Serena Vestrucci,    O.Z. #2,   Hotel Locarno 2014,   Roma

Serena Vestrucci, O.Z. #2, Hotel Locarno 2014, Roma

Da Lunedi 10 Marzo quattro vetrine su via della Penna, nel centro di Roma, diventeranno le quinte del nuovo progetto di Serena Vestrucci Love affairs (Storie d’amore) (2014) e lo sfondo narrativo di un testo scritto per l’occasione da Vincenzo Latronico. L’operazione è parte di un progetto espositivo promosso dalla Galleria OTTO ZOO in collaborazione con l’Hotel Locarno e con la consulenza curatoriale di Ilaria Gianni.

Matteo Mottin – in collaborazione con ATPdiary – ha fatto qualche domanda a Serena Vestrucci.

ATP: Qual’è la relazione tra il lavoro che presenti in Via della Penna e il testo di Vincenzo Latronico? Il testo ti ha influenzato in qualche modo?

Serena Vestrucci: A dire il vero il testo di Vincenzo è stato scritto successivamente al mio lavoro, dopo che gli raccontai cosa avevo in mente di portare in queste vetrine. Certo, guardandoli insieme, è evidente trovare un dialogo comune: entrambi parliamo di un rapporto. È anche vero però che né il mio lavoro è l’illustrazione del suo testo, né il suo lavoro è la traduzione in parola delle mie immagini. Da questo punto di vista mi piace quasi pensare che non ci sia proprio alcuna relazione tra di noi…

ATP: Potresti parlarmi degli oggetti che hai usato per “Love affairs”? Pur essendo molto vari, danno la sensazione di avere qualcosa in comune, come se condividessero qualche segreto.

S.V.: Non mi sono mai considerata un’artista, ma una collezionista, nel senso che “tengo tutto”. Gli oggetti di questi lavori sono in parte regali di amici, in parte comuni oggetti privi di affetto, in parte cose trovate, o cose aggiustate, o cose inizialmente destinate ad altro… Vivono tra scatolini, valige, sacchi e cassetti. Ogni tanto non so più dove li ho messi, poi li ritrovo.

ATP:  In questi gruppi scultorei il cuore invece di battere e mantenere la vita è battuto e mantenuto in vita. Puoi parlarmi di questo aspetto?

S.V.: Penso che solo dall’incontro/scontro tra una qualunque cosa e la presenza di un altro corpo – che agisce su di essa, che la muove, che la influenza – possano nascere quegli incidenti, quegli inciampi, quelle gite, quegli intervalli, alle volte quelle ripetizioni, e il più delle volte quei dubbi di cui è fatto un lavoro.

ATP: In mostre recenti e anche in questo progetto hai esposto ed esponi i tuoi lavori, che trovo molto delicati e intimi, in delle vetrine, spazi solitamente “spietati”, superficiali, concepiti esclusivamente a fini commerciali. Vorrei sapere se il processo creativo e la concezione dei progetti destinati a questi spazi sono diversi da quelli che operi per lavori destinati ad altri ambienti espositivi, e se si in che modo.

S.V.: La vetrina è un luogo che esercita su di me un grande fascino. È uno spazio che si espone agli occhi di tutti, ma protetto da un vetro, presenza del tutto non indifferente. Mettere qualcosa dietro un vetro rischia di caricarla di pesantezza. Per me queste non sono situazioni in cui esporre opere d’arte, ma sono momenti in cui far semplicemente succedere qualcosa. Così come d’altronde è la strada.

A Milano, avevo appeso a degli elastici tutti questi stessi oggetti che, dato il loro peso, venivano lentamente a precipitare verso il fondo della vetrina. Un movimento percettibile solo con il passare delle giornate. Un’immagine fruita quindi in modo molto diverso tra chi passava di lì solo una volta e chi invece abitava il quartiere. A Roma, gli stessi materiali, smontati e rimontati in altre unioni, cercano invece di far battere dei cuori di carta.

ATP: Su cosa stai lavorando al momento? Hai in programma prossime mostre? 

S.V.: Sto preparando un lavoro che porterò a giugno a San Giovanni Valdarno, per una mostra a cura di Rita Selvaggio. Sono incuriosita da questa situazione perché sarà la prima occasione in cui mi confronterò con l’esterno, andando ad installare il lavoro in un parcheggio di biciclette. Vediamo cosa succede.

Serena Vestrucci,    O.Z. #2,   Hotel Locarno 2014,   Roma

Serena Vestrucci, O.Z. #2, Hotel Locarno 2014, Roma

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Serena Vestrucci, O.Z. #2, Hotel Locarno 2014, Roma

Segue il testo di Vincenzo Latronico

“…”

“Te lo ripeto: perché non volevi mostrarle?”

“Non lo so.”

“Ti sembrano che non funzionano?”

“Non credo che il punto sia questo.”

“Ti sembra che non ti rappresentino?”

“Non mi interessa rappresentarmi.”

“E allora che senso hanno?”

“Potrebbero essere parte di un processo. Senti: supponi che io e te stiamo insieme, da un po’ ma non da troppo, diciamo qualche mese, sei mesi.

Cominciamo a conoscerci a fondo, riusciamo in certa misura a capirci. Ma ci sono anche delle sacche inesplorate, cose che abbiamo cercato di non mostrarci.

Non ho conosciuto la tua famiglia, non sai della mia adolescenza. Non abbiamo un’abitudine al litigio, magari abbiamo litigato sul serio solo una, due volte. E poi abbiamo riparato con delle e-mail lunghe e amorevoli, chiare, in cui ci sforziamo di riconoscere le nostre colpe ma anche di indicare le mancanze dell’altro senza che…”

“Cioè, se litighi con la tua tipa tu le mandi una mail?”

“Perché no?”

“Lasciamo perdere. Vai avanti.”

“In queste mail indichiamo le mancanze dell’altro senza che queste siano viste come accuse – diciamo cose come l’impressione che ho avuto è che tu e mi rendo conto che non è quello che intendi, ma io. Sì, fanno ridere, sono espressioni contorte. Ma sono anche una forma di delicatezza.”

“Sono una forma di paura.”

“Ma anche di amore. Ecco. Delle mail del genere hanno magari un sacco di bozze, di prime versioni. Magari hai scritto su Word prima di spedire, e nella mail definitiva si riconosce dal carattere che è un copia-e-incolla da file, e questo ti intenerisce perché intravedi tutto il lavoro che c’era dietro, ore passate a chiedersi mi capirà? si incazzerà? Cos’è quella faccia?”

“Non dico niente.”

“Insomma, pensa a queste bozze. Ti rappresentano? No, non le hai mandate proprio per questo. Non funzionano? Non proprio, nel senso che raggiungono comunque, in parte, il loro scopo. E allora perché non mandi pure quelle? Perché non vuoi mostrarle?”

“…”

“Ma in realtà è come se le mostrassi comunque. Sono lì, e anche se sono invisibili determinano quello che si vede – quello che alla fine hai mandato – come una materia oscura che…”

“Dai, la fisica no.”

“Vabbé, hai capito. Forse non serve farle vedere. Il loro lavoro lo fanno. Il messaggio arriva, e arriva anche grazie a tutto quello che non viene detto. Se qualcosa resta dietro, in fondo va bene uguale, no?”

“…”

“…”

“Fortuna che non stiamo più insieme, va.”

Vincenzo Latronico

Serena Vestrucci,    O.Z. #2,   Hotel Locarno 2014,   Roma

Serena Vestrucci, O.Z. #2, Hotel Locarno 2014, Roma

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