In Desperate Living (Nuovo Punk Story, 1977) il regista americano John Waters immagina una società anarchica, e matrilineare, in cui tutto è regolato da un sussunto stato di ribellione che, da quiescente, esplode in una rivolta dal sapore liturgico che porta all’uccisione del padrone – ruolo in questo caso interpretato mirabilmente da Edith Massey, la tirannica regina di Mortville. Il trash e il senso del disgusto, qualcosa di riprovevole che bandisce qualsivoglia buon gusto, dominano la trama del film e ne scandiscono le scene principali assumendo un retrogusto dolce-amaro in cui il cinismo e il black humor ne escono vincitori. La buona norma non esiste, cede il passo a un’assenza totale di sublimazione.
E’ con questo stesso approccio che Silvia Argiolas (Cagliari, 1977) intraprende un’indagine schizofrenica sulle possibilità molteplici di investigare, mai in maniera univoca, forma e figura attraverso un’attitudine deliberatamente naive. Nella sua personale presso la Richter Fine Art, Argiolas espone 50 tele di piccolo formato insieme a una installazione site-specific collocata al piano inferiore della galleria. L’abbandono del grande formato, storicamente dedicato alle scene più elevate e dignitose della storia dell’arte, serve ad assumere un punto di vista privilegiato che attraverso il disegno di piccoli cammei si appropria del quotidiano, e dei suoi archetipi.

Installation view

Un universo tutto femminile domina scene intime e raccolte, in cui i colori acidi e i segni aggressivi si avvicendano a definire un’estetica volutamente ruvida, che abbandona l’eroismo della pittura e la piega a qualcosa di materico, sensibile, disturbante. Il formato ridotto, con il susseguirsi ritmato delle piccole tele, fornisce uno sguardo diversificato e in costante variazione, come in un alternarsi di fotogrammi che, al posto di restituire una narrazione, portano avanti un incubo sincopato e distorto in cui lo sdoppiamento diventa una chiave di lettura dell’interiorità. È in questo modo che si palesa un immaginario spesso mutuato dal cinema, che mescola gender studies ed estetica queer ad una volontà chiara di manifestare la propria personale visione di ciò che è dentro e di ciò che sta fuori, di quella che appare come una alterazione costante della percezione: abitudini, sogni, consuetudini, vissuto, convinzioni.
Non è un caso forse che la teoria lacaniana impronti moltissimo il lavoro di Argiolas, che contamina la tecnica pittorica con quella del collage, passando per la ceramica dipinta – in questo caso, ceramiche trovate e lavorate impiegando la stessa tecnica pittorica rinvenuta nei dipinti, oggetti de-funzionalizzati, divenuti ormai feticcio – e approdando al video.

Un montaggio che distorce e moltiplica l’immagine, fino a sdoppiarla, è infatti quello del video in loop collocato al piano inferiore della galleria: il piccolo schermo su cui è proiettato ricorda una dimensione domestica – e anche un po’ posticcia, quando non apertamente dimessa, come segnalato dal tappeto rosa di peluche posto sul pavimento. Dialoghi stereotipati – ripresi dalle televendite, dalle soap opera cult, intervallate dai frame in cui Argiolas mette in scena dei travestimenti – si avvicendano in un crescendo di lacerti di immagini e dialoghi mutilati che arrivano ad un punto di saturazione tale da togliere il fiato.
Ti amo dal profondo del mio odio: nasce da un ossimoro questa riflessione intenta a ritrarre, senza moralismi né sguardi pietistici, un mondo in cui le manie e le ossessioni emergono  prepotentemente sino a fare del doppio e della contraddizione gli strumenti per una lettura deviata e non allineata della realtà e di ciò che ci circonda.

Frame da video