unidisplay raccoglie tutte le tematiche di Carsten Nicolai e si configura a oggi come la sua opera più compiuta e complessa, in grado di trasformarsi anche nella piattaforma ideale per suoi live, per forme di collaborazione (che Carsten Nicolai, come i maggiori artisti della sua generazione, ha sempre cercato e incoraggiato) e per momenti artistici performativi interdisciplinari.

  Andrea Lissoni intervista Carsten Nicolai

Andrea Lissoni: Cosa significa esattamente unidisplay?

Carsten Nicolai: Cominciamo con parlare prima di display allora. La parola tedesca è Auslage (cioè disporre qualcosa in una vetrina, allestire dietro ad un vetro, …). In un certo senso siamo sempre circondati da display, il caso più frequente è quello del “computer display”. Per me è più semplicemente una finestra, una finestra da cui però guardi non solo dentro ma anche dentro a qualcosa. Una definizione che possiamo confrontare con quella di “televisione”: si fronteggia una visione, ma è molto lontana. Ecco il display è qualcosa di simile, guardare dentro, all’interno; qualcosa che non è con te, cioè con te nello stesso spazio, ma che apre una stanza.

  AL: Questo fa pensare non solo allo spazio ma anche all’architettura. Quale è la relazione di unidisplay con l’architettura?

CN:In effetti l’idea centrale, e anzi forse la maggiore ispirazione per l’opera, è il Karesansui, il giardino di pietra giapponese. Per me la cosa fondamentale, anche se potrebbe sembrare improbabile, è infatti la panca: la panca mette l’osservatore nella condizione ideale, cioè nella migliore posizione possibile di vedere l’opera. Ma dà anche possibilità di riposare. Spesso il giardino giapponese sta nell’angolo di una casa o di un tempio: ed è lì che si trova una panca, esattamente fra la casa e il giardino. Questa situazione genera una sorta di membrana fra il dentro e il fuori. Il fuori è la natura, è l’oceano, è il paesaggio, è un universo, anzi è l’universo in sé: qualcosa di molto più grande rispetto a ciò che puoi vedere fisicamente. Insomma, è una sorta di spinta da una condizione verso un’altra, un motore in un certo senso di natura più filosofica che fisica, anzi la condizione fisica e materiale in quel contesto la si può perdere completamente. E questo tipo di situazione e, soprattutto, quest’idea di infinito, di universo infinito, genera una situazione oltre l’immaginabile.

AL: Non si tratta pertanto di una vetrina, o di uno schermo, ma di uno spazio architettonico che si spalanca altrove come una finestra spazio-temporale. Tuttavia nelle immagini vediamo spesso comparire degli orologi, delle forme di misurazione del tempo…

CN:Esattamente, ed è  corretto come intendi l’opera: unidisplay non solo non è uno schermo piatto o un muro, ma è uno spazio vero e proprio. E’ uno spazio con tutte le sue caratteristiche, che non genera però solo uno spazio architettonico, ma piuttosto uno spazio per la mente.Come dicevamo crea una situazione in cui si perde la cognizione e la percezione del tempo. Allo steso tempo, e in modo quasi contraddittorio, mostro degli orologi. Un orologio che non è veramente un orologio, ma è piuttosto il modo più pertinente e riconoscibile per illustrare le proporzioni di ogni unità di tempo. E devo dire che l’idea di porzioni di tempo, o di unità di tempo, non è per niente connessa all’idea di tempo. Perdere il senso del tempo, perdere la percezione del tempo è in effetti quel che mi interessa davvero esplorare con undisplay: la proporzione di un secondo, la proporzione di un minuto, la proporzione di un minuto dentro un’ora, di un’ora dentro un giorno e così via. E quel che il pubblico vede, il movimento del cambiamento di queste proporzioni – che per me è essenziale – è qualcosa che non si riesce davvero a vedere o a sentire mai, soprattutto nel contesto dell’avanzare del tempo naturale, dal giorno alla notte per esempio. Tuttavia, la vera ragione per cui ho inserito orologi e rappresentazioni di orologi è che unidisplay mostra principalmente movimento e movimenti, e la qualità principale del movimento è di essere legata e connessa al tempo e allo spazio: insomma, mi interessava dare una definizione del tempo nel movimento  e direi che per questo ho usato un orologio e orologi.

AL: unidisplay è un’opera molto singolare nella tua ricerca. In che direzione va rispetto alle tue opere precedenti e future?

CN:unidisplay è molto vicino a Uniscope. Uniscope è legato alla performance, al live, ed è principalmente un modo di rappresentare o di visualizzare il suono. Così unidisplay esplora principalmente la nostra percezione: non la rappresentazione del suono quindi, ma una costante esplorazione di quel che si vede, di quel che esiste e di quel che fa il nostro cervello. Insomma, è come se fosse un tentativo di connettere quel che c’è dentro di noi con quello che c’è al di fuori di noi. Certamente ha a che fare con le neuroscienze… L’immagine che si sta per vedere è prodotta dal nostro cervello, cioè può essere una conseguenza, un risultato dell’intervento del nostro cervello. Uni significa evidentemente “universale”. E quindi l’opera cerca di toccare aspetti universali e, nello specifico – in un certo senso come fosse un dizionario – di raccogliere molteplici, o forse il maggior numero possibile di modi in cui possiamo vedere questa interazione fra cervello e realtà, fra occhio e cervello. Il riferimento principale per me in questo senso – e grande fonte di ispirazione per la concezione dell’opera – è stata la ricerca di Wolfgang Metzger, una delle figure di riferimento assoluto nell’ambito della psicologia della percezione.  Siamo in un momento in cui tendiamo a mescolare e ad usare il visuale per certificare ed approvare qualcosa. Continuiamo a sviluppare questa credenza per cui il visivo sia molto più importante del sonoro. Faccio un esempio, e parto da esperienze che tutti condividiamo: in medicina, fino ad un tempo recente, il medico – anche quello comune – passava certamente dall’osservazione, ma possiamo anche dire che desse un peso fondamentale all’ascolto del nostro corpo, all’ascoltare ritmi, luoghi, punti; questo non accade orami quasi più, di fatto i medici oggi fanno delle scansioni, usano delle rappresentazioni visive, che vadano dalle risonanze alle radiografie all’uso di telecamere ridotte. Si dà insomma molto più peso alla rappresentazione visiva che a quella basata sul suono. Insomma, unidisplay è una parola che continuerò ad usare senz’altro per molti altri anni. Non la sento come un miracolo, ma lo sento come una parola chiave che posiziono al di sopra di ogni altra parola, una sorta di differenziatore. Uso questa tecnologia (le proiezioni e il suono), principalmente per visualizzare un’enorme quantità di piccoli elementi che ho spesso anche già usato nel passato in vari ed altri modi, ma sotto una forma del tutto nuova e onnicomprensiva. Per questo direi che unidisplay è il mio lavoro più importante da anni, mi ha preso davvero molto per capire come svilupparla. In un certo senso ho già fatto opere che hanno funzionato come unidisplay, cioè opere che unificassero e raccogliessero molti aspetti delle mie ricerche in corso. Di tanto in tanto, nel  corso degli anni, opere di questo tipo in qualche modo mi si manifestano, rendendosi in un certo senso necessarie. unidisplay mostra che l’immagine in movimento è diventata un medium davvero interessante: il modo in cui le cose possono essere fatte e prodotte è diventato fondamentale, il modo di percepire ancora tutto da esplorare, ed ecco perché credo che proseguirò nei prossimi dieci o quindici anni a lavorare in questa direzione.

CARSTEN NICOLAI  UNIDISPLAY 

cura di Chiara Bertola e Andrea Lissoni

  HangarBicocca dal 21 settembre al 2 dicembre 2012

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‘unidisplay’ collects all the thematics of Carsten Nicolai turning it into his most accomplished and complex artwork and an ideal platform for his live, as forms of collaboration (which Carsten Nicolai, like all the great artists of his generation , has always sought and encouraged) but also for the interdisciplinary, performative, artistic moments.

Andrea Lissoni interviews Carsten Nicolai

Andrea Lissoni: What is it exactly ‘unidisplay’?

Carsten Nicolai: Let’s start by talking firstly about display. The German word is Auslage (i.e. have something in a shop window, set up behind a glass…). In a way, we are always surrounded by the display; the most common case is that of the “computer module”. For me it is simply a window, however, a window through which you look inside, but also through which you look into something. A definition comparable with that of the “television”; confronting a vision that is very far away. So, display is something like that, you look inside, the interior of something that is not with you, in other words, something that is with you in the same space, but which opens up a room.

 AL: This suggests not only the space but also the architecture. What is the relationship of unidisplay with architecture?

CN: In fact, the central idea, and probably the greatest inspiration for this work, is the Karesansui, the Japanese, stone, garden. For me the most important thing, though seemingly unlikely, is in fact the bench: the bench sets the ideal conditions for the viewer, from where you get the best position to see the work. On the other hand it gives a chance to rest. Often, the Japanese garden occupies a corner of a house or a temple and that’s where there is a bench, just between the house and the garden. This situation creates a sort of a membrane between the inside and the outside. The outside is the nature, the ocean, the landscape, it is a world, better; it is the universe itself, something much larger than what is physically visible. In other word, it is a kind of a push from one condition to another; in a way, a motor of a philosophical rather than a physical nature, as a matter of fact, the physical and material condition within that context can be completely lost. It is this kind of situation and, above all, the idea of infinity, of the infinite universe, which creates an inconceivable situation.

AL : So it is not about a window or a screen, but about an architectural space, which opens up somewhere else, like a space-time gate. However, on the images often appear clocks, ways of measuring the time …

CN: Exactly! And it is correct what you said: unidisplay is not solely a flat screen or a wall, but it is a real space. It ‘a space with all its features, which does not generate only an architectural space, but a space for the mind. Like we were saying, it creates a situation where you lose track of time and perception. At the same time, and in a rather contradictory way, I am showing the clock. A clock that is not really a clock, but it is the most relevant and recognizable way to demonstrate the proportions of each unit of time. And I have to say that the idea of time portions, or units of time, is not, by any means, connected to the idea of time. Losing track of time, losing the sense of time, is in fact what I really want to explore with ‘undisplay’: the proportion of one second, the proportion of one minute, the proportion of one minute within an hour, an hour within one day and so on. What the public confronts, is the movement of change of these proportions – which for me is essential – it is something that you can’t really see or hear, especially within the context of the flow of natural time, from the morning to the evening, for example. However, the real reason for including clocks and representations of clocks is that ‘unidisplay’ shows mainly motion and motions, and the main characteristic of motion is to be connected to the concepts of time and space: in other words, I was interested in giving a definition of the time in motion and I would say that to this end I used a clock and watches.

AL: ‘unidisplay’ is a very unique work within your practice. Towards what direction is it heading, compared to your previous and future work?

CN: unidisplay is very close to Uniscope. Uniscope is linked to the performances, the lives, and it is mainly a way to represent or visualise the sound. So ‘unidisplay’ explores our perception, not the representation of the sound. It is instead a constant exploration of what we see, of what exists and what happens in our brains. In other words, it is like an attempt to connect what resides inside us, to what remains outside of us. Of course it has to do with neuroscience … The image you are about to see is produced in our brain, which may be a consequence, a result of the intervention of our brain. Uni obviously means “universal”. Therefore, the artwork attempts to handle universal aspects and, in particular – in a way just like a dictionary – to collect many, or at least the largest possible number of ways in which we can see the interaction between brain and reality, between eye and brain. The main reference for me, in this regard, – and a great source of inspiration for realising this work – has been the research of Wolfgang Metzger, one of the key figures in the psychology of perception. We live in a period, where we tend to mix and use the visual in order to evaluate and approve something. We keep developing the belief that the visual is much more important than the audio. Allow me to provide an example; starting from the childbirth experiences that we all share: in medicine, up until recently, the doctor – even a common one – undoubtedly used the observation, but also gave much importance in listening to the body, the pace, the spots, the points. This does not occur anymore, in fact, the doctor nowadays performs scans and uses visual representations, which come from magnetic resonances, X-rays and the use of small cameras. There is much more focus on the visual representation than on the sound. In other words, ‘unidisplay’ is a word, which for sure I will continue to use for many years. I do not feel it like a miracle, but I do think that it is the keyword that I would classificate aboveany other word, a sort of a differentiator. I use this technology (the projections and the sound), mainly to visualise a huge amount of small elements that I often used in the past and in various other ways, but in a way that is entirely new and all-encompassing. In this regard, I would say that ‘unidisplay’ is the most important work for years and it really took me a long time to figure out how to develop it. In a way I’ve already created works that function as ‘unidisplay’, for instance works that unify and gather various aspects of my ongoing research. Every now and then, this type of works somehow come to the surface and become necessary. ‘unidisplay’ shows that the moving images have become a really interesting medium: The way in which things can be made and produced has become essential, the way we perceive is yet to be explored and that’s why I think that I will go on for the next ten or fifteen years working in this direction.

Carsten NICOLAI UNIDISPLAY

curated by Chiara Bertola and Andrea Lissoni.

At HangarBicocca from 21st September until 2nd December 2012.