Sheela Gowda
And That Is No Lie, 2015
It Stands Fallen, 2015-2016
Installation view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2019
Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca Photo: Agostino Osio
Sheela Gowda And That Is No Lie, 2015 It Stands Fallen, 2015-2016 Installation view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2019 Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca Photo: Agostino Osio

La riflessione artistica di Sheela Gowda coinvolge una dimensione squisitamente spaziale – invadendo il monumentale “vuoto” di Hangar con forme, linee, volumi e concavità che oscillano tra l’astrazione e la figurazione – e una meditazione sulla raison d’être delle cose. Il valore insito alla materia in quanto tale e la relazione esistente tra esso e le tradizioni culturali dell’India ricoprono un ruolo generativo nella produzione dell’artista. In una quotidianità in cui sovente “privazione e ingegnosità” convivono, Shella Godwa s’immerge nel significato, tentando di portarne alla luce, attraverso il linguaggio figurativo, le componenti immanenti. Durante la press conference di presentazione Nuria Enguita – curatrice  con Lucia Aspesi  della mostra ospitata al Pirelli hangar Bicocca fino al 15 settembre 2019 – ripercorre i momenti salienti e gli snodi più pregnanti del progetto.
In primo luogo – esordisce Enguita – desidero ringraziare Pirelli HangarBicocca, il suo presidente Marco Tronchetti Provera e il suo direttore artistico Vicente Todolí per avermi invitato a collaborare a questo progetto. Ringrazio anche Shela Godwa per aver condiviso con noi il suo tempo, il suo lavoro, le sue idee, in un percorso che è durato circa due anni; ringrazio Lucia Aspesi che ha curato con me questa mostra, per il suo lavoro e il suo continuo impegno. Da ultimo, ma non da ultimo, desidero ringraziare tutto il gruppo di Hangar Bicocca: è stato un piacere lavorare con un gruppo così coeso ed efficiente”.
L’operato di Gowda appare indissolubilmente connesso alla formazione dell’artista, alle trasformazioni succedutesi nel suo modus operandi e sottolineate con chiarezza da Enguita, che pone al centro l’ampiezza dello sguardo retrospettivo: “La mostra che ha un nome particolarmente evocativo, Remains, riunisce un’ampia selezione di opere che partono dalla metà degli anni Novanta sino ad arrivare al momento attuale, rappresentando un’opportunità davvero unica per apprezzare il lavoro di Sheela Gowda in un luogo unico e in un dialogo costante fra il luogo e l’opera. Quella di Sheela Gowda è una modalità operativa che si basa principalmente su questo dialogo, su questa continua interazione tra il mondo e il senso, in cui esiste una percezione profonda e una ricerca su materiali, oggetti e idee. Sheela Godwa si è formata come artista figurativa negli anni Ottanta in Inghilterra e, verso la metà degli anni Novanta, ha deciso di abbandonare la bidimensionali dell’opera pittorica e di avventurarsi nell’ambito della tridimensionalità”.

Sheela Gowda Stopover, 2012 Installation view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2019 Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca Photo: Agostino Osio
Sheela Gowda Kagebangara, 2008 Installation view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2019 Collection of Sunitha and Niall Emmart Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca Photo: Agostino Osio

Le parole della curatrice lasciano da subito emergere il sottile discrimine proprio dell’opera di Gowda, in cui l’elemento formale, visivo, materico e addirittura sensoriale – il senso dell’olfatto è immediatamente chiamato in gioco – e la traccia politico-sociale si incontrano: “I critici hanno visto questo passaggio come una maniera per reagire e rispondere, in un certo senso, ad alcune problematiche sociali e politiche dell’India. Di fatto questo è però anche il modo in cui Gowda è effettivamente riuscita a superare il problema della bidimensionalità nell’arte, per potere intervenire sullo spazio e per poter mettere le persone al centro dell’opera. Da allora peraltro la sua arte si è sviluppata attraverso un dialogo accorato e costante tra la materia e il sé, tra la materia, la forma e lo spazio, utilizzando diversi materiali come vediamo in questa retrospettiva”.
Ed al materiale, intenso quale materia bruta, veicolo di significati e stratificazioni culturali, mezzo concreto per operazioni quotidiane, rituali e perfino costruttive, è riservato un ruolo assolutamente centrale.
Enguita apre così ad un intenso panorama di fonti e di suggestioni assolutamente concrete, procedendo nell’analisi dei principali materiali impiegati dall’artista: “A questo scopo ha incluso nel suo lavoro tutta una serie di materiali molto particolari che, lungi dall’essere esotici, di fatto richiamano cose piuttosto comuni nella vita quotidiana in India e sono sia negli spazi pubblici sia in quelli privati, in contesti rurali come in realtà urbane. L’India di Bangalore in particolare – trattandosi della città in cui Gowda vive e opera – con materiali come lo sterco bovino, considerato sacro nei riti religiosi, ma utilizzato anche nell’economia domestica come combustibile, come copertura per pareti e pavimentazioni e come materiale per  i giocattoli. La  vacca è anche un simbolo di non-violenza: un esempio perfetto di come l’artista sia consapevole non soltanto delle caratteristiche fisiche del materiale – siano esse colore, consistenza, texture oppure odore – ma anche della posizione del materiale stesso nell’economia locale, composta da ritualità, da lavoro e da attività per la sopravvivenza. Il medesimo discorso vale per altri materiali, che possono essere corde realizzate con capelli umani, peraltro visibili in mostra, materiale che tra trasmette significati molto particolari e diversi. Si tratta infatti di un elemento dato in dono e offerto alle divinità, in un aspetto rituale, che può però essere utilizzato anche come un talismano, in termini quindi più quotidiani e simbolici, e che infine possiede anche finitali strettamente commerciali, se si pensa ai capelli venduti per realizzare parrucche per i mercati occidentali. Vi sono poi vi sono anche altri materiali, come il kumkum, i fusti di catrame, la gomma e le pietre di cui parlerà Lucia Aspesi”.

Sheela Gowda And…, 2007 (detail) Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca, Milan Photo: Agostino Osio
Sheela Gowda What Yet Remains, 2017 Installation view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2019 Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca Photo: Agostino Osio

Dall’imprescindibile essenza materica, vagliata con attenzione da Nuria Enguita, l’artista giunge ad una sublimazione astratta e formale – definizione solo apparentemente ossimoro – che non esita a sfiorare implicazioni poetiche e linguistiche: “Attraverso questo ricerca, questo dialogo e questa comprensione dell’utilizzo e delle funzioni dei materiali, Sheela Gowda trasforma questi ultimi in forme astratte. Si realizzano così linee, quadrati e motivi che si ripetono, in un linguaggio moderno di cui la forma che mantiene qualità, utilizzi e significati simbolici: di fatto per l’artista l’astrazione non implica l’assenza di forma, ma significa comprendere la forma come elemento che riesce a veicolare interpretazioni molteplici. Per concludere è forse importante ricordare la presenza di questa evidenziazione estetica, che incorpora anche l’elemento umano, e dunque l’aspetto antropomorfico, in dialogo costante. Nella mostra è percepibile quest’idea dell’incontro, di un qualcosa che non rimane fermo, di una forza che permette ad una serie di circostanze di riunirsi in qualche maniera”.
Terminato l’intervento di Nuria Enguita, la co-curatrice della mostra Lucia Aspesi, dopo aver ringraziato l’artista, la co-curatrice Enguita e il tutto team, conduce il discorso sul rapporto esistente tra l’artista e Pirelli Hangar Bicocca, con una particolare attenzione verso il monumentale spazio espositivo.

Sheela Gowda Protest My Son, 2011 Exhibition copy (2019) from a work in the Van Abbemuseum collection, Eindhoven Installation view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2019 Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca Photo: Agostino Osio

Remains presenta una selezione di venticinque opere che raccontano la pratica di Sheela Gowda dal 1992 fino ai giorni nostri, considerando che, come diceva Gowda, l’ultima opera è stata portata a termine qualche giorno fa. La mostra mette insieme una selezione di installazioni site-specific aventi una dimensione scultorea molto forte con stampe e disegni, che rimandano invece alla pratica di Gowda degli anni Ottanta e Novanta, del momento figurativo che ha preceduto la transizione successiva. La mostra rispecchia la modalità operativa dell’artista che combina un approccio effimero con un’attenzione molto concreta ai processi creativi e lavorativi con cui Sheela sceglie e presenta i materiali. Il tema del rapporto fra le opere – intese sia come singole sia come insieme – e lo spazio assume una portata rilevante: “Tutte le opere in qualche modo sono state riarrangiate da Sheela per lo spazio delle navate di HangarBicocca, uno spazio con delle caratteristiche e delle specificità prettamente connesse alle dimensioni e alle condizioni di luce dello spazio con cui l’artista si è sin dall’inizio interrogata. Centrale è stato il tema di come poter far convivere la sua pratica con una scala che negli ultimi trent’anni ha assunto dimensioni e respiri diversi e nello stesso tempo rileggere contestualmente il suo lavoro. In questo senso gli echi che derivano da alcuni materiali che ritornano all’interno del percorso espositivo, come anche certi elementi figurativi – penso alla linea – che viene per esempio declinata in una linea curva, quasi organica nell’opera And… (2007), formata da queste grandi corde rosse appese intorno agli elementi architettonici dello navate che si relazionano invece con le linee di Margins (2011), l’opera in fondo alla navata prima dell’ingresso del cubo, dove invece gli elementi architettonici di alcuni porte, stipiti e battenti vengono riarrangiati in una situazione quasi effimera e ci parlano di una prima concezione dello spazio di Sheela Godwa.

Sheela Gowda If You Saw Desire, 2015 Installation view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2019 Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca Photo: Agostino Osio
Sheela Gowda Tree Line, 2019 Installation view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2019 Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca Photo: Agostino Osio

Tutte le opere in mostra si sviluppano secondo principi di organizzazione nello spazio che possiamo raccogliere come dei principi connessi al concetto di tonalità”. Attraverso lo sviluppo nello spazio i lavori dell’artista assumono quello status di forma-astratta già individuato da Enguita, che si esplica in forme geometriche profondamente significanti. “L’opera al centro delle navate, What Yet Remains, è un lavoro del 2017 fatto da lastre, dischi, ciotole di metallo, materiali recuperati e scelti da Sheela Gowda e derivati dalla lavorazione sulla strada. L’opera all’ingresso del percorso espositivo ci racconta invece delle esplorazioni delle altezze e dei volumi avviata da Sheela: si tratta di una riflessione intorno a due opere presentate nel 2015, Terre Is No Line e It Stands Fallen, che si incontrano nella piazza all’ingresso della mostra e tendono ai due opposti dello spazio. Da una parte vi è un’elevazione, una sospensione, dall’altra l’idea di un collasso, di una situazione che viene fermata, di un istante lì congelato”. Tali significati veicolati da strutture, volumi, vuoti, pieni e altezze creativamente definite, rimandano sempre a peculiari situazioni della realtà dalla quale l’artista proviene: “Un’altra tipologia di lavoro che possiamo vedere all’interno della mostra è la riflessione di Sheela sul rapporto tra distanza e prossimità, quindi i volumi di Stopover (2012) che incontriamo subito all’ingresso della navata. Tale grande installazione appare formata da circa duecento mortai che appartengono alla tradizione indiana, essendo il fulcro della cucina tradizionale del Sud dell’India, che Sheela ha ritrovato lungo le strade di Bangalore e collezionato. Questi oggetti infatti non risultano realmente eliminati, in quanto vengono lasciati ai bordi delle strade per via di una sorta di aurea, quasi sacrale. Sheela ha così portato questi duecento blocchi di duecento chili l’uno, facendo attraversare diverse barriere e diversi confini da Bangalore fino a Milano. Infine, conclude Lucia Aspesi, la retrospettiva promossa da Pirelli hangarBicocca ha coinciso con la creazione di due lavori realizzati appositamente dall’artista per la mostra, in collaborazione con Pirelli, e di un catalogo redatto contestualmente alla stessa. “La mostra ci da l’occasione di presentare due nuove opere che nascono all’interno di Hangar Bicocca. La prima opera che vediamo in fondo al cubo In Pursuit of (2019), è composta da quindicimila nodi di corde di capelli, le cui forme e dimensioni seppur astratte rimandano alla forme presenti nello spazio, quella della porta tra le navate e il cubo e la seconda nuova produzione, in collaborazione con Pirelli e con il Centro tecnologico CCM di Ricerca e Sviluppo, che ha messo a disposizione sia i materiali sia la conoscenza sulla gomma, materiale su cui Sheela torna a lavorare dopo un’esperienza alla Biennale di San Paolo del 2014. Remains parla di stratificazioni, di tempo, di materiali, di sedimenti e di momenti che sembrano persistere alla necessità di cambiamento tipica del nostro contesto contemporaneo. Chiudo con due note: da una parte in occasione della mostra pubblicheremo un catalogo con il quale abbiamo l’occasione di avere due testi uno di Geeta Kapur, che conosce il lavoro di Sheela Gowda sin dall’inizio della sua produzione, e un altro redatto da Pablo Lafuente Paolo la fonte. Nello stesso verrano poi pubblicate le schede di tutte le grandi installazioni dell’artista dagli anni novanta ad oggi”.

Sheela Gowda “Remains”, exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2019 Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca Photo: Agostino Osio
Sheela Gowda Collateral, 2007 (detail) Courtesy the artist and Pirelli HangarBicocca, Milan Photo: Agostino Osio

L’ultima relatrice della conferenza è proprio Sheela Gowda che, dopo i ringraziamenti a Marco Tronchetti Provera, Vicente Todolí, le co-curatrici Nuria Enguita e Lucia Aspesi – con le quali ha lavorato intensamente per oltre due anni – e l’intero team di HangarBicocca senza cui “non sarebbe stato possibile realizzare ciò che poi ho realizzato”. Il prezioso intervento dell’artista verte proprio sulle problematiche e sulla sfida insita nell’interagire con l’anomalo spazio di Hangar, trovandosi a dialogare con una scala immensa e a dover orientare il percorso espositivo e la disposizione dei lavori. “Lucia e Nuria hanno già parlato molto del mio lavoro, potrei parlare brevemente delle sfide e delle difficoltà emerse nel mio intento di esporre le mie opere in uno spazio così monumentale. Di fatto questa mostra raccoglie opere che ho realizzato nel corso di trent’anni e che quindi, non sono state pensate per interagire con uno spazio di questa natura e di queste dimensioni. Sono inoltre opere che derivano da determinati stati emotivi, da reazioni che posso aver avuto in un particolare momento in relazione alle problematiche di natura politico-sociale del periodo in cui sono state realizzate. Il come riunirle e riorganizzarle in un unico luogo può divenire una sfida imponente, in quanto le singole opere hanno una loro presenza individuale, ma una volta esposte esse devono coesistere con le altre opere e dunque si rivela necessario bisogna trovare le ragioni secondo cui ordinarne la disposizione. E in questo senso, come dicevo, c’è stata una fortissima interazione con le co-curatrice nel tentativo di capire perché compiere certe scelte. Sarebbe stato diverso se lo spazio fosse stato più tradizionale, con pareti e singoli ambienti; qui evidentemente quello che si può vedere sono le linee sia letterarie sia metaforiche che attraversano le opere”. A seguito di una domanda sollevata dalla giornalista Michela Moro, l’artista non esita a rivelare che “lo spazio di HangarBicocca inizialmente mi ha spaventato; probabilmente qualunque artista che guardi a questo spazio e in particolare alle navate non può che esserne intimidito. Di fatto però avendo io stessa da sempre lavorato con dei volumi, pur avendo essi scale diverse, non era completamente fuori dalla mia realtà lavorativa. La modalità espositiva scelta è stata quella di non mostrare le opere separate e distinte tra di loro, in modo isolato. Si sarebbe potuto infatti scegliere di delimitare gli spazi con ombre, creando un altro tipo di situazione. Insieme alle coi-curatrici abbiamo deciso che ciò non era necessario e che le singole opere avrebbero dovuto accettare la sfida di coesistere in un dialogo aperto”.

Sheela Gowda Untitled (Cow Dung), 1992-2012 Installation view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2019 Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca Photo: Agostino Osio

A conclusione della conferenza, sollecitata ancora una volta da una domanda di una giornalista, Shella Gowda offre un’interessante lettura del proprio rapporto con la tradizione indiana e delle implicazioni “sociali” e “politiche” insite al suo lavoro “Quando osservo la vita quotidiana faccio una grande attenzione a non parlare a nome delle cose che vedo e che osservo. Semplicemente faccio allusioni a particolari questioni legate allo stile di vita, ma categoricamente mi astengo dal parlare per la popolazione: non voglio dire che ciò guarda le persone più povere o determinati ceti sociali. Non soltanto c’è la questione di guardare a coloro che hanno di meno, ma se guardiamo un’opera come A Blanket and the Sky (2004) lì utilizzo quel materiale anche per mostrare l’ingegnosità delle persone che impiegano tali materiali per crearsi degli spazi di cui hanno bisogno. Alla base vi è il prototipo di queste abitazione-rifugio che si realizzano gli operai, coloro che costruiscono le strade, e che creano questi gruppi di micro-abitazioni temporanee utilizzando le lastre ricavate dai fusti di catrame che poi vengono appiattite. Mi ha sempre affascinato questa pratica; si tratta evidentemente di alloggi non permanenti, ma mi interessa questo modo che hanno di costruire, insieme al fatto di come la dimensione presente nel materiale impiegato determini l’altezza delle costruzione e la dimensione dei suoi vani. Non c’è quindi una adattamento da parte di chi li realizza alle proprie esigenze fisiche e dimensionali, ma è il corpo che si adatta ai limiti che il materiale impone. Ed il mio intervento è un po’ questo, si parte da questo prototipo con uno sguardo di artista che parte da questo spunto per espandere in altre direzioni la ricerca”.

Sheela Gowda – Remains
A cura di Nuria Enguita e Lucia Aspesi
4 Aprile – 15 Settembre 2019
Pirelli HangarBicocca