• SOLO FIGLI, Bologna
  • Davide Bertocchi, Symphonie, 2009 , cellule fotovoltaiche utilizzate sul satellite geostazionario, Symphonie?, (1974-1984), 1x1x1cm
  • Maria Morganti, Stratificazione con lapislazzulo (blu e rosso) _... la materia qui è infatti così densa..._, 2013, pongo, legno, lapislazzulo, 8,7 x 12,8 x 7 cm - Courtesy Otto Zoo, Milano
  • Sergia Avveduti, Visibile invisibile, 2016, gesso ceramico, marmo, 7,5x7x42cm
  • Serena Vestrucci, Anellini fritti, per sempre, 2015, fusione in bronzo di due anelli fritti di calamaro, bagno galvanico in oro, cinque mesi, 4,5x6x5,5cm
  • Salvatore Arancio, And These Crystal Are Just like Globes of Light, Nr. 30:33, 2016, ceramica smaltata, 26x30x31cm, Courtesy Federica Schiavo Gallery
  • Namsal Siedlecki, Nerbo, 2016, nichel, cartilagine, 70x2x2cm
  • Marta Pierobon, U, 2017, argilla, plastica, resina, 17x5x7 cm
  • Luca Francesconi, My stomach walking, 2016, Bronze, 35x12x8cm
  • Lorenzo Scotto di Luzio, Senza titolo, 2015, zoccoli in legno, cinturino in cuoio, 28x30x8cm, Courtesy T293, Roma

33 piccole ed essenziali sculture che, come “scintille energetiche lasciate libere da chi le ha generate”, dimostrano che il piccolo formato può avere la forza e la pregnanza di sculture monumentali. Curioso titolo,   Solo Figli,  scelto da Sergia Avveduti e Irene Guzman, per abbracciare una selezione eterogenea  di artisti: Salvatore Arancio, Sergia Avveduti, Simone Berti, Davide Bertocchi, Sergio Breviario, Jacopo Candotti, Gianni Caravaggio, Francesco Carone, David Casini, Alice Cattaneo, T-yong Chung, Cuoghi Corsello, Michael Fliri, Luca Francesconi, Giovanni Kronenberg, Stefano Mandracchia, Eva Marisaldi, Nicola Melinelli, Maria Morganti, Luca Pancrazzi, Alessandro Pessoli, Marta Pierobon, Andrea Renzini, Andrea Sala, Marco Samorè, Lorenzo Scotto di Luzio,  Namsal Siedlecki,  Vincenzo Simone, Natalia Trejbalova, Luca Trevisani, Marcella Vanzo, Serena Vestrucci e Italo Zuffi.
La mostra – aperta dal 27 al 30 gennaio 2017 (opening 26 gennaio, 19.00), nei densi giorni di ArteFiera – è ospitata nell’edificio progettato da Le Corbusier in occasione dell’Exposition International des Arts Décoratifs di Parigi del 1925, e ricostruito nel 1977 di fronte all’ingresso principale di Bologna Fiere (Piazza della Costituzione, 11).

Seguono alcune domande a Sergia Avveduti e Irene Guzman —

ATP: Partiamo dal titolo, sicuramente curioso. Perché “Solo figli”?

Sergia Avveduti / Irene Guzman: La mostra espone 33 sculture di piccole dimensioni, alcune delle quali inedite. La più minuta, Symphonie di Davide Bertocchi, realizzata con cellule fotovoltaiche di un satellite geostazionario, misura appena 1x1x1cm, ma più in generale il volume occupato dalle opere in esposizione è volutamente ridotto. Il titolo “Solo figli” fa dunque riferimento a una dimensione diminuita dell’opera, ma nello stesso tempo ci è piaciuto giocare con il concetto di figlio: una nuova realtà generata da combinazioni imprevedibili di geni che danno origine a individualità uniche e tra loro diversissime, così come sono le opere in mostra. Qui i “figli” sono scintille energetiche lasciate libere da chi le ha generate, e che si sono sporcate rubando i materiali del mondo, ognuna a suo modo.

ATP: Avete deciso di invitare una selezione di artisti chiedendo loro di proporre una scultura di piccole dimensioni. Mi motivate questa scelta?

SA / IG: Il piccolo formato in qualche modo costringe l’artista a concentrarsi sull’essenziale, l’ingombro fisico è ridotto al minimo per esaltare il senso visivo e concettuale dell’opera. In alcuni casi, come ad esempio nella maquette architettonica dell’opera di Simone Berti o nella miniaturizzazione de Il porto di Füssli di Jacopo Candotti, si tratta di una variazione di scala, in altri la realtà di riferimento è 1:1, come nel caso degli Anellini fritti, per sempre di Serena Vestrucci, o del Nocciolo in legno di pesca intagliato di Francesco Carone. O ancora degli zoccoli di Lorenzo Scotto di Luzio e del Chiodo di precisione di Luca Pancrazzi, in cui l’intervento di modifica è appena percettibile. La mostra è anche una maniera per indagare le modalità di rappresentazione e di percezione di questa tipologia di scultura in relazione ad un ambiente estremamente caratterizzato come quello che le ospita, e in cui le opere sono obbligate al confronto diretto con l’esistente.

Sergio Breviario,   The time machine,   2014,   scatto fotografico Polaroid 8.5x10.8cm cad,   legno,   bretella,   23x26x30cm copia

Sergio Breviario, The time machine, 2014, scatto fotografico Polaroid 8.5×10.8cm cad, legno, bretella, 23x26x30cm 

ATP: La mostra è ospitata in uno spazio molto significativo. Come avete pensato di esporre le tante opere?

SA / IG: Abbiamo scelto il Padiglione de l’Esprit Nouveau di Bologna, progettato da Le Corbusier in occasione dell’Exposition International des Arts Décoratifs di Parigi del 1925 e ricostruito nel 1977 di fronte all’ingresso principale di Bologna Fiere. È un edificio composto da un prototipo della cellula abitativa concepita per l’Immeuble Villas e dalla sala del Diorama, una sorta di rotonda per l’esposizione di progetti urbani. Le 33 sculture costelleranno lo spazio, interagendo con le soluzioni architettoniche e con gli arredi originali realizzati da Cassina, sempre su progetto di Le Corbusier, così che a prima vista risultino quasi trasfigurate in tanti souvernirs, come a dire piccole testimonianze tridimensionali capaci di sintetizzare ricordi, idee ed esperienze.

ATP: Avete definito le opere come “costruzioni minime, realtà bambine, in qualche modo figlie dell’idea architettonica e ideale dello spazio che ora abitano”. C’è una reazione, dunque, tra le opere e lo spazio architettonico?

SA / IG: Sì assolutamente. La scelta di uno “spazio domestico esemplare” come sede della mostra è strettamente collegata a quella di esporre sculture con un formato tale che permetta loro di integrarsi e dialogare senza sforzo con la funzionalità degli ambienti. È il caso dell’opera Giovane con disegno di pupazzo di David Casini che sfrutta l’altezza di uno dei moduli d’arredamento per proiettarsi verso l’esterno, oppure di Rovescio di Nicola Melinelli, che “misura” la distanza tra soffitto e pavimento di uno dei livelli dell’edificio.
La coerenza architettonica del Padiglione, inoltre, è scandita e compensata dall’eterogeneità degli elementi artistici che ospita, che possono risultare tra loro a tratti addirittura dissonanti. In alcuni casi è l’opera stessa a lavorare sul contrasto derivato da innesti di forme diverse o dall’uso di materiali differenti, come nel caso di Di cui il mondo non avrebbe recato segno mai piu? di Giovanni Kronenberg, dove in un tronco fossile è stata incisa una stella riempita da un composto di miele resinoso e ceneri di un vulcano islandese, o Stratificazione con lapislazzulo (blu e rosso) di Maria Morganti, dove alla preziosità della pietra è affiancata una stratificazione multicolore di pongo, o ancora Il curioso è distratto di Marco Samorè in cui svariati elementi trovano il proprio equilibro sopra un ananas.
Più in generale possiamo dire che a contatto con il rigoroso razionalismo di questi spazi, emerge ancora di più la natura singolare ed enigmatica emanata da queste piccole realtà.

David Casini,   Giovane con disegno di pupazzo,   2017,   graniglia di marmo,   ottone,   resina,   gomma,   stampa UV su carta metallo,   65x25x28cm

David Casini, Giovane con disegno di pupazzo, 2017, graniglia di marmo, ottone, resina, gomma, stampa UV su carta metallo, 65x25x28cm

Giovanni Kronenberg,   Di cui il mondo non avrebbe recato segnomai piu?,   2014,   tronco fossil e,   miele,   cenere,   32x9x11cm

Giovanni Kronenberg, Di cui il mondo non avrebbe recato segno mai più, 2014, tronco fossil e, miele, cenere, 32x9x11cm – Courtesy Z2O Sara Zanin, Roma