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Lo scrive di suo pugno e l’attacco è anche simpatico. “O è l’opening. O è una pancia. O è un volume. O è il titolo della mia seconda mostra da Francesca Minini. E’ una mostra che oscilla tra l’eccesso e il quasi nulla; tra consumo senza limite e indifferenza passiva. Le O rotolano attraverso questo testo. Lo spingono avanti.” Queste le poche righe che si leggono sul comunicato stampa.
Simon Dybbroe Møller, ha chiesto alla gallerista di andare in un negozio di colori con un pc portatile per comprare dell’intonaco dello stesso blu della desktop windows. 
L’artista cita Giambattista Vico e Pablo Henrik llambias. Di quest’ultimo: “Alcune cose hanno valore a noi come persone, perchè hanno valore a noi come persone”.

“Se O è qualcosa, è qualcosa che non significa nulla”
L’artista fa stampare lo stesso soggetto, tante O, in font e colori diversi. Ad un certo punto ne interrompe la stampa andando a formare delle O incompiute che, inevitabile, sembrano tanti sorrisi. Nel centro della stanza una sorta di totem dal titolo ‘Things and the thoughts that think them (Man)’. La testa, un casco, le braccia, una tromba, il busto, un ombrello, le gambe, una scala e un ventilatore. Delle cose, dunque.
In questa mostra l’artista riflette sugli oggetti e la loro inutilità. Parla di assuefazione, di immaginario viziato, di manierismo formale. Parla di stereotipi e di finti valori legati alle cose.
Ho l’impressione che stia, ironicamente, commentando la società contemporanea. 
La conferma ce l’ho nel video ‘The Drif': un video ‘didattico’ che ci mostra dei dettagli di una grotta nel Giardino di Boboli a Firenze. Come colonna sonora Alexander’s Ragtime di Irving Berlin e Songe d’Automne di Archibald Joyce, entrambe suonate su bicchieri di cristallo riempiti d’acqua. Una voce narrante, legge gli oggetti venduti nel sito di ‘second hand’ Craiglist, il giorno in cui l’artista ha finito il video. 

O, o il sorriso enigmatico degli oggetti!