Simon Starling, 1, 1, 2, 2011 – 1 blocco con taglio grezzo e 2 blocchi di marmo di Carrara tagliati con CNC (controllo numerico computerizzato), imbracatura, sistema di pulegge, corda, cavo, ceppi Courtesy l’artista e Galleria Franco Noero, Torino – Photo Paolo Pellion
  Mario Merz, Spostamenti della terra e della luna su un asse, 2003 – Triplo igloo: strutture metalliche, vetro, pietra, neon, morsetti, creta Coll. Merz, Torino
  Simon Starling, Project for a Masquerade (Hiroshima), 2010 – Film 16 mm - Durata: 25’54”
Courtesy l’artista e Galleria Franco Noero, Torino, Photo Paolo Pellion
Simon Starling, Under Lime, 2009, Ramo di albero di tiglio, montacarico azionato con una motosega
Courtesy l’artista e neugerriemschneider, Berlino – Photo Paolo Pellion
***
Ciao Elena,

alcune mie riflessioni sulla mostra di Simon Starling alla Fondazione Merz di Torino (opere di Faivovich & Goldberg, Sture Johannesson, Mario Merz, James Nasmyth & James Carpenter e Simon Starling).

Probabilmente la cosa più bella che ho visto il fine settimana di Artissima, anche se devo ammettere che non ho visto tutto per questioni di tempo e di meteo. Forse si tratta anche di una delle mostre più belle viste nell’ultimo periodo. A quanto ho capito il concept della mostra è stato ideato da Starling stesso, mentre la curatela è stata affidata a Maria Centonze. “L’artista inglese analizza, attraverso generazioni di produzione artistica e di attività scientifica, l’evoluzione del rapporto dell’arte con la scienza nei secoli. Le esplorazioni nei vari campi di interesse di Simon Starling confluiscono – come suggerisce la curatrice Maria Centonze – in uno spazio ibrido che costituisce una costante del suo lavoro. E’ uno spazio che assorbe dalla scienza, che si nutre della tecnologia, ma che tenta di ridefinire i confini delle cose e del pensiero al punto da creare microcosmi di idee, da mettere in relazione o in contrapposizione. Tutta la mostra si svolge come se le opere raccontando storie diverse, avessero un’unica costante che è quella di stabilire distanze illusorie, modificare tempo e spazio con mezzi empirici che restituiscono visioni di una possibile e non meno veritiera realtà”.  
Al di là della spiegazione didascalica della mostra in sé, per la quale è sufficiente il comunicato stampa e la bellissima pubblicazione realizzata per l’occasione, mi piacerebbe elencare alcune piccole riflessioni che sono nate nella mia mente.

In primis sono rimasto molto impressionato dalla vicinanza della mostra con il film Melancholia di Lars Von Trier, che ho visto la sera stessa di domenica, poche ore dopo quindi la mia visita alla Fondazione Merz. Insomma, mi trovavo al cinema e vedevo il pianeta terra collidere con un altro pianeta mentre dentro di me era ancora fortissima la visione del “gruppo” di igloo intrecciati di Merz (forse uno dei lavori più belli, e ancora in grado di “toccare”, di questa serie vista veramente tante volte). Il che dice molto anche del valore di un artista. Quando le sue opere, vivendo di vita propria, riescono a distanza di tempo ad assumere nuove tonalità anche impreviste nel momento della loro creazione. Ai miei occhi Merz si tinge di un sapore postatomico, apocalittico, che non credo fosse nelle intenzioni dell’artista, ma che lo rende ancora più interessante, per tutti questi nuovi strati di lettura che si aggiungono al suo lavoro espandendolo.

Forse mi sbaglio nell’azzardare questo collegamento tra un film così estremo e leopardiano e una mostra molto sobria e quasi pacata quale è The Inacessible Poem. forse sono stato influenzato dall’atmosfera abbastanza depressiva di tre giorni ininterrotti di pioggia su Torino; dal fatto che dopo essere scampato a un paio di alluvioni tra Toscana e Liguria mi sono ritrovato di nuovo in una situazione in cui la natura era profondamente minacciosa, e il Po a trenta metri dal posto dove dormivo si gonfiava paurosamente; o dagli stivali Hunter che hanno invaso la città sabauda così come il film del danese. In effetti potrei sbagliarmi perché nella mostra di Starling sembra mancare quella dimensione esistenzialista che invece è così profonda nel film; il pianeta Melancholia è molto più metaforico di una condizione umana di quanto lo siano le molte immagini astrali o scientifiche presenti nelle opere selezionate. Manca anche il grande punto interrogativo sulla questione “Dio”, che, anche se non dichiarato, sento come inevitabile in una pellicola come questa. Poi però è tornata alla mia mente l’opera degli artisti Faivovich & Goldberg e ho iniziato a pensare che forse non mi stavo sbagliando poi così tanto. In mostra è presentata una parte di tutto il progetto, incentrato sul ritrovamento e la sezione di un meteorite in una zona dell’Argentina che circa quattromila anni fa è stata soggetta a una pioggia di meteoriti. Progetto sviluppato anche come una delle fasi preliminari della prossima Documenta e di cui è stato fatto un bellissimo catalogo.

A seguire alcuni brani tratti dal colloquio tra Daniel Birbaum con la
Carolyn Christov-Bakargiev (in catalogo):

“DB: So you mean this object is somehow not part of our world?  
CCB: Yes—it has become part of our world, but it comes from far away and is very, very old. It is transcendent and immanent at once. And it is in such an impossible condition because it has gone through a sort of trauma when it got pulled into our orbit and was shattered.

DB: I presume that this will be the oldest object in the exhibition. Are you sure it is an artwork?”
CCB: “There is a rather recent book titled After Finitude by the French philosopher Quentin Meillassoux that would be worth mentioning here. He talks about objects that are so ancient that they precede not only humanity and intelligent life on the planet, but also any form of life known to us. He asks what these objects might have to say about our modern philosophical tradition, which takes subjectivity and language as its starting point. For him, the fact that we have these objects and can make scientific statements about them forces us beyond an insistence on finitude that is typical of modern thinking after Kant. The meteorite could be an example…”


Commoventi le opere dei due astronomi dilettanti Carpenter e Nasmyth i quali, con un approccio speculativo, realizzarono una serie di disegni ottenuti dall’osservazione al telescopio della superficie lunare; disegni a loro volta utilizzati per costruire dei modellini fotografati, ottenendo delle immagini sorprendentemente poetiche. Una luna che esula dalla sua dimensione di oggetto astrale per diventare appunto un oggetto di speculazione filosofica e di analisi della condizione umana.
Per certi versi (anche se in un modo e con una sensibilità profondamente diversa) questa mostra mi ha fatto ripensare anche a un’altra esposizione, a mio parere cruciale, che ho visto di recente: ossia la personale di Matthew Day Jackson al Mambo di Bologna.
 
Non so, mi sembra che in queste idee, opere e mostre ci sia lo snodo dell’arte oggi. Forse ancora in nuce e non del tutto maturato. Di sicuro sono stati abbandonati i giochini, le leggerezze e i non-sense di qualche anno fa.
 
Antonio Grulli