Breve intervista con Giovanni Kronenberg in occasione della sua mostra allo Studio Guenzani 24 ottobre / 22 dicembre

ATP: L’immagine suggestiva del relitto di una nave, apre idealmente la tua personale allo Studio Guenzani. Dalla visione del mare si passa alla sua ‘fragranza’ con la prima serie di opere: due grandi spugne naturali intrise con del profumo dall’essenza di mare. Mi racconti la genesi di queste opere, dal suggestivo titolo ‘Escoriazioni antropologiche n. III e IV”?

Giovanni Kronenberg : Onestamente, non amo difendere le opere. Non ne vedo il motivo. Che finiscano (linguisticamente) dove gli pare!

ATP: Nell’altra scultura in mostra, “Dato che invecchiare solleva il giudizio dall’impazienza della gioventù” (2011), unisci alla morfologia di una vertebra di balena, un’immagine della luna incisa su una placca d’argento. Con quest’opera dai la sensazione di voler sommare più racconti in uno stesso oggetto, per renderlo denso non solo di narrazioni, ma anche per quanto riguarda la sua forma scultorea. Mi sbaglio?

GK: Non ti sbagli affatto. Cerco di creare opere con sfacciate qualità polisemiche. Per me, oggi – vista la pressoché sterminata produzione di opere d’arte nel mondo – è la qualità più importante insieme al concetto di grottesco. Questo concetto, però, non è da intendere in un senso dispregiativo, caricaturale. E’ da intendersi in un senso di limite forzato, violato, oltrepassato, anche e soprattutto radicalmente. Credo che gli artisti debbano rischiare – sempre – e non reiterare opere con cui magari hanno ottenuto consensi. Più un’opera è stata consumata dagli sguardi e più ci si dovrebbe staccare da essa. Un polisemico & grottesco. “Agitato, non mescolato”. (ride)

ATP: In mostra c’è anche un incredibile oggetto: una radice secolare dal forte carattere scultoreo. Anche qui l’incontro di più racconti: la vita che si sviluppa nel sottosuolo, unita da un frammento di meteorite. Spazio sommerso e luoghi siderali, profondità e vuoto infinito. Come nasce questa scultura?

GK: La tua domanda è talmente bella e suona talmente bene che vale anche come mia risposta. A Natale vado a New York a sentire 4 concerti dei Disco Biscuits, li conosci?

ATP: No, mi informerò. Buon divertimento!

ATP: Mi rendo conto che non si può spiegare un titolo di un’opera, ma si può sicuramente ampliarlo. “3 oceani, 7 balbuzie, 5 vortici di aria calda” e…?

GK: I titoli per me sono una questione di pura ritmicità musicale. La poesia e, più in generale, quello che può essere definito un testo ‘lirico’, è solo e unicamente questione di come una sequenze di parole, composte da una sequenza di suoni, ne creano uno nuovo. Per questo sono convinto che la poesia sia intraducibile, perché traducendola la parola preserva il senso ma acquista un altro suono. Posso portarti come esempio l’heavy metal più estremo: la voce del cantante, in questo contesto musicale, è solitamente talmente distorta e urlata che si perde completamente il senso del testo. Tranquillamente il cantante può mandarti affanculo e tu non te ne accorgi. Ma è proprio questo che intendo per poesia: assemblaggi di ritmiche fonetiche che ne partoriscono di mai sentite o percepite. Curioso come l’heavy metal sia considerata una musica di rottura, di formazione adolescenziale, ma che in realtà sia uno dei generi musicali più prossimi al concetto di poesia che siano mai stati creati.

Giovanni Kronenberg /  Studio Guenzani

da mercoledì 24 ottobre al 22 dicembre 2012