Chen Zhen Jue Chang, Dancing Body – Drumming Mind (The Last Song), 2000 Installation view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2020 PINAULT COLLECTION © ADAGP, Paris Courtesy Pirelli HangarBicocca, Milan Photo: Agostino Osio
Chen Zhen Six Roots Enfance / Garçon – Childhood / Boy, 2000 Installation view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2020 © ADAGP, Paris Courtesy Pirelli HangarBicocca, Milan, and GALLERIA CONTINUA Photo: Agostino Osio

Testo di Marta Orsola Sironi —

Il 15 ottobre 2020 Pirelli Hangar Bicocca ha presentato Short-circuits, la retrospettiva dedicata a Chen Zhen (Shangai, 1955-Parigi, 2000) a cura del direttore artistico Vincente Todolí. La mostra, che avrebbe dovuto inaugurare lo scorso aprile, riunisce per la prima volta nei 5.000 metri quadrati delle Navate e del Cubo più di 20 installazioni su larga scala realizzate tra il 1991 e il 2000. Senza precedenti, la mostra è, ad oggi, una delle più grandi antologiche dedicate all’artista: grazie ai numerosi prestiti di istituzioni e collezioni italiane e internazionali, al supporto di Galleria Continua e alla supervisione della moglie Xu Ming.
Nato a Shangai nel 1955, dalla fine degli anni Settanta Chen Zhen inizia la propria attività come pittore. Nel 1986 si trasferisce a Parigi. Dal 1989 si dedica alla realizzazione di installazioni attraverso l’assembramento di oggetti quotidiani in composizioni ambientali, dove questi sono privati della loro funzione utilitaria per approdare a una dimensione metaforica. Per l’artista la metafora è lo strumento per raggiungere una sintesi tra linguaggi estetici orientali e occidentali. Significativi per lui sono i concetti di “transesperienza” e “corto circuito”. Il primo allude a una volontà di immersione nella vita e incontro con l’altro: diventare tutt’uno con l’altro senza però perdere la propria identità.
A questa modalità di pensiero si lega il secondo termine, che descrive il suo processo creativo. Due punti di vista differenti messi in relazione tra loro entrano in collisione, come due elettrodi opposti dello stesso circuito elettrico che si incontrano. Il potere “scioccante e distruttivo innescato dal cortocircuito” (da una conversazione tra Chen Zhen e Zhu Xian) è un atto generativo potente e dà luogo a quell’eterno malinteso che in fondo è la nostra contemporaneità, nei suoi ossimori e nelle sue possibilità semantiche.
Tradizione e modernità, Oriente e Occidente, spiritualità e consumismo: il titolo della mostra di Hangar Bicocca Short-circuits allude proprio a questo movimento fluido che informa l’opera di Chen Zhen, insistendo sull’idea di contaminazione simbolica e culturale come modalità di creazione.
Tale fluidità è alla base delle scelte curatoriali di Vincente Todolí. Il percorso espositivo si articola per nuclei tematici “aperti”, che instaurano rimandi e ammiccamenti tra le installazioni. Pur avendo l’obiettivo di rappresentare in modo esaustivo gli ultimi dieci anni di attività dell’artista, si è deciso di non seguire un ordine cronologico. Le Rite suspendu / mouillé del 1991, ad esempio, è cronologicamente il primo dei lavori proposti, pur essendo collocato verso la fine dello spazio della Navata.
Quattro grandi cavalletti verticali sostengono altrettanti parallelepipedi di vetro e metallo, simili a quadri, nei quali sono immersi in una soluzione di acqua e pigmento oggetti raccolti all’interno dell’Ècole Natiolane Supérieure des Beaux-Arts. Al confine tra tableaux tridimensionali e tele polimateriche, questi elementi rappresentano per l’autore un “autoritratto, un’autocritica, un’autoriflessione” e segnano l’abbandono della pittura.

Chen Zhen – Exhibition view, Short-circuits, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2020 © ADAGP, Paris – Courtesy Pirelli HangarBicocca, Milan Photo Agostino Osio
Chen Zhen Purification Room, 2000 Installation view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2020 © ADAGP, Paris Courtesy Pirelli HangarBicocca, Milan, and GALLERIA CONTINUA Photo: Agostino Osio

L’analisi dello spostamento, sia geografico che di prospettiva, è all’origine di due installazioni poste specularmente verso l’inizio della Navata lunga. Sulla destra Daily Incantations (1996) è costituita da 101 vasi da notte ancorati a un’imponente struttura a semicerchio che ricorda un antico strumento musicale cinese chiamato bianzhong. Al centro vi è invece una sfera di barre di metallo, che racchiude parti di dispositivi elettronici. L’artista ha raccontato di aver concepito l’opera in occasione di uno dei suoi primi viaggi di ritorno a Shanghai, allorché all’alba si era trovato ad osservare alcune donne intente a lavare gli orinali vicino a un albergo. La quotidianità di questo gesto è associata da lui alla lettura mattutina del Libro di Mao, entrambi ricordi della sua infanzia durante la Rivoluzione Culturale cinese. Questa ritualità è contrapposta alla modernità che tutto fagocita e subito rifiuta, simboleggiata dagli scarti tecnologici.

Contrappunto visivo, sonoro e concettuale è sulla sinistra Nightly Inplications (1999), opera sviluppata in tre parti. Alle due estremità vi sono due letti. Il primo è uno di quelli tradizionali cinesi: chiuso in altezza da pareti di vetro, al suo interno un ventilatore lancia in aria a cadenza intermittente palle di polistirolo numerate, generando un forte rumore. Sul materasso del secondo sono conficcati aghi metallici, che alludono alla pratica dell’agopuntura. Nella parte centrale vi è una piramide rovesciata, coperta da altri vasi da notte. Come quello precedente, anche questo lavoro mette in scena le contraddizioni che caratterizzano la Cina contemporanea e i cambiamenti in atto nel suo divenire una società capitalista. La pratica del “cortocircuito” avvicina e oppone tradizione e modernità, buddismo e società dei consumi.
Un simile processo è all’origine dell’attigua Fu Dao/Fu Dao, Upside-down Buddha /Arrival at Good Fortune (1997). In un ristorante della città natale Chen Zhen ha un’intuizione: gli ideogrammi fu dao “buona fortuna” e fu dao “Buddha capovolto” sono omofoni. Concepisce dunque un’installazione dalla forma di un tempio buddista alto tre metri, il cui tetto è coperto da rami di bambù. Da questo pendono a testa in giù statuette religiose, oltre a una bicicletta, parti di un’automobile e di elettrodomestici. È un lavoro che l’autore realizza “in situ”, ovvero in relazione ad una precisa esperienza e ad un preciso luogo. È inoltre, come altre presenti in mostra, un’installazione su scala ambientale che chiede di essere attraversata. Il visitatore si trova così a percorrere in prima persona quel punto limite in cui si verifica lo spostamento spaziale e metaforico operato dall’artista.
Il percorso espositivo presenta un ciclo di lavori che esplorano i concetti di malattia e guarigione. All’età di venticinque anni Chen Zhen, figlio di due medici, scopre di soffrire di anemia emolitica, una sindrome autoimmune. Sconvolto dalla notizia, trascorre tre mesi in Tibet con un gruppo di monaci buddisti. Torna a Shanghai cambiato. A cambiare è soprattutto la sua percezione del tempo e dello spazio e il suo rapporto con il corpo umano: ne nasce una riflessione sull’azione curativa e purificatoria dell’arte, che interesserà tutta la sua ricerca successiva.

Chen Zhen The Voice of Migrators, 1995 Installation view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2020 PINAULT COLLECTION © ADAGP, Paris Courtesy Pirelli HangarBicocca, Milan Photo: Agostino Osio
Chen Zhen Exhibition view, Short-circuits, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2020 © ADAGP, Paris Courtesy Pirelli HangarBicocca, Milan Photo: Agostino Osio

Per lui fare arte ha a che fare con il “guardare sé stessi, esaminare sé stessi e come si vede il mondo” (Becoming a Doctor, a Life Project, in Invocation of Washing Fire, Gli Ori Editore, Prato-Siena 2003, pp. 335-338). A tal proposito è importante menzionare Purification Room del 2000, ultima imponente installazione di una serie iniziata nel 1991. Lo spettatore si trova al cospetto di un ambiente domestico dove tutto, però, è ricoperto di uno strato di argilla. Gli oggetti della quotidianità contemporanea, recuperati tra gli scarti, sono trasportati in una dimensione asettica e ucronica, come fossero i ritrovamenti di una “archeologia del futuro”. L’argilla ha un duplice valore. Da un lato pone in essere il problema dello scorrere del tempo e del futuro. Dall’altro è un elemento purificatore. I relitti della frenesia bulimica della nostra società dei consumi sono rigenerati a vita nuova dall’azione artistica, salvati da un destino di rifiuti e sublimati nelle loro potenzialità latenti.
L’idea della purificazione e dell’abbandono degli aspetti più triviali dell’esistenza per raggiungere un equilibrio tra corpo e spiritualità, tra natura e società, è all’origine dell’ultima opera di Short-circuits. Nello spazio del Cubo, 11 letti trasformati in acquari e irrigati da fontanelle collocate al posto della testiera ospitano oggetti d’uso, come vestiti, libri e televisori. L’intero ambiente risuona del gocciolio dell’acqua e la luce che entra dall’alto crea un’atmosfera di pace e raccoglimento.
Questo giardino di purificazione e meditazione è l’ideale conclusione di una mostra iniziata con Jue Chang, Dancing Body – Drumming Mind (The Last Song), del 2000, un’istallazione monumentale composta da letti, sedie e sgabelli collezionati in luoghi diversi, rivestiti di pelli di vacca e issati su una struttura di legno la cui area è di 18×14 metri e richiama la forma di uno strumento a percussione. È uno dei pochi lavori dell’artista a presupporre un approccio performativo: è un’opera “attivabile”, che chiede di essere suonata. Ciò dovrebbe accadere anche in Hangar Bicocca, durante due appuntamenti del public program ai quali interverrà un gruppo di danzatori. Il suono del tamburo riveste un ruolo fondamentale nella cultura buddista, secondo la quale le sue vibrazioni farebbero cessare l’angoscia e la sofferenza. Inoltre, è uno degli strumenti musicali usati nei luoghi sacri per scandire il tempo.
Il percorso espositivo di Short-circuits inizia e finisce con un richiamo alla ritualità e alla purificazione, sviluppando un discorso circolare e coerente sia nel complesso che in ogni singolo nucleo concettuale che lo compone. Le percussioni strizzano l’occhio al lento gocciolare dell’acqua, le rigogliose fronde di bambù alla monocromia asettica dell’argilla, il giorno alla notte. L’intero spazio delle Navate e del Cubo è intessuto, così, di ammiccamenti dal profondo potere evocativo tale da rendere giustizia alla figura di Chen Zhen, maestro dell’arte contemporanea, non orientale o occidentale, ma mondiale.

Chen Zhen Exhibition view, Short-circuits, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2020 © ADAGP, Paris Courtesy Pirelli HangarBicocca, Milan Photo: Agostino Osio
Chen Zhen, Obsession de longévité,1995 Installation view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2020 © ADAGP, Paris Courtesy Pirelli HangarBicocca, Milan Photo: Agostino Osio
Chen Zhen Jardin-Lavoir, 2000 Installation view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2020 © ADAGP, Paris Courtesy Pirelli HangarBicocca, Milan, and GALLERIA CONTINUA Photo: Agostino Osio