Namsal Siedlecki, Mvaḥ Chā, 2020 View of the exhibition, Courtesy Fondazione Pastificio Cerere and the artist. Photo Andrea Veneri
Namsal Siedlecki, Mvaḥ Chā, 2020 View of the exhibition, Courtesy Fondazione Pastificio Cerere and the artist. Photo Andrea Veneri

Riparte la nuova stagione espositiva a Roma, dopo la battuta d’arresto dettata dalla crisi pandemica globale che ha determinato un ripensamento delle modalità con cui mostre ed eventi si presentano al pubblico.
La Fondazione Pastificio Cerere, storico avamposto romano che ha visto nascere intere generazioni di artisti, tra i quali Nunzio, Dessì, Gallo, Pizzi Cannella e Tirelli, dà l’avvio a questa nuova stagione espositiva con la mostra personale del giovane Namsal Siedlecki, dal titolo Mvaḥ Chā, a cura di Marcello Smarrelli, Direttore Artistico della Fondazione.
La mostra è il frutto di un approfondito processo creativo i cui sviluppi sono stati rivelati nel mese di gennaio presso il Museo di Patan di Kathmandu, in Nepal, che ha visto la presentazione del progetto Crisalidi, realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council – il progetto è stato il vincitore della sesta edizione dell’Italian Council 2019 –  e del programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.                 
Cinque sono le sculture in bronzo realizzate da Siedlecki che costellano lo spazio del Pastificio; creature ibride a metà strada tra elementi organici, dalla natura informe, e strutture primarie tanto inclassificabili quanto assolutamente presenti a loro stesse, e nello spazio e nel tempo percepito da chi le rimira, le opere di Siedlecki dimostrano il carattere assertivo di una ricerca attenta che tiene conto delle possibilità della scultura e delle sue capacità evolutive. Realizzate da Siedlecki nel 2019, durante diversi periodi di residenza a Kathmandu, queste sculture sondano le potenzialità di un’antica tecnica con cui l’artista è entrato in contatto attraverso la collaborazione con diverse fonderie locali: la fusione a cera persa, una tecnica antichissima, l’unica a essere attestata nel mondo greco-romano per la fusione dei bronzi di grandi dimensioni. Sperimentando questa tecnica a contatto con le maestranze nepalesi che si occupano della produzione di sculture sacre e votive, Siedlecki ha maturato una reale fascinazione per le fasi preliminari alla fusione.

Namsal Siedlecki, Mvaḥ Chā, 2020 View of the exhibition, Courtesy Fondazione Pastificio Cerere and the artist. Photo Andrea Veneri
Namsal Siedlecki, Mvaḥ Chā, 2020 View of the exhibition, Courtesy Fondazione Pastificio Cerere and the artist. Photo Andrea Veneri
Namsal Siedlecki, Mvaḥ Chā, 2020 View of the exhibition, Courtesy Fondazione Pastificio Cerere and the artist. Photo Andrea Veneri

Da qui, è nata la suggestione per caratteristiche scultoree formali che si avvicinano sempre di più al carattere non finito della scultura; memore della acquisizione di un sapere artigianale tramandato di generazione in generazione, Siedlecki rifiuta la politura delle superfici e il carattere laccato della scultura in bronzo più tradizionale per abbracciare un’estetica espressiva che si nutre della processualità intrinseca alla tecnica. Il composto chiamato Mvaḥ Chā è quello che in Nepal si impiega per ricoprire il modello in cera, ottenendo una malta originata dall’impasto di argilla, sterco di vacca e chicchi di riso.
Mvaḥ Chā è la materia informe, il conglomerato di elementi che ricopre il modello. Mvaḥ Chā è lo statuto intermedio tra la compiutezza e l’incompiuto. Come si legge nel comunicato stampa che accompagna la mostra, “Siedlecki scegliendo tali forme, ha eletto ad opere questi manufatti intermedi che, seppur necessari alla realizzazione delle sculture, non lo sarebbero mai diventati in quanto solitamente distrutti per portare a termine il processo di fusione”.
La moltiplicazione simbolica della materia attua così processi di sintesi a metà strada tra scienza, alchimia e chimica. Il recupero di una tecnica antica viene incasellato in una pratica che mescola sapientemente sapere artigianale e conoscenza scientifica dei materiali e dei processi. La presenza di oggetti quali dolci, denaro, fiori, uova e alcolici – abitualmente donati quali offerte votive dai fedeli in Nepal – accentua ulteriormente il carattere di pervasiva sacralità sottilmente ottenuto dall’artista nel ricostruire un legame millenario tra la tradizione orientale e quella occidentale, sotto il segno del linguaggio dell’arte contemporanea.
Passato e presente, attrazione fatale per l’ignoto, guidano lo spettatore nella comprensione di un’estetica e di un linguaggio ermetiche, essenziali, puntuali nella restituzione dei propri referenti formali e speculativi. Come previsto dal bando, il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato acquisirà le opere realizzate da Siedlecki, arricchendo la collezione di opere, come afferma la direttrice Cristiana Perrella, che manifestano “non solo una sensibilità rara nella riflessione su materia, tecniche e processi della scultura, ma anche un interesse al confronto con tradizioni e pratiche artistiche di altre culture che rende questi lavori molto rappresentativi della nostra idea di museo: aperto all’interazione tra linguaggi diversi della creatività”.

Namsal Siedlecki, Mvaḥ Chā, 2020 View of the exhibition, Courtesy Fondazione Pastificio Cerere and the artist. Photo Andrea Veneri
Namsal Siedlecki, Mvaḥ Chā, 2020 View of the exhibition, Courtesy Fondazione Pastificio Cerere and the artist. Photo Andrea Veneri
Namsal Siedlecki – Modelli in cera durante la lavorazione, Patan 2019
Namsal Siedlecki – Deposito di matrici in attesa di essere fuse, Patan 2019
Namsal Siedlecki – Scultura nella fornace, Patan 2019