back creates is important: It is both active and passive, open and closed, engaged and aloof.

- The importance of technology and of nature in your life and in your art?

Both are essential to my life- I couldn’t easily do without either. I live in a relatively rural place with four dogs and spending time outside on the beach or in the forest every day when i’m at home is such a joy and a privilege. Likewise technology enables me to have regular contact with a vibrant circle of friends and colleagues. Without technology like Skype and FaceTime my practice would be reclusive up in the Scottish Highlands, but thanks to the science fiction world we live in nowadays, I can have the best of both worlds. New media allow us to spread our presence further and become global citizens.

- Talking about new media, what do you think about the social networks and the possibility to spread everywhere the artwork by internet? Now every single creative person had the possibility to show it’s work to an incredible amount of people, it is good and bad at the same time for me, what do you think about it?

I do mind the lack of visual quality: if someone sees a dodgy little JPEG of my work and thinks that’s what it really looks like, they are missing out on a vast amount of the visual experience. But overall, I don’t think social networking is a bad thing at all for artists. I particularly like that being shy has become less of an inhibiting factor for getting your work into the world. You can just post it online. At the end of the day, it’s the amount of people who are looking, not the amount of people showing that has a bearing on the development of our culture. This hasn’t changed that much in the past hundred years. Social media just provide a platform for the exponential expansion of what has always gone on. Somebody once said to me “You have to be really talented, really lucky and work relentlessly hard all the time for no money… Then you might get somewhere in the art world”

- I only had the possibility to see your artwork through the web and the impression they gives me is of a deep intimacy and respect of people and friendship, you agree, is this one of your objectives?

I’m glad you say that. Yes, sure.

- Could you tell me something about your plan for the future – regarding your work – ?

Although I’m quite a fast painter and have regular big bursts of productivity, I tend to be a slow mover when it comes to developing new ideas… I painted them all this year, but I feel like it took me almost a decade to develop the You Are There series.

I’m going to continue with them. I’m going to continue painting transitional objects. I’m interested in elements of religious iconography that I want to place into a new context. I’m always playing around with abstract stuff and with photography and video, but that may just be for my own exploration and not to show.

…And of course there’s the New Me 2018 to look forward to!

Federica Tattoli

Sandro Kopp,   New New Me,   Otto Zoo Milan

Sandro Kopp, New New Me, Otto Zoo Milan

Sandro Kopp,   New New Me,   Otto Zoo Milan

Sandro Kopp, New New Me, Otto Zoo Milan