• Simone Monsi, YOU LOOK LIKE THIS GUY I KNOW - customized balloons, environmental installation, 2017. photo credits Marco Fava
  • Simone Monsi, YOUR FAN CLUB CAN'T SAVE YOU #2 - rags + mops + stuffing + steel, cm. 145x65x75 [each], 2017. photo credits Marco Fava
  • Simone Monsi, EVERYONE GOES THROUGH THIS PHASE AT SOME POINT [installation view #1] - hairdryers + speakers, audio track 3:57 min. (loop),variable dimension, 2017. photo credits Marco Fava
  • Simone Monsi, SPERO CHE QUESTO TRASLOCO SIA L'ULTIMO - installation view #3, 2017. photo credits Marco Fava

English version below.

Simone Monsi propone nella galleria piacentina Placentia Arte la personale Spero che questo trasloco sia l’ultimo, in programma fino al 5 marzo 2017.
L’artista riflette sulla creazione, analisi e fruibilità dell’opera nell’età del digitale. Ironia, scherzo e sarcasmo intendono analizzare l’essere dell’artista in questo momento storico, partendo in particolare dal testo The Self as Artwork in the Age of Digital Capital di Bernadette Wegenstein, in cui emerge la “duplice identità dell’artista, che è allo stesso tempo schiavo del network e co-produttore di arte originale. In altre parole, essere parte del network porta l’artista-utente a fornire un tacito consenso alla cessione di dati sensibili che lo riguardano, in cambio di acquisire la possibilità di utilizzare la piattaforma ospitante come amplificatore di contenuti originali” (da cs).

Ennesimo trasloco, tutte le scatole già in macchina. Non sento più le mani, le falangi intorpidite. Manca solo una scatola, mi alzo e vado a prenderla. La scatola delle foto profilo, già usata in tanti traslochi, è tutta sgualcita e forse stavolta l’ho riempita troppo. Tre passi e il fondo si rompe, una valanga di selfie mi si rovescia sui piedi. Sono pesanti, i piedi stanchi, non riesco a muovermi. I simulacri prendono vita, escono dall’interfaccia in cui erano stati intrappolati. L’invasione ha inizio.
L’invasione degli ultracorpi, l’invasione degli ultrasmile! Intaccano le emozioni, le appiattiscono, le estremizzano. Lo amo! Lo schifo! Arrivano in profondità e sanno quello che bramiamo: attenzione. Facciamo un patto con loro, ricevere attenzione in cambio di semplificazione. Ci svuotano da dentro, col sorriso.
Per difenderci non rimane che impugnare la prima cosa che ci capita fra le mani, ma in casa sono rimasti solo moci. Le mani che spostavano scatole, ora sempre occupate nell’asciugare gli schermi sudati di dispositivi portatili, pompano parametri di foto quadrate e ne lavano via le imperfezioni.
Facciamo del mocio la nostra bandiera! Ma la mocio-bandiera non ha simboli né colori, è sbiadita, perché abbiamo svenduto il sorriso e le sfumature delle emozioni per una manciata di followers e dirottato l’umorismo su battute generiche sognando di fare il pieno di likes.
Gli ultrasmile dilagano, i loro sorrisi mi abbagliano. Messo all’angolo, tento la fuga ma mi ritrovo in bagno. Profumato e luccicante. Sono a terra, indietreggio, le ombre rotonde avanzano e si riflettono sulle piastrelle lucide. Con la punta delle dita tocco qualcosa sul pavimento dietro di me, è un fon per capelli.
I moci stritolati tra le guance paffute dei simulacri servono a poco ormai. Non rimane che un fon… infiliamo la spina e soffiamoli via! Ma i fon sono stati hackerati dagli ultrasmile! Non soffiano aria, ma diventano megafoni per la loro preghiera metal-gothic! Sono vuoto senz’anima! Non è rimasto niente dentro me, soffiami dentro e fammi diventare reale! Gli ultrasmile reclamano la loro vita! Ma loro non hanno un’anima e vogliono la nostra! (Simone Monsi, foglio di sala)

Simone Monsi, SPERO CHE QUESTO TRASLOCO SIA L'ULTIMO - installation view #2, 2017. photo credits Marco Fava

Simone Monsi, SPERO CHE QUESTO TRASLOCO SIA L’ULTIMO – installation view #2, 2017. photo credits Marco Fava

Di seguito alcune domande all’artista.

ATP: Moci per difenderti da un mare di selfie che ti assalgono; asciugacapelli per scacciare tantissimi smile che ti perseguitano; scatoloni di foto profilo… Ci spieghi qual è la tua ossessione? 

Simone Monsi: La mia ossessione, non saprei… potrebbe essere la solitudine…? Un’altra parola che mi viene in mente è morte, ma anche lo spazio sull’hard disk che non è mai abbastanza… forse queste cose sono collegate…
L’ossessione di questa mostra però credo sia l’ansia. L’ansia di quando devo postare una foto su Instagram a una determinata ora per raggiungere un certo numero di Like o di quando non so su quale dei miei blog pubblicare un’immagine perché non riesco a ricondurla a un aspetto preciso della mia personalità. Ecco, quel tipo di ansia.

ATP: Nel tuo portfolio le prime righe che si possono leggere di te è che sei un “Internet-Based Artist”. Mi spiegheresti cosa intendi con questa definizione?

S.M.: Sì, la sigla YIBA Young Internet-Based Artist è mutuata da un altro artista emergente di cui stimo il lavoro, Parker Ito. Non so se sia una delle sue intuizioni originali, ma ricordo di aver incontrato questo termine per la prima volta nel comunicato stampa della sua mostra all’ICA di Londra un paio di anni fa. Non solo si adattava perfettamente anche al mio lavoro, ma mi stuzzicò parecchio la somiglianza con YBA Young British Art, un gruppo di artisti il cui lavoro mi appassiona ancora molto.
Credo che per me YIBA rappresenti un metodo di approccio alla pratica artistica; il materiale alla base dei miei lavori proviene dalla rete, i testi che leggo sono accessibili attraverso la rete, la documentazione dei miei lavori è in rete, e anche questa intervista, alla fine, è fatta via email.

ATP: Sicuramente l’installazione di più forte impatto della mostra è You Look Like This Guy I Know (centinaia di palloncini viola a terra con il disegno di smile sorridenti), che spieghi come “metafora di un equilibrio psicologico reso fragile da stress, ansia e frustrazione causati dalla migrazione emotiva quotidiana su una moltitudine di piattaforme popolate da una folla di avatar personali che reclamano ciascuno la propria dose di attenzione”. Come metafora direi che funziona, ma qual è l’urgenza che sta a monte di questa opera?

S.M.: In questo caso credo si tratti di un’urgenza formale che si estende su diversi livelli. Innanzi tutto, sentivo il bisogno di utilizzare il disegno per fare mio un simbolo standardizzato come lo smile. C’è una frase che ricorreva spesso nelle conversazioni con Andrea, la mia compagna di studio a Goldsmiths: “Per esprimermi attraverso un emoji, devo diventare un emoji”…
In secondo luogo, volevo realizzare un lavoro che avesse la funzione di varco: a prima vista non agevole ma che, una volta attraversato, facesse sentire il visitatore incluso nello spazio della mostra. E infine mi piaceva l’idea di un lavoro Pop, che potesse catturare l’attenzione anche di un pubblico meno esperto attraverso le vetrine della galleria. Mi piace pensare che anche chi non frequenta l’arte contemporanea possa entrare in contatto con i temi della mia ricerca grazie all’aspetto accattivante del lavoro. In breve, volevo realizzare una mostra dove anche i bambini potessero divertirsi.

ATP: Ti ritrovi in quelle tendenze che sono state più volte definite Post Internet Art o Net Art?

S.M. Per quanto riguarda la Net Art mi spiace ma credo di essere troppo giovane ahah… Invece, parlando di Post Internet, è un’estetica che certamente mi ha affascinato, in particolare durante i primi tempi degli studi accademici. Quando ho iniziato l’MFA a Londra, Katja Novitskova era già arrivata a essere best seller ad Art Basel (o così si diceva) e credo ci fosse già la consapevolezza che dare un’etichetta a certe pratiche considerate nuove potesse far comodo soprattutto al mercato. Ma al di là delle etichette, approfondire il Post Internet è stato un punto di partenza appassionante che mi ha fatto avvicinare ad altri macro-temi oggi rilevanti come l’Antropocene e il Post-capitalismo.

ATP: Nelle tue opere emerge il tema della corporeità e dell’interferenza tra corpi: nelle mani di stoffa in Your Fan Club Can’t Save You; nell’empatia a cui allude Everyone goes through this phase at some point; l’apoteosi della mano umana nella serie di sculture Capitolo Finale. Perché insisti su questi aspetti? Sembra che tu voglia esorcizzare l’assenza di fisicità che sta dietro ogni atto virtuale, a cui in effetti alludi. 

S.M.: Sì, la tua intuizione è corretta. Tuttavia, la fisicità, l’organicità, restano ben presenti: il MacBook pesante nello zaino, il sudore sullo schermo dell’iPhone, le briciole che si infilano sotto i tasti della tastiera quando mangio davanti al computer. Mi piace l’espressione che hai usato, credo sia questa transizione verso nuove forme di interferenze tra corpi che mi interessa sondare.
Capitolo Finale invece lo ricollego più all’assenza di contatto fisico durante i miei studi in Inghilterra. Credo dipenda da una differenza culturale rispetto al linguaggio del corpo, ma sta di fatto che non mi toccava mai nessuno, neanche con la punta delle dita. Quando me ne sono reso conto, ho sofferto di questa cosa, poi l’ho accettata. Ho presentato Capitolo Finale per l’esame finale del master. Mentre concepivo il lavoro, pensavo: “Non mi avete toccato per due anni e come ultima cosa farò delle mani giganti morbide e colorate che ovviamente non toccherete mai. Siete pazzi.”
In Italia invece succede il contrario. Tutti toccano sempre i miei lavori! E sai cosa? Meglio così!

ATP: Per finire, mi parleresti appunto di questo “CAPITOLO FINALE: Let’s Forget About It Let’s Go Forward – From Meaning To Intensity, il ventiseiesimo episodio di Mani!! I Love Holding Hands – It’s okay for me to be here!”?

S.M.: Certo, Capitolo Finale è uno dei tre lavori che ho realizzato per il mio Degree show a Goldsmiths. In questo lavoro in particolare volevo condensare tre elementi che erano stati centrali nella mia ricerca dei due anni precedenti: la mano, a rappresentare le frizioni tra corporeità e tecnologia; i tramonti presi da Instagram, utilizzati come metafora di una transizione verso la nuova era geologica dell’Antropocene; e le piccole gambe che fuoriescono dal corpo di Lilith, personaggio di Evangelion, a simboleggiare un interesse più ampio verso il tema della solitudine presente nell’anime. Nelle mie sculture, quelle gambe sembrano anche radici e per un attimo le manone diventano alberi. C’è un senso di vitalità grottesca in queste foto di Instagram che sviluppano delle gambine per scappare via…
Il titolo del lavoro poi è strutturato come negli anime, dove il titolo dell’episodio è diviso in due parti a cui si aggiunge il titolo principale della serie con sottotitolo; spesso anche unendo termini inglesi con il giapponese che io ho sostituito con l’italiano. Ciascuna delle quattro parti del titolo rimanda a un momento importante del percorso seguito nella mia ricerca, con riferimenti che vanno da Bifo Berardi a Hiroki Azuma allo stesso Evangelion.
Lo stesso discorso vale per il “ventiseiesimo episodio”, che tradizionalmente è quello finale nelle serie anime. Che fossi pronto o no, stava arrivando l’ultimo episodio di un percorso iniziato sei anni prima, quando per la prima volta mi sfiorò l’idea di proseguire gli studi all’estero. Un momento che per me rappresenta la metabolizzazione di tanti anni di studio, l’accettazione del fallimento di un sistema economico che aveva promesso di renderci più ricchi generazione dopo generazione e il mio posizionamento all’interno di un discorso accademico che riflette su possibili scenari futuri. E da lì ripartire, come parte integrante di una comunità, di un network.

Simone Monsi, YOUR FAN CLUB CAN'T SAVE YOU #2 - rags + mops + stuffing + steel, cm. 145x65x75 [each], 2017. photo credits Marco Fava

Simone Monsi, YOUR FAN CLUB CAN’T SAVE YOU #2 – rags + mops + stuffing + steel, cm. 145x65x75 [each], 2017. photo credits Marco Fava

ATP: Mops to defend yourself from waves of selfies attacking you; hairdryers to drive away hordes of smiles that persecute you; boxes full of profile pictures… Could you tell us what is your obsession?

S.M.: My obsession, I don’t know… it could be loneliness…? Another word that comes to my mind is death, but also the space on my hard disk that is never enough… maybe these things are connected…
However, I think the obsession of this exhibition is anxiety. The anxiety when I have to post a photo on Instagram at a specific time in order to get a certain amount of likes, or when I don’t know on which of my blogs I should post a picture because I can’t relate it to a particular side of my personality. That kind of anxiety.

ATP: In your portfolio the first lines that can be read on your practice say that you are an “Internet-Based Artist”. What do you mean with this definition?

S.M.: The acronym YIBA Young Internet-Based Artist is taken from another emergent artist whose work I like, Parker Ito. I’m not sure if it is one of his original ideas, but I remember the first time I encountered this term was on the press release for his show at the ICA in London a couple of years ago. Not only did it perfectly match my practice, but I was also triggered by the similarity with YBA Young British Art, a group of artists that I still like very much.
For me YIBA stands for a method to approach my art practice; the material at the base of my work comes from the web, the texts I read are accessible through the web, the documentation of my work is on the web, and even this interview is done via email.

ATP: Certainly, the installation that has the strongest impact in the show is You Look Like This Guy I Know (hundreds of purple balloons on the floor with a smiley face drawn on them), that you explain as “a metaphor for our fragile psychological balance threatened by anxiety and frustration resulting from daily migration on a multitude of platforms, populated by crowds of personal avatars each claiming their own amount of attention”. As a metaphor I think it works, but what’s the urgency behind this work?

S.M.: In this case, I think it is a formal urgency spread on different levels. First of all, I felt the need to draw a standardized symbol like the smiley face myself, in order to make it feel more “mine”. There is a phrase that often recurred in my conversations with Andrea, my studio mate at Goldsmiths: “In order to express myself through an emoji, I have to become an emoji”…
Secondly, I wanted to make a work with a gate-like function: maybe not easy to go through at first sight, but able to make the visitor feel included in the exhibition space once crossed. And in the end, I also liked the idea of a Pop work, that could get the attention of a less expert audience through the gallery’s windows. I like to think that also people from outside the contemporary art circle can get in touch with the themes of my research through the catchy aesthetics of my work. In short, I wanted to make a show where even kids could have fun.

ATP: Do you feel related to tendencies like Post Internet Art or Net Art?

S.M.: As for Net Art, I’m sorry but i think I’m too young for it haha… Talking about Post Internet, instead, I certainly used to find its aesthetics fascinating, especially at the beginning of my academic studies. When I started my MFA in London, Katja Novitskova had already been the best seller at Art Basel (or at least it’s what was said) and I think there was already the awareness that giving a label to certain new practices could, most of all, benefit the market. Labels apart, studying Post Internet was a fascinating starting point that made me become interested in other macro-themes that are relevant today, such as the Anthropocene and Post-capitalism.

ATP: In your works, the body and the interference between bodies are recurrent themes: in the textile hands of Your Fan Club Can’t Save You; in the empathy evoked by Everyone goes through this phase at some point; the apotheosis of the human hand in the series of sculptures Capitolo Finale. Why do you insist on these aspects? It seems like you want to exorcise the absence of physicality behind any virtual act, to which you refer, in fact.

S.M.: Yes, your intuition is correct. However, physicality and organicity are still very present: my MacBook feels heavy in my backpack, the sweat on my iPhone screen, the bread crumbs slipping underneath the keyboard when I eat in front of my laptop. I like the way you called it, I think it is this transition towards new forms of interferences between bodies that I want to explore.
Capitolo Finale, instead, is more related to the absence of physical contact during my studies in England. I think it depends from a cultural difference on body language, but it is a fact that no one was ever touching me, not even with the tip of a finger. When I realized it, I suffered, then I accepted it. I presented Capitolo Finale for the final examination of the MFA. While I was working on it, I thought “You people didn’t touch me for two years, so the last thing I will do here is making soft and flashy giant hands which obviously you will never touch. You are crazy.”
In Italy it happens the opposite, instead. Everyone is always touching my works! And you know what? It’s better this way!

ATP: In conclusion, could you talk about “CAPITOLO FINALE: Let’s Forget About It Let’s Go Forward – From Meaning To Intensity, il ventiseiesimo episodio di Mani!! I Love Holding Hands – It’s okay for me to be here!”?

S.M.: Capitolo Finale is one of the three works I made for my Degree show at Goldsmiths. In this work I wanted to condense three elements that had been central in my practice during the previous two years: the hand, representing the frictions between physicality and technology; the sunsets from Instagram, as a metaphor for a transition towards the new geological age of Anthropocene; and the little legs that come out of Lilith, an character of Evangelion, as a reference to a broader interest in how the theme of loneliness is treated in this anime. In my sculptures, those legs look also like roots, and for a moment the big hands become trees. There is a sense of grotesque liveness in these Instagram pictures that generate tiny legs to run away…
Also the title of the work is structured like the anime ones, which have the title of the episode split in two parts plus the main title of the series followed by a subtitle; they often put together English words and Japanese language that, in this case, I replaced with Italian. Each of the four parts of the title refers to a moment of my research that I feel has been important, from Bifo Berardi to Hiroki Azuma to Evangelion.
As for “il ventiseiesimo episodio” – which means “the twenty-sixth episode”, is traditionally the final episode of an anime series. Regardless of the fact that I was ready or not, it was coming to the last episode of a path started six years before, when the idea to carry on my studies abroad came to my mind for the first time. For me it is a moment that represents the metabolization of several years of study, the acceptance of the failure of an economic system that had promised to make us richer generation after generation, and positioning myself within an academic frame that reflects on possible future scenarios. And then, from that point, starting again, as part of a community, as part of a network.

Simone Monsi, EVERYONE GOES THROUGH THIS PHASE AT SOME POINT [det. #2] - hairdryers + speakers, audio track 3:57 min. (loop),variable dimension, 2017. photo credits Marco Fava

Simone Monsi, EVERYONE GOES THROUGH THIS PHASE AT SOME POINT [det. #2] – hairdryers + speakers, audio track 3:57 min. (loop),variable dimension, 2017. photo credits Marco Fava